APPELLO / APPEL / APPEAL

Posted: 4th marzo 2014 by rivincitasociale in Politica
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PROEMIO – AVANT-PROPOS – FOREWORD (For the English version, please go to the March 2014 Posts section)

« La politica non è l’arte del possibile bensì l’arte di fare emergere nuove possibilità socialmente più umane » (Marzo 1985)

                                Jure Vetere : l’unico vero tempio è la coscienza umana.

ITALIANO. Vai all’Appello

Care compagne, cari compagni,

E arrivata l’ora della rivincita sociale dei popoli, in Italia ed in Europa. E arrivata l’ora di lavorare tutte/i insieme alla nascita di Comitati cittadini per la Rivincita Sociale capaci di condurre all’emergenza del Partito della Rivincita Sociale. Questi partiti nazionali comporrebbero poi una Federazione Per l’Europa Sociale, che al suo turno farebbe parte di una Nuova Internazionale (senza cifra). Il nome mi sembra importantissimo, perché corrisponde al programma come pure alla voglia di ricatto oggi molto diffusa tra le nostre cittadine e i nostri cittadini.

A questo link troverete un Appello intitolato « E arrivata l’ora della rivincita sociale dei popoli, in Italia ed in Europa ». In riassunto il programma proposto, da dettagliare in comune, è lo seguente:

a) Una nuova definizione dell’anti-dumping – per i dettagli vedi l’Appendice dell’Appello. Nel sistema commerciale globale attuale, la base del calcolo dell’anti-dumping è il salario senza contributi sociali. Noi chiediamo semplicemente che sia il salario con tutti i contributi sociali.

b) La nazionalizzazione del credito per eliminare simultaneamente il debito pubblico ed il « credit crunch », e per toglierci il Fiscal Compact dalle spalle, assieme ai banchieri ed alle loro banche cosiddette « universali » .

c) La laicità, la parità donna-uomo e i diritti civili;

d) L’ecomarxismo, il ripristino del Territorio ed il principio di precauzione;

e) La democratizzazione dell’educazione e della cultura, ed il finanziamento pubblico della Ricerca & dello Sviluppo;

f) La fine della sovra rappresentanza socio-economica e mediatica, come pure la fine della falsa rappresentanza elettorale e democratica – cioè, la fine della falsa rappresentanza elettorale a tutti i livelli, anche al livello sindacale, a dispetto della Costituzione.

g) Il ripudio di ogni intervento estero o di guerra che non sia strettamente difensivo, assieme al ritorno allo spirito ed alla lettera della sicurezza collettiva.

Sottometto quest’Appello alla vostra attenzione, chiedendo cortesemente una risposta. Per arricchire la riflessione comune potete aggiungere un commento a questo Appello – i commenti giudicati non idonei alla deontologia scientifica o cittadina saranno cancellati. Oppure i Comitati in formazione potranno contattarmi all’indirizzo qui sotto per trovare il migliore modo di coordinamento. Mi permetto sopratutto di chiedervi la più ampia diffusione possibile dell’indirizzo di questo sito tra le vostre conoscenze, tra i vostri membri ed altri gruppi amici, almeno se giudicati che questo possa essere utile per lanciare il dibattito e creare una dinamica rivendicativa di fondo. Il sito stesso dovrebbe diventare il vettore di una creazione collettiva. L’emergenza capillare dei Comitati dovrebbe presto trasformarsi in un’onda gigantesca ed autonoma ma organica al popolo delle lavoratrici e dei lavoratori intellettuali e manovali, in breve organica a tutte le nostre e tutti i nostri concittadine/i di buona volontà.  

La rottura radicale col sistema neoliberale attuale non si fa a parole ma bensì militando e organizzandoci per cambiare l’attuale definizione dell’anti-dumping, costruendo il programma attorno a questa domande chiave. Questo renderà tutto il resto possibile.

Perciò, questa nuova definizione deve ricevere priorità assoluta anche perché, interiorizzandone la logica, si muterà radicalmente il « senso comune » della gente, e si creerà gli anticorpi ideologici – nel senso nobile del termine – necessari al nostro popolo, aprendo così la strada alla concezione pratica di un nuovo modello sociale, sostenuto dall’evidenza scientifica, come pure dai principi cardini della nostra Costituzione. Su questa base risulterà possibile costruire una vasta alleanza di classi in vista di « una riforma democratica rivoluzionaria », tranquilla ma capace di andare alle radici dei problemi che confrontano il nostro Paese e la nostra gente.

Alcune/i di voi mi conoscono già tramite le mie e-mail inviate a [email protected], e forse anche grazie al mio sito www.la-commune-paraclet.com. Da qualche mesi, ho effettuato il mio rimpatrio in Italia, a San Giovanni in Fiore, nella mia città nativa in Calabria, col desiderio di essere utile al lavoro di militanza e di organizzazione comune, oggi più urgente che mai.

Vostro,

Paolo De Marco

Per contattarmi: [email protected]

(basta fare copia e incolla per leggere il testo in tutta tranquillità senza rimanere online)

Recensione argomentata del suo libro Abitavamo vicino alla stazione : Storia, idee e lotte di un meridionalista contemporaneo, a cura di Giovanni Cinanni e di Salvatore Oliverio, Rubbettino, Editore Srl, 2005.

Cinanni (Gerace, 25 gennaio 1916 – Roma, 18 aprile 1988) nacque in Calabria. Si trasferì giovane a Torino seguendo la sua famiglia come tanti altri emigranti interni del Meridione. Conobbe e fu influenzato dal grande scrittore Cesare Pavese e prese parte alla Resistenza, come fece un altro grande comunista calabrese Rosario Migale. Al contrario di Migale, Cinanni non lasciò mai il PCI ma nonostante rimase sempre lucido. In effetti, Paolo Cinanni risulta essere una delle menti più originali e creative del PCI del dopoguerra, a parte Togliatti. Sposò una sangiovannese e ebbi una influenza notevole sulle lotte nel Meridione e nell’Altopiano silano. Nel suo appunto biografico « Da Gerace a Torino » nota umoristicamente come, fedele al suo nome apostolico – a me piace invece l’etimologia che rimanda alla « semplicità » – la gente vide in lui durante la sua prima infanzia un autentico « sampaolare » destinato dunque a fermare i serpenti ed i « scorsoni ». (p 59-60)

Chiaramente il ritorno alla sua opera di autentico « intellettuale organico » del proletariato italiano fornisce dei buoni antidoti contro i spiriti rinnegati oggi tutti diversamente affaristi ma sempre specializzati in narrazioni di secondo ordine. Scoprì Cinanni grazie ad una citazione di Emiliano Morrone (1). Fu per me una bellissima scoperta. Poco fa avevo scritto la mia recensione argomentata del libro che Pino Fabiano aveva consacrato a Rosario Migale. Con Cinanni potevo chiarire altri aspetti relativi alle vicende del PCI e della sinistra nel Meridione sin dall’inizio degli anni 50-60. In particolare, le drammatiche conseguenze del recupero della questione della riforma agraria da parte della DC, e il ruolo, troppo negletto, di figure scure, ad esempio quella del Grieco, negli eventi che segnarono lo sviluppo dello sottosviluppo del nostro Sud.

Cinanni fu un autentico marxista italiano e un grande calabrese. Le sue fonti e il suo metodo non erano dogmatici ma totalmente scientifici. Condivido con lui certe idee chiavi tali l’importanza del lavoro vivo, della riduzione del tempo di lavoro, del salario differito e anche, come vedremo in seguito, la necessità di addossare le lotte sulla Costituzione, nata dalla Resistenza. Da questo punto di vista Cinanni ci da una illustrazione esemplare della potenza del metodo marxista quando viene utilizzato da uno autentico intellettuale organico.

Cinanni ebbe la fortuna di sviluppare i suoi concetti principali quando il marxismo non era ancora inquinato da tanti presunti marxologhi, incluso nelle loro veste «spettrali » tali i vari pitre innominabili come Derida ed altri. Mentre Althusser difese l’epistemologia e il metodo marxisti al più alto livello possibile in assenza della delucidazione – da me proposta – della scientificità della Legge del valore contro le falsificazioni di Böhm-Bawerk, Tugan-Baranosvki, Bortkiewicz et al. (2), Cinanni difese in modo pratico la linea di massa più lucida per il PCI. Peccato che non fu meglio ascoltato dagli altri dirigenti, in particolare la componente di destra – Berlinguer, Napolitano e altri – che oggi, nella nostra Italia trasversalmente spinelliana, sembrano confondersi in retrospettiva – ma non tanto – con autentici stay behind.

L’importanza di questa attitudine risulta dalla brillante delucidazione proposta da Althusser in difesa del marxismo con la sua distinzione tra leggi generali e leggi universali. Come dimostrò Marx riprendendo e storicizzando il Kant della Critica della ragione pura,le leggi universali debbono riposare sopra un « concreto concettuale » (« concret pensé » secondo Marx) delucidato e dunque corrispondente interamente al suo oggetto di studio. La sociologia borghese rimane sempre empirica, può al limite stabilire leggi generali. Il positivismo di Auguste Comte o quello formalistico di Karl Popper non può dunque pretendere ad un statuto scientifico, nemmeno come propedeutica a questo metodo. La questione fondamentale posta da Althusser è questa: se non è ancora raggiunto il « concreto concettuale » in una data disciplina oppure – come fu il caso dopo le falsificazioni del marxismo fabbricate dopo la morte di Marx – se questo « concreto concettuale » viene occultato e mistificato, come procedere per distinguere la parte scientifica da quella pre-scientifica derivata da leggi generali?

Non basta considerare come fece Th. Kuhn che la scienza è solo un insieme di nozioni collegate tra loro, cioè un paradigma che ancora resiste alle confutazioni critiche conservando così il suo statuto di scienza standard almeno finché un altro paradigma più adeguato alla realtà lo sostituisce. Già Vico proponeva la distinzione essenziale tra certezza e verità.

La risposta sta nella ripresa da Marx, fondamento delle brillantissime delucidazioni di Althusser, della distinzione kantiana tra metodo di investigazione e metodo di esposizione. Il metodo di esposizione parte dal « concreto concettuale » per risalire dal semplice astratto al complesso concreto nelle sue varie forme in modo da rendere conto, o meglio, di afferrare la realtà. Il metodo di investigazione compiuto – risultato subordinato allo sviluppo storico che ne permette lo svelamento in atto nella Storia umana – stabilisce l’Universo nel quale si ci muove. L’Universo della scienza economica è quello delle merci, cioè del valore di scambio sapendo che ogni valore di scambio deve avere un supporto in un valore di suo. Quando i caratteri distintivi dell’Universo in questione sono stabiliti allora è possibile raggiungere scientificamente il « concreto concettuale » del dominio sotto investigazione.

Per illustrare questo processo cognitivo/storico ho proposto la metafora del puzzle incompiuto ma già afferrato mentalmente nella sua integralità, cioè nei suoi possibili comunque sempre poi da dimostrare in modo deduttivo. L’esempio famoso fornito da Marx per l’economia politica concerna il valore di scambio della forza del lavoro come unico metro possibile ma necessario per stabilire la commensurabilità delle merci tra loro, metro intuito da Aristotele senza che questi fosse capace concludere per causa dell’occultazione prodotta dal modo di produzione largamente fondato sulla schiavitù. Althusser cercò di analizzare sistematicamente questo processo di avvicinamento alla verità definendo vari livelli di conoscenza logicamente difendibili ma sempre in congruenza con la realtà empirica studiata. ( Vedi: On the Materialist Dialectic”, prima pubblicato in La Pensée, Agosto 1963, accessibile in www.marxists.org nella sua versione inglese. )

Se Althusser avesse avuto lo vantaggio della mia delucidazione della legge del valore, il marxismo avrebbe già trionfato nella Battaglia delle Idee. Oggi purtroppo molti rimangono incatenati nella famosa Caverna e parecchi tra questi, in particolare gli accademici che hanno letto le mie opere ma fanno finte di niente, non sono altro che dei servi in camera mossi solo dai loro neuroni intestinali.

Semplificando, Althusser salta – a torto secondo me – i tre primi capitoli del primo volume del Capitale scritto e pubblicato da Marx stesso ma lo fa per una semplice ragione: rimanda subito alla spiegazione marxista dello sfruttamento della forza del lavoro in modo da spiegare scientificamente l’origine del profitto e delle varie forme di accumulazione del capitale, cosa rimasse opaca ad Adam Smith e a tutti gli economisti prima e dopo di lui. La partita scientifica si gioca proprio sul terreno dell’economia politica detta classica e per fortuna venne giocata dal uno dei più grandi e onesti logici nella storia del pensiero umano, cioè da Karl Marx.

Ho mostrato altrove le basi della grande allucinazione marginalista, cioè di una asinata concepita dai filo-semiti nietzschiani per creare una narrazione atta a salvare il sistema di sfruttamento dell’Uomo dall’Uomo, della quale oggi loro stessi risultano le prime vittime con tanti tipici premi Nobel incestuosamente conferiti nel tentativo vano di consolidarne la plausibilità. In effetti, il prezzo di equilibrio del mercato, tanto per la microeconomia che per il « mercato dei mercati » sensato rappresentare la macroeconomia, viene stabilito irrazionalmente esibendo nel modo più grottesco la famosa contraddizione logica ex ante/post hoc: per stabilire la curva di offerta si danno le tabelle della domanda e per quella della domanda si danno quelle dell’offerta, poi si incrociano le due curve e voilà !, fatto. Giordano Bruno, eminente pensatore scientifico – vedi la sezione Italia di www.la-commune-paraclet.com – denunciava già le « pedanterie e asinate » degli intellettuali di regime e delle loro vittime, tra i quali dobbiamo oggi aggiungere i poveri studenti costretti a pagarle con spese scolastiche sempre in aumento in un sistema di educazione sempre più privatizzato e subordinato al capitale ed alle logge massoniche più reazionarie.

Tutta la dinamica della riproduzione dell’Uomo nella Natura e nella Storia avvicinata da Vico e, per il lato economico, da Adam Smith ed altri, si trova dunque delucidata. Basta allora dimostrare i sviluppi storici reali distinguendo ere o età, modi di produzione ed epoche di riproduzione. Nel difendere il suo metodo scientifico Marx pretese avere fatto per l’economia politica quello che Darwin aveva fatto per l’evoluzione delle specie, incluso la specie umana. Darwin non avrebbe raggiunto questo risultato senza il ristabilimento della differenza kantiana tra scienza – dominio dell’universale – e pre-scienza – leggi generali – e infine paralogismi – cioè sofismi e narrazioni -, e senza le tassonomie stabilite anteriormente tra le quali quelle di Herder – concetto di specie – e di Buffon, Cuvier ed altri.

In retrospettiva, con il beneficio delle mie delucidazioni tanto per la microeconomia – processo di produzione immediato – quanto per la macro-economia – Equazioni della Riproduzione Semplice e Allargata – e, al contrario di quanto affermarono tutti i falsari borghesi come Böhm-Bawerk et al., si può affermare non esiste nessuna contraddizione tra il primo volume del Capitale di Marx e i susseguenti volumi due e tre. Per provarlo, basta dimostrare che la Riproduzione Semplice e Allagata analizzata sulla base di un tasso di composizione organica del capitale (v/C dove C = c + v) identico e di un tasso di sfruttamento (pv/v) identico non rappresentano affatto un caso particolare. Questa dimostrazione definitivamente fu fornita con l’integrazione coerente nelle Equazioni della RS-RA della mia teoria della produttività, cioè della forma di estrazione specifica del modo di produzione capitalista.

La specificità dei scritti di Cinanni risulta propria da questa sua convinzione gramsciana che il marxismo è scienza, anche perché le proto-scienze economiche borghesi trattano solo di merci, riducendo il lavoro umano ad un mere fattore di produzione come qualsiasi altro, senza tenere conto del fatto fondamentale e non trascurabile che l’essere umano non può assolutamente essere ridotto allo mere statuto di una merce. Perciò, Cinanni appare come un autentico marxista gramsciano.

Vediamo ora alcuni dei suoi concetti oggi ancora primordiali ma resi interamente scientifici con i miei contributi. Noto, en passant, che l’occultazione non è una confutazione accettabile è neanche l’esclusione e la persecuzione ad opera di lillipuziani filo-semiti nietzschiani e sionisti che dovranno, come sempre, essere soggetti alla giustizia con i dovuti risarcimenti oppure, se la giustizia viene negata, alla loro propria legge del tallione – occhio per occhio. If they want their pound of flesh … In conclusione, vedremmo il ruolo nuovamente distruttore della figura nera del Ruggiero Grieco per il Meridione, ruolo che spiega il comportamento diverso adottato rispettivamente da Migale e da Cinanni, ambedue lucidi sulla questione dello sviluppo socio-economico soffocato del Sud per favorire l’industrializzazione capitalista del Paese al Nord.

1 ) Il lavoro vivo e il lavoro oggettivato. Questa distinzione è una delle chiave della legge del valore marxista perché stabilisce il meccanismo dell’estrazione della sovrappiù e dunque della meccanica dell’accumulazione del capitale ( in senso generico ) secondo i modi di produzione e le loro epoche riproduttive, dunque anche del profitto capitalista. Il concetto delucidato del lavoro vivo, sbarazzato dalle falsificazioni imposte al marxismo, è restituito in modo definitivamente scientifico nel mio Tous ensemble fondato su un primo abbozzo presentato all’inizio degli anni 80 per il MA. Sono orgoglioso nel ricordare che i sviluppi dati in seguita a questo abbozzo mi valse l’accusa criminale di « essere ossessionato con la legge del valore », cioè di essere ossessionato con uno degli aspetti cardini della mia tesi di Ph.D. Per stabilire la legge della produttività capitalista si presupponeva anche la risoluzione del problema della rendita. Cinanni in quanto autentico aveva afferrato un degli elementi essenziali semplicemente perché, come Althusser, in quanto gramsciano aveva capito che non esiste accumulazione senza sfruttamento della forza di lavoro.

2 ) « Scala mobile delle ore di lavoro ». Qui splende l’assenza gramsciana di dogmatismo caratteristica del Cinanni. Il concetto deriva dai lavori della IV internazionale del 1939, cioè dall’Internazionale trozkista. Vedi « Sliding scale of wages (inflation) and « sliding scale of working hours » in https://www.marxists.org/archive/trotsky/1938/tp/tp-text.htm#ss , pagina 22.

Per il retroscena, diciamo solo che Trotzki, che non fu mai un economista, prese il concetto dai lavori di Marx (a cominciare da quelli del 1847 ma anche già dagli importantissimi Manoscritti parigini del 1844. Trotzki, bene al corrente dei sviluppi mondiali incluso nei Stati Uniti, fu anche influenzato dalle lotte condotte in tutta l’America del Nord dalla One Big Union, la quale elaborava sulle proposte, tanto essenziali quanto poco conosciute, elaborate da Emile Pacault. (vedi il mio Tous ensemble.)

In effetti, la riduzione del tempo di lavoro riproposta con la RTT della « gauche plurielle » rimane una delle chiavi principali per la risoluzione della crisi strutturale attuale; l’altra è la riformulazione della definizione dell’anti-dumping per tenere conto dei tre componenti che formano quello che ho chiamato il « reddito globale netto » dei focolari », cioè il salario individuale capitalista, oggi unico criterio disumanizzante sacralizzato dall’OMC, il « salario differito » e i trasferimenti ai focolari sotto forma di accesso universale alle infrastrutture ed ai servizi pubblici. La definizione dell’anti-dumping oggi prevalente fa astrazione dei diritti del lavoro, anche minimi tali quelli ancora sanciti dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro, come pure dei criteri ambientali minimi, incluso il principio di precauzione. La competizione globale si fa al ribasso senza che ci sia, come voleva pretendere il pitre Robert Solow, nessuna soglia fisiologica per stabilizzare il salario; in effetti, la competizione neoliberale globale non si fa solo con gli Europei dell’Est ma con mezzo miliardo di compagni Dalits con una aspettativa di vita media di 40 anni! La globalizzazione neoliberale è dunque una legge delle giungla generalizzata che pretende sottomettere gli esseri umani al regno delle merci – reificazione – e questi alle illusioni non-sostenibili indotte dalla speculazione egemonica.

3 ) « Salario indiretto o differito » . Cinanni cita a questo proposito il Cahier 1 de l’institut international d’études sociales. Senza sorpresa questo contiene un lavoro maggiore su un soggetto che appassiona giustamente Cinanni, cioè lo studio di Pierre Grandjeat intitolato Les Migrations de travailleurs en Europe , Librairie sociale et économique, 1966 – 96 pagine. Vedi pure questo link sul problema del salario e dello sviluppo: http://www.worldcat.org/title/problemes-de-la-politique-des-salaires-dans-le-developpement-economique-compte-rendu-dun-colloque-de-linstitut-international-detudes-sociales-tenu-a-egelund-danemark-du-23-au-27-octobre-1967/oclc/715584430&referer=brief_results )

Ancora una volta Cinanni percepisce l’aspetto cruciale del concetto. Con i suoi Fondi sociali proposti nella sua Critica del programma di Gotha, Marx fornì la direzione generale, sottolineandone l’aspetto socio-economico generale – in senso generico – dei circuiti del capitale per la Riproduzione Allargata, ovvero l’equilibrio generale dinamico, in una società socialista. In seguito, per fare breve, vennero i comunisti americani bene rappresentati nei ranghi e la direzione della CIO; questa evoluzione, anche con l’appoggio ambiguo del keynesianismo, aprì la strada alle leggi sulla gestione della forza del lavoro – collective agreements – e della Social Security proposte dal New Deal – con Frances e Wagner per il lato governativo e Lewis et al., per la CIO; si aggiunse l’appoggio crescente di economisti keynesiani tale Hansen.

Questa forte tendenza socio-economica e teorica adottò un slogan emblematico per denunciare il crimine sociale della disoccupazione imposta indipendentemente dalla volontà dei lavoratori, cioè « Through no fault of their own ». Questo movimento generale indusse un cambiamento di attitudine nelle sezioni borghesi più avanzate. Realizzarono che i focolari – modo laico di parlare delle famiglie – necessari per assicurare la riproduzione della forza del lavoro, hanno taglie diverse, in modo che la razionalità strettamente capitalista del salario capitalista individuale non tiene conto di questa realtà umane di base, contraddizione che prende subito la forma della sovra-produzione e del sottoconsumo.

L’inattività dei lavoratori non essendo colpa loro, al minimo gli ammortizzatori sociali – unemployment insurance – e la previdenza sociale vanno riconosciuti come diritti umani fondamentali, conquista sociale sancita dalle Costituzioni nate dalla Resistenza, come pure dalla Dichiarazione Universale dei Diritti Sociali e Individuali del 1948. (Per il Canada, vedi il ruolo di persone influenzate tanto dal marxismo quanto da Beveridge, ad esempio Cassidy in opposizione al tradizionalismo burkiano-nietzschiano – e già filo-semite nietzschiano – di persone tali Jane Fulton, un esemplare di mente conservativa e moralistica in materia di pensiero sociale molto legata alla contro-riforma sociale portata dal Proibizionismo ed tutto il resto, incluso in materia di uguaglianza dei cittadini e dei generi.

In effetti, lo sfortunatamente poco conosciuto Marxista inglese Kay – la mia fonte citata in questa materia – sembra essere stato il primo a riformulare il concetto negli anni 60, probabilmente prima dell’Institut, usando specificamente il termine di « salario differito ». Il Marxista inglese Kay non aveva aspettato la pubblicazione degli ultimo due volumi dell’opera di Keynes per sapere che quest’ultimo era stato fortemente influenzato dall’analisi dei circuiti del capitale di Marx – tramite Sraffa, grazie a Gramsci, e forse secondariamente Maurice Dobb malgrado le sue pretese.

Questi circuiti sono fondamentali per capire il ruolo contro-ciclico del risparmio salariale, dunque del sistema di previdenza sociale. Comunque questa istituzionalizzazione del risparmio anche sotto la forma di « capital pool » in fondi di pensioni pubblici contributivi e mutualistici non deve impedire la giusta comprensione marxista dell’importanza del credito – reale – per la Riproduzione Allargata. (Rimando qui al mio articolo: « Debito pubblico e sciocchezze marginaliste: il caso italiano 3 marzo 2017 » Categoria Economia di http://rivincitasociale.altervista.org ) Ho ripreso questa formulazione alla luce dei miei chiarimenti della distinzione tra produttività micro-economica e competitività macro-economica, vedi Tous ensemble oppure il Compendio di Economia Politica marxista. In un modo di produzione socialista, questi tre componenti rappresenterebbero parte della « sovrappiù sociale », la forme di estrazione specifica a questo modo, l’altra parte andando al reinvestimento effettuato secondo le priorità della Riproduzione Allargata e la gestione socialista del credito pubblico.

4 ) La riforma agraria, la questione degli usi civici e la questione meridionale legata alla problematica dello sviluppo. La letteratura marxista classica, diciamo prima della seconda meta degli anni 70 era ricca di analisi e di esperienze consacrate all’alleanza tra operai industriali e contadini, oppure consacrate alla cruciale quanto dimenticata problematica delle relazioni tra Città e campagna.

Nel 18 Brumaire Marx analizzò già l’importanza fondamentale di queste alleanze e le possibile derive bonapartiste delle varie sezione contadine nelle società ancora fortemente segante da un loro forte peso demografico. Lenin e i Bolscevichi si appoggiarono sulla riformulazione della questione agricola e specificamente del mir in Russia presente nella corrispondenza tra Marx e Vera Zazulitch. In una risposta famosa Marx affrontò la questione con grande lucidità anche perché aveva già iniziato la sua analisi – poi ripresa da Althusser, Foster-Carter, PP. Rey ecc – dei vari modi di produzione pre-capitalisti e della transizione al socialismo.

Dopo la morte di Lenin, Stalin dimostrò di capire questa problematica forse più degli altri. La collettivizzazione delle terre fu così sistematicamente ideata per accelerare il processo di industrializzazione autonomo dell’Unione Sovietica. Senza questa – diffamazione capitalista e nazista messa da parte, vedi le evidenze di archivio fornite da Gilbert Badia in particolare sull’Ucraina nel suo importante studio intitolato, Histoire de l’Allemagne contemporaine, vol. II, 1962 – l’Unione Sovietica sarebbe ritornata capitalista e non avrebbe potuto affrontare sola, almeno fine al 1943 e la svolta segnata dalla sconfitta nazi a Stalingrado, la macchina militare nazifascista costruita con la complicità delle democrazie borghesi occidentali, incluso il governo sociale-democratico dell’ebreo francese Léon Blum.

Ai sviluppi teorici e pratici dei marxisti bolscevichi russi vanno poi aggiunti quelli di Mao Zedong e dei vari movimenti di liberazione nazionali in America, in Africa e in Asia. Questi vanno paragonati al pauperismo teorico-politico distillato su questa questione dai vari Kaustky, Otto Bauer oppure da Eric Wolf. Anche Henri Lefebvre non è al livello malgrado la sua insistenza sulla distinzione città-campagna.

In poche parole, il processo di industrializzazione di una Formazione sociale nazionale – anche durante il movimento iniziale delle Enclosures in GB – produce un riequilibrio dei settori a scapito della demografia delle campagne come pure un riequilibrio dell’inserzione della detta Formazione sociale nazionale nell’Economia mondiale capitalista. Perciò questo movimento inarrestabile deve essere gestito con una giusta gestione del « déversement » (Alvred Sauvy) intersettoriale della manodopera « liberata » dalla crescita secolare della produttività, ma giusta in questo senso che deve essere razionalmente integrata nelle priorità date – di preferenza ai bisogni sociali collettivi con Stalin – alla forma di Riproduzione Allargata momentaneamente adottata. L’Unione Sovietica apparteneva al Sistema monetario europeo in modo che le esportazioni di beni agricoli fornivano le valute straniere necessarie per accelerare l’industrializzazione del paese. La collettivizzazione delle terre – kolchoz e sovchoz – con il controllo statale delle macchine agricole permetteva di spingere questo processo alleviandone pero i sacrifici chiesti ai contadini nella misura del possibile. L’industrializzazione comportava anche in modo virtuoso la produzione domestica di questi macchinari agricoli incrementando così rapidamente la produzione e la ricchezza creata.

Ho spiegato altrove che pure non avendo risolto la questione della Legge del valore, dunque dell’integrazione della produttività nelle Equazioni RS-RA, Stalin partiva del fatto che la Riproduzione Semplice era scientificamente fondata e che per il resto – cioè l’aspetto dinamico della RA- bastava dare la priorità ovunque alla più grande produttività possibile, spartendo al meglio i guadagni derivati dalla più altra produttività e competitività raggiungibili in un certa epoca riproduttiva. Si dovevo alleare il romanticismo rivoluzionario ed il pragmatismo.

Simultaneamente e emblematicamente, il grande marxista Stalin cercò di cooptare le migliori menti contemporanee per risolvere la questione al livello teorico mentre la sua pianificazione – vedi il suo Economic Problems of Socialism in the USSR, February-September 1952 in http://www.marxists.org/reference/archive/stalin/works/1951/economic-problems/index.htm – la risolveva in modo esemplare al livello pratico. Basta dire che con solo due piani quinquennali staliniani l’Unione Sovietica passò dallo statuto di paese sottosviluppato a quello di superpotenza capace di distruggere sola la macchina di guerra nazifascista e alleati e anche di tenere testa ai Stati Uniti dopo il 1945, ad esempio con la dissuasione nucleare acquisita già nel 1949.

La questione fu posta a Einstein il quale confermo la superiorità del marxismo ma fallì nel risolvere la falsa contraddizione inventata da Böhm-Bawerk et al. ( Vedi Einstein, Why socialism, Monthly Review, May 1949). Sfortunatamente poi cercò di cooptare il bene intenzionato Oskar Lange, il quale fu all’origine della distruzione interna del marxismo. Questo perché partiva del fatto che il marginalismo era scienza e dunque se era tale poteva anche applicarsi al modo di produzione socialista. Per la confutazione di questa enormità vedi il mio « Il socialismo marginalista o come incatenarsi se stesso nella caverna capitalista » ( nella Sezione Economie Politique Internazionale del sito www.la-commune-paraclet.com ).

Se Stalin avesse sopravvissuto alcuni anni queste derive micidiali sarebbero state troncate in tempo dovuto. Purtroppo Stalin fu assassinato da medici ebrei – le cosiddette « camicie bianche ». Tipicamente, questo avvenne come ricompensa del suo salvataggio del nascente ma ancora illegale Stato teocratico-razzista e colonizzatore ebreo di Israele. Senza il trasferimento in extremis delle armi necessarie tramite la Germania dell’Est, Israele sarebbe allora stato sconfitto.

Stalin aveva comunque cominciato a capire che la nascita di questo Stato esclusivista e fondamentalmente teocratico e razzista portava al trasferimento delle lealtà degli ebrei sovietici sovra-rappresentati negli organi dirigenti statali e di partito della Unione Sovietica, a favore di Israele e non più a favore dell’emancipazione umana generale. Il singolare razzismo ebrei vs gentili legato all’elezione divina esclusiva si aggrava con un razzismo discriminatorio tra le tribù israelite diversamente elette; pochi sanno che molti rabbini gestiscono i dati anagrafici in conseguenza. Non per niente il ben informato B. Spinoza parlava del « delirio dei rabbini ». Quando Stalin cominciò a prendere delle misure per ridurre questa sovra-rappresentanza assieme alla falsa rappresentanza da essa indotta, fu assassinato.

Yeshov morto il problema dell’infiltrazione già annunciata dal tradimento iniziale di Kamenev nel 1917 ma tollerato da Lenin non era ovviamente stato risolto. Con Chruscev, l’ebreo sovietico e capitalista-roader Liberman, emule malintenzionato del marginalismo socialista di Oskar Lange, dominò il sistema e portò ineluttabilmente alla sua perdita, come già denunciata da Mao. Qui risiede specificamente la verità teorica e pratica delle accuse maoiste di « revisionismo », oggi afferrata da pochi studiosi e militanti, in particolare i compagni trozkisti.

La stessa infiltrazione spiega la contro-rivoluzione ungherese del 1956 e la falsa ortodossia adottata da Georg Lukacs, per rimanere « dentro » : il suo Lenin non è altro che un tradimento del pensiero marxista ed una regressione calcolata verso le illusioni culturali della borghesia e della piccola borghesia occidentali, considerate superiori. (Vedi la critica marxista di Althusser rivolta al buonismo « umanista ». ( Oggi con la propaganda giornaliera legata al recupero dei « diritti umani » riformulati nel quadro della guerra preventiva e dei Patriot Acts, siamo tutti vaccinati … Per contro, sapiamo tutti che gli USA non riconoscono la protezione contro la fame come un diritto fondamentale. ) Lo scopo di questo discepole di Max Weber era semplicemente di relativizzare il marxismo togliendone il suo aspetto scientifico, cioè in particolare l’universalità della legge marxista del lavoro e dunque il fondamento dell’eguaglianza umana. La sua insistenza sul cosiddetto « giovane Marx » non affrontò mai il contributo politico-democratico essenziale del « giovane Marx », cioè la critica marxista definitiva dell’esclusivismo esposta nella sua Questione ebrea. Rimando qui alla questione della lealtà politica e dell’esclusivismo segnalata sopra.

Detto questo, a parte la cooptazione delle riforma agraria e dunque della problematica dello sviluppo della nostra Repubblica italiana, nata dalla Resistenza, ad opera della democrazia cristiana, rimane che certi personaggi e certi metodi non possono più essere taciuti senza nuocere all’analisi scientifica e obbiettiva – i.e., fondata – dei fatti. Il Sud fu primariamente vittima delle manipolazioni capitalistiche della DC e dei suoi maestri atlantici. Questo include la cooptazione a fine politica delle mafie a cominciare durante lo sbarco in Sicilia con il lancio del foulard di Lucky Luciano come segnale della ribellione mirata a fare tacere le batterie dei cannoni. Questa cooperazione poi appoggiata da Gladio, dai stay behind ecc aveva già prodotto crimini emblematici come quelli perpetrati a Portella della Ginestra e tanti altri in seguito.

Non vi è dubbio che molte cose diventano più chiare quando si scopre che Grieco dirigeva l’ACMI, l’Alleanza dei contadini del Mezzogiorno d’Italia. Questo nel contesto del recupero della riforma agraria da parte della DC dopo che le pressioni americane costrinsero l’uscita del PCI dal governo, mettendo fine al movimento virtuoso lanciato con i decreti Gullo.

La spaccatura del 1962 che portò un Resistente e comunista come R. Migale, largamente strumentalizzato da altri, a rompere con un PCI incapace di concepire una autentica alleanza tra operai, cittadini e contadini nel Sud, va interpretata in questo contesto.

Ruggiero Grieco è proprio quello dirigente che giocò un innegabile ruolo nell’imprigionamento dei dirigenti comunisti e di Gramsci con le sue lettere inviate da Basilea, dopo aver cercato in farle inviare da Mosca per meglio coprirsi. Su questo episodio cruciale, vedi il mio saggio del 2013 intitolato « Althusser or why compromising compromise must be rejected » (in Download Now nella Sezione Livres-Books di www.la-commune-paraclet.com ; basta usare il termine « grieco » con la funzione ricercare per andare subito al dunque. ) Grieco è anche quello che scrisse il famigerato « Appello ai fratelli in camicia nera » del 1936 testo poi prudentemente ribattezzato. (vedi  https://it.wikipedia.org/wiki/Ruggero_Grieco ) Si sa che l’Italia, paese con un forte tasso di pauperismo strutturale, esibisce anche un tasso di informatori di polizia e di crumiri più alto rispetto a tutti gli altri paesi civilizzati, oltre alla cooptazione delle mafie ed al clientelismo rampante.

Sfortunatamente Grieco ebbe un ruolo importante nelle definizione della politica agraria del PCI sin dal inizio del suo impegno nel nuovo partito nato dal Congresso di Livorno. Nacquero così successivamente molte strutture con un’importanza e una durata variabili. Ma questo ruolo del Grieco non è ancora analizzato con la dovuto obbiettività storica. Purtroppo la chiarificazione del suo ruolo rispetto a quello, tra altri, di Gramsci, di Cinanni e di Migale permetterebbe di illuminare tutta la problematica di quello che Gramsci chiamava « la quistione meridionale ». Gli Archivi devono ancora parlare.

A questo punto io posso solo notare questa lacuna e le discrepanze, anche sulle date. Ad esempio, nell’introduzione del libro di Cinanni oggetto di questa recensione, Francesco Tassone scrive: « E questo dunque il nodo centrale del conflitto interno del PCI con l’opposta posizione di Amendola, un conflitto che si concluderà solo nel 1962, quando l’organizzazione politica dei contadini meridionali, ACMI (cioè l’Alleanza dei contadini del Mezzogiorno d’Italia), creata da Grieco nel 1951 (?), verrà soppressa ed inglobata nell’organizzazione nazionale, sul presupposto che il « miracolo economico » del Nord avrebbe investito presto anche il Meridione, assimilandolo al resto del Paese» (p 42 )

L’Alleanza nazionale dei contadini diretta da Grieco nacque nel 1955, poco prima della sua morte. Nonostante, Tassone scrive così: « Il movimento intanto, su cui incombe il problema dell’organizzazione, si è dotato di un importante strumento, l’Alleanza dei contadini del Mezzogiorno d’Italia, l’A.C.M.I, capace di lavorare sulla specificità, anche culturale, delle loro istanze. Attraverso di essa Cinanni, che nel 1956 ne diventa il segretario generale, conduce importanti esperienze, di cui una riguarda la natura dei patti agrari vigenti nelle campagne meridionali ( spesso semplice trasposizione contrattuale dei diritti feudali aboliti con la legge eversiva della feudalità ).

Un’altra riguarda l’attivazione delle funzioni dei comuni per il progresso dell’agricoltura e più in particolare per il recupero e la valorizzazione delle terre comunali, tema ancora aperto, di grande valore pratico e più ancora politico, come una delle vie da seguire per la rie-acquisizione da parte del Meridione della sua identità di soggetto » (pp 44-45)

Questa imprecisione dimostra come uno degli aspetti cardinali della questione meridionale sia mediocremente analizzata. Un lettore non specializzato non può ancora avere accesso ai rapporti tra Migale e Cinanni nel periodo critico che va dal 1955 al 1962. Possiamo solo dire che Cinanni aveva la riputazione di pensare con la propria testa, che era fortemente legato al Meridione e che aveva la reputazione, all’interno del Partito, di esser « cocciuto ». Possiamo anche avanzare che Cinanni, in quanto comunista calabrese, cercò di salvare l’essenziale dopo l’uscita forzata del PCI dal governo nel 1947, cioè dopo la perdita del potere decisionale al livello governativo. Cercò di operare all’interno del suo partito correggendo le scelte del PCI, il quale subordinava la questione agraria meridionale allo sviluppo industriale del Nord.

E proprio in questo contesto che si deve valutare il rilancio da parte di Cinanni dell’importantissimo concetto degli usi civici, oppure quello del cosiddetto « sciopero alla rovescia » o quello della « passeggiata dimostrativa » (p 158) metodi tutti addossati alla Costituzione ed alla legalità. Su questo capitolo non mi sembra che le azioni di Migale, anche durante l’occupazione delle terre pubbliche nell’Isola di Capo Rizutto, seguissero una linea tattica diversa, anche se Migale sembrerà inanzi tutto combattere una battaglia di retroguardia che non era riuscita a prendere la giusta misura delle tendenze strutturali scatenate dall’adozione della PAC e dalla sua gestione peculiare a scapito del Sud da parte della DC e dei suoi vari governi. Pino Fabiano nota le lotte ripetute con i stessi metodi per l’integrazione del prezzo del grano.

Intanto, è proprio la questione degli usi civici a fare capire il fallimento della riforma agraria cooptata e strumentalizzata dalla DC. Il Tassone riassume così: « Quanto alla consistenza delle nostre terre pubbliche e di uso civico egli – Cinanni – riporta i dati pubblicati dall’INEA nel 1956, ma tuttora validi: ” la superficie complessiva che risulta in possesso degli enti è in tutt’Italia 6.253.078 ettari, ma fra le terre usurpate e tutt’ora in proprietà promiscua, i competenti calcolano che ci sono almeno tre milioni-tre milioni e mezzo di ettari su cui persistono i diritti di uso civico: in tutto un patrimonio di nove-dieci milioni di ettari, di cui due milioni e mezzo-tre milioni tutti convenientemente utilizzabili per la coltura agraria ” » (citato p 45)

Basta riferirsi al bilancio in superficie della riforma agraria in mano alla DC. Questa era ideata sopratutto per creare piccoli proprietari agricoli senza futuro economico a parte l’immigrazione, ma suscettibili ad essere cooptati dall’ideologia dominante della proprietà privata, dunque del conservativissimo politico, il tutto senza realmente intaccare le grande imprese agricole. La logica della PAC spingeva comunque alla concentrazione-centralizzazione delle terre in un senso chiaramente produttivistica. Vanno pure sottolineate le lacune del movimento cooperativo agricolo nel Meridione come dimostra la non partecipazione di Migale e dei suoi compagni contadini di Cutro.

Ecco il riassunto fornito da Cinanni: « Persistono nel nostro paese vasti residui di proprietà promiscua feudale e vaste estensioni di ‘’terre pubbliche’’. E l’agricoltura ci appare ancora oggi ” dominata dalla piccola e dalla media impresa di tipo familiare ”, estremamente frantumata, con scarse possibilità di impiego dei moderni mezzi di produzione; le proprietà private che non superano il mezzo ettaro di estensione rappresentano il 53,1% delle imprese, ma coprano soltanto il 4,3% dell’intera superficie; quelle da 0,5 a 5 ettari rappresentano il 39,8% delle imprese e il 29,1 % della superficie; quelle da 5 a 50 ettari il 6,6 % delle imprese per un 37 % di superficie; infine le proprietà private oltre i 50 ettari sono appena lo 0,5 % del totale delle imprese, ma occupano il 29,6 % delle superficie. In Italia occorre costruire un’ipotesi di riforma agraria partendo da questi dati, che raccolti nel 1948, sono stati aggiornati nel 1955 dopo gli scorpori del « leggi stralcio » con i risultati sopra riferiti, che da allora non hanno subito notevoli modificazioni. » ( p 129)

Un esempio emblematico della logica capitalistica della riforma della DC viene fornito dal campeggio di Lorica. Qui Cinanni viene letto avendo in mente l’attuale scellerata privatizzazione del demanio. « Siamo tuttavia convinti che non mancheranno altri tentativi per privatizzare le « terre pubbliche » a beneficio di speculatori capitalistici; anche se, sul piano pratico, ciò avviene regolarmente in tutto il Mezzogiorno. Sarebbe troppo lungo illustrare nei particolari le significative esperienze fatte in Sila solo in questi ultimi mesi: in una sola località – Lorica -, l’ACI ha venduto per pochi soldi un autostello, compresa una collina coperta di un bosco d’alto fusto apparentemente col terreno su cui sorgeva l’autostello al demanio « Crocefisso » di San Giovanni in Fiore; ancora: la Sezione fallimentare del tribunale di Cosenza ha venduto altri 7.000 metri quadrati dello stesso demanio, ma il compratore se ne recintati almeno 70.000 metri quadri; ancora: Il Commissario regionale degli usi civici ha diffidato insieme il Comune e la Sezione fallimentare del Tribunale, dichiarando nulle le suddette vendite, ma i beni – pure dichiarati incommerciabili – restano nelle mani dei speculatori. (…) Fatti analoghi avvengono in centinaia di Comuni, in migliaia di casi, in tutto il Mezzogiorno » ( p 132)

Cinanni noterà altrove : « 1 ) Lo scandalo ACI. Per errore, l’O.V.S. aveva « espropriato » all’usurpatore Berlingeri il terreno del demanio Crocifisso, ove sorge l’Autostello e il « Camping Lorica ». Occorre premettere che la Corte Costituzionale ha annullato tutti i decreti di esproprio che hanno operato su terreni di « qualità demaniale ». I terreni demaniali sono « inalienabili », « imprescrittibili » e « inespropriabili ». La dottrina conferma: « ogni occupazione ed ogni alienazione illegittima del demanio comunale è dichiarata abusiva a qualunque epoca l’una e l’altra rimonti; essa non potrà in nessuno caso essere considerata come titolo di promiscuità, e sarà in ogni tempo improduttiva di alcun diritto o effetto … » ( 165)

La mancata riforma agraria andrà di pari passo con un sviluppo disequilibrato che esagererà le disparità regionali a scapito del Sud. Il Meridione sarà allora vittima di uno drastico spopolamento, le migrazioni di massa verso il Nord e verso l’estero giocando il ruolo di variabile di aggiustamento principale. Cinanni non potevo quindi fare astrazione di questa realtà.

5 ) Sviluppo e migrazioni. Cinanni fu uno eloquente critico del fenomeno conosciuto come « brain drain ». Ma in quanto marxista, Cinanni va oltre le solite analisi. Non si accontenta di fornire i numeri degli immigrati italiani e il loro punto di partenza regionale. Cinanni smonta la logica governativa sottolineando prima il baratto di lavoratori italiani nelle miniere esteri per ripagare i debiti e secondo la falsità dell’argomento dominante sui presunti benefici delle rimesse. Queste, analizza Cinanni, non compensano il costo di formazione della manodopera in patria e non servono affatto a sostenere lo sviluppo del Meridione; aggravano invece il divario Nord-Sud. Perciò come misura minima proponeva di consacrare gran parte di queste rimesse al sostegno dell’industrializzazione del Sud, incluso per la modernizzazione del settore agricolo.

Intanto, analizzando il caso della Svizzera – decollo industriale e economico legato alla politica di accoglienza degli immigranti –, affrontò il problema dello sfruttamento e della dignità dei lavoratori immigrati. Riprende un’idea progressista, quella di conferire agli migranti residenti il diritto di partecipare alle elezioni dei rappresentanti sindacali come pure alle elezioni municipali. Questo rimane un concetto democratico essenziale, in effetti uno dei migliori antidoti contro la demagogia xenofoba e razzista.

Intanto va sottolineato che l’Italia soffre di un deficit per i flussi di popolazione, il numero di residenti italiani che scappa dal nostro Paese ormai allo sfascio è superiore a quello degli arrivi dall’estero. Perciò, quando attaccano i diritti dei profughi e degli immigrati in Italia, i demagoghi razzisti e xenofobi nostrali mettano a repentaglio i diritti dei nostri cittadini immigrati all’estero.

Infine, Cinanni fornisce una importatissima tabella sull’evoluzione della parte relativa dei settori economici da leggere e valutare a confronto delle ripetute onde di immigrazione degli Italiani all’estero. Questa tabella dispone anche delle pretese ultra-conservative oggi propagate dai cosiddetti borbonici che non si rendono nemmeno conto che la monarchia borbonica utilizzava l’industria metallurgica di Mangiana prevalentemente se non solo per la fabbricazione di armamenti e privilegiava il cabotaggio marittimo per non sviluppare le strade e le ferrovie interne in modo da non consentire la circolazione delle popolazioni e dunque i scambi di idee tra loro.

All’epoca, la monarchia borbonica, assieme a quella austriaca, era sotto la dominazione delle logge massoniche le più propense a difendere le disuguaglianze e le idee le più arcaiche e conservative del mondo. La rapida rimessa in causa della Costituzione borbonica del 1848 ed il ritorno all’assolutismo più regressivo illustrano come fece fatica fine all’ultimo ad accettare il concetto della sovranità del popolo contro le pretese del diritto divino dei soli monarchi e gruppi (auto)eletti.

Ecco la tabella ( p 197) intitolata « Distribuzione della popolazione per rami di attività economica »

Censimento                                      su 100 attivi

                   Agricoltura          Industria              Altre attività

1871           45,4                     25,2                     29,4

1881           43,6                     38,2                     17,4

…                …                         …                         …

1936           67,3                     16,6                     16,1

…                …                         …                         …

1951           63,38                   20,04                   16,58

1961           46,05                   32,18                   21,77

Fonte: Inchiesta sulla disoccupazione per il periodo 1871-1936; Relazione sui Provvedimenti straordinari in Calabria (Catanzaro, 23-24 maggio 1964), per il 1951 e il 1961.                        

Chiaramente il metodo marxista utilizzato da Cinanni per affrontare la problematica dell’immigrazione e dei flussi di popolazione rimane di attualità anche se oggi prende delle forme diverse, l’Italia diventando con difficoltà un paese di accoglienza. Vedi, ad esempio, il mio saggio intitolato « L’Italia alle prese con le migrazioni moderne » nella Categoria Migrazioni del sito http://rivincitasociale.altervista.org

6 ) Lo « sciopero a rovescio » e le « passeggiate dimostrative ».

Cinanni prendeva sponda sulla Costituzione e sulla forza del Partito comunista italiano, allora primo in Occidente con il PCF per numeri di aderenti e per riputazione, e sulle esperienze vissute quotidianamente nel Sud – es. San Giovanni in Fiore, Melissa ecc. A queste si aggiunge la memoria delle prime occupazioni delle terre nel secondo decennio del XX secolo. Furono così proposti lo « sciopero a rovescio » e le « passeggiate dimostrative », cioè forme di disobbedienza civile di massa legalmente motivate e adatte alla mobilizzazione dei gruppi non organizzati, tali i piccoli contadini.

Questo prenderà, ad esempio la forme delle occupazioni pacifiche di terre espropriate dai privati, oppure quella del blocco dimostrativo delle strade e superstrade. Oggi ancora a San Giovanni in Fiore si rimane attaccati e convinti della giustezza di queste tattiche, cosa indubitabile in se, ma senza sempre prendere il tempo per adattarle al nuovo contesto socio-economico e legale – ad esempio, il tentativo di travolgere i diritti costituzionali, sopratutto in materia di diritti individuali e sociali con il pretesto della lotta al terrorismo, lotta in gran parte inventata dai stessi dirigenti atlantici nel quadro della guerra preventiva, guerra strettamente illegale secondo il diritto internazionale. Ultimamente, con i vergognosi quanto inutili decreti Minniti si ritorna, secondo me e tanti altri, addirittura al Codice Rocco, in violazione frontale della Costituzione italiana, del diritto e dei costumi europei.

Oggi come ieri lo spirito è lo stesso: prendere appoggio sulla Costituzione scritta in gran parte, almeno per quello che riguarda i suoi principi cardini, dai Comunisti e dai Resistenti italiani in concordanza con la Dichiarazione Universale dei Diritti Individuali e Sociali della Persona Umana.

Paolo De Marco,

Copyright © La Commune Inc, 17 luglio 2017

NOTE:

1 ) « San Giovanni in Fiore: fatica allu scuordu, ammucciàti Comune e Regione » By Emiliano Morrone, 3 giugno 2017 https://www.emilianomorrone.it/san-giovanni-fiore-fatiga-allu-scuordu-ammucciati-comune-regione/   

2 ) Vedi la mia Introduzione metodologica e il mio Compendio di Economia Politica Marxista entrambi accessibili nella Sezione Livres-Books del mio sito www.la-commune-paraclet.com

Il Comitato Cittadino per il Lavoro Dignitoso (CCLD) vuole denunciare senza mezzi termini la gravissima mancanza di rispetto dei dirigenti regionali attuali per la democrazia e per le cittadine/i e le disoccupate/i.

Il progetto di finanziamento di cooperative in ambito boschivo con scadenza il 31 luglio 2017 è unilateralmente prorogato al 18 settembre 2017. Cioè, con l’arrivo dell’inverno alle calende greche. La scadenza, prima stabilita per il fine aprile slittò a fine maggio, poi a fine giugno, poi ancora a fine luglio ed ora al 18 settembre …

Non ci fu nessuna consultazione, non fu nemmeno convocato il tavolo tecnico previsto un anno fa sotto l’egida del Prefetto!

E proprio quest’attitudine che spiega lo sviluppo dello sotto-sviluppo nella nostra Regione. Le cittadine/i e le disoccupate/i non si trattano in modo così cavaliere anche perché sono loro, con le loro tasse e con la sofferta mancanza di paghe, di previdenza e di assistenza sociali, purtroppo sanciti dalla Costituzione fondata sul lavoro, a pagare le loro remunerazioni. Perciò, il loro compito istituzionale è di servire i cittadini non certo di prenderli in giro per anni, come avviene per le disoccupate ed i disoccupati del CCLD e di San Giovanni in Fiore (CS), la cui lotta civile, pacifica e costruttiva risale al mese di Febbraio del 2016.

Va aggiunto che per creare una cooperativa, essendo questa necessaria per partecipare al bando pubblico promesso, le disoccupate ed i disoccupati, troppo spesso di lunga durata, hanno dovuto affrontare spese per loro ingenti.

Il CCLD sottolinea in oltre il fatto che il bando pubblico per 230 corsi di formazioni di 6 mesi che dovevano iniziare il mese di febbraio scorso sono ora in mano alla Procura. Si vorrebbe anche sapere che fine faranno.

E questo in modo di governare?

Il Comitato Cittadino per il Lavoro Dignitoso.

2 agosto 2017.

Re: « In arrivo altri tagli alle pensioni », di Pierluigi Pennati  http://contropiano.org/news/politica-news/2017/08/01/arrivo-altri-tagli-alle-pensioni-094394

 

Commento: Bello articolo; grazie per la vigilanza.

A parte la pericolosa privatizzazione in corso nel contesto della gravissima crisi economica attuale, aggravata da una inedita crisi della finanza speculativa oggi egemonica, la pensione è un « salario differito ». Non ha niente a che vedere con una presunta « discriminazione tra le generazioni ». Sopratutto nel quadro di una politica mirata a superare in modo poco costituzionale il sistema per ripartizione con quello contributivo.

In oltre, in Italia non si fa bene la distinzione tra previdenza sociale e assistenza sociale. Quest’ultima deriva da un obbligo costituzionale relativo al rispetto dei diritti fondamentali individuali e sociali. Usualmente quest’obbligo ricade sulla fiscalità generale. In Italia è diverso. Nel 2003, il sistema costava 14 % del PIL ma includeva 3 % destinati all’assistenza, senza nemmeno tenere conto del guadagno fiscale di parecchi miliardi per le casse dello Stato. (1) All’epoca il sistema italiano aveva già assorbito il peso demografico in modo che i cambiamenti furono unicamente motivati dall’ideologia neo-liberale e regressiva.

Nel caso questa modifica diventasse legge dobbiamo prepararci per un referendum abrogativo che avrà una grande significazione pedagogica e politica. Se non altro permetterà quello che tempo fa si chiamava l’Arco costituzionale, proprio quello che permise di sconfiggere la riforma anti-costituzionale di Renzi-Gutgeld and Co. Lo spirito ugualitario (2) e la lettera della Costituzione nata dalla Resistenza, vanno difesi

Paolo De Marco

1 ) Vedi l’articolo « Pensioni, precarietà, vecchiaia attiva e eutanasia » in http://www.la-commune-paraclet.com/ItaliaFrame1Source1.htm#ITALIA . Per le contraddizioni recenti del sistema italiano Jobs Act, Naspi, Asdi, Sia, Ise, vedi la sezione Comitato Cittadino per il Lavoro Dignitoso in http://rivincitasociale.altervista.org

2 ) Per la confusione anti-costituzionale tra uguaglianza e equità neo-liberale rimando all’articolo in italiano su Gutgeld nella Sezione Critiques de Livres-Book reviews del sito www.la-commune-paraclet.com

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Il lungo smantellamento della Riduzione del Tempo di Lavoro e della Legge di modernizzazione sociale della « gauche plurielle.»

Prefazione e aggiornamento del saggio intitolato « Riforme democratiche rivoluzionarie o lamentabile Ronzinante del riformismo » (un capitolo di Tous ensemble, 2002, tradotto e accessibile in questo medesimo sito.)

Indice.

1 ) La Riduzione del Tempo di Lavoro (RTL o « RTT » in francese)

2 ) La Legge di modernizzazione sociale.

3 ) Democrazia formale vs democrazia socialista.

4 ) Ma, a proposito, come mai la « gauche plurielle » perse le elezioni?

Avevamo annunciato la grave regressione sociale, economica e culturale, a dire vero nuovamente filosemita nietzschiana, già nel mese di marzo del 1985 in un saggio intitolato « Les conséquences socio-économiques de MM. Volcker-Reagan et Cie. » (1) Avevamo riassunto l’emergenza e il consolidamento del Welfare State anglo-sassone e dello Stato sociale europeo durante gli anni 1930 e nel dopo-guerra per illuminare la meccanica dello suo smantellamento. Avevamo ugualmente sottolineato la difficoltà inerente a questo tipo di attacco contro le conquiste popolari, semplicemente perché le cittadine e i cittadini ci sono molto legati in modo che questi attacchi non possono essere menati frontalmente.

La RTT e la Legge di modernizzazione sociale della « gauche plurielle » rappresentano un cambiamento epocale delle forme del capitalismo avanzato così come lo abbiamo ricordato in un capitolo di Tous ensemble sulle « riforme democratiche rivoluzionarie ». (2) Dopo un decennio e mezzo, queste nuove conquiste sociali, benché non realmente apprezzate dalla sinistra e poco difese da un PS presto diventato sociale-liberista, non sono ancora interamente smantellate. Pero questo rimane l’obbiettivo dei nuovi filosemiti nietzschiani attuali sovra-rappresentati in tutti i partiti e gruppi di interesse o quasi.

Al contrario di Jean Jaurès, i dirigenti trasversali attuali, a tutti i livelli, tentano laboriosamente di sostituire la scienza con delle narrazioni (3) semplicistiche e malintenzionate, incluso con l’esclusione e la censura universitaria. (4) In effetti, almeno finché non sarà fatta la prova del contrario nel rispetto della deontologia accademica e del diritto di risposta, la scienza intesa qui ci rimanda al materialismo storico come d’altronde dimostrato nella mia « Introduzione metodologica ». (5)

I due fondamenti del materialismo storico rivelati dall’epistemologia e dalla metodologia moderne – almeno sin G. Vico e E. Kant – tengono nella critica definitiva dell’esclusivismo e nella teoria del valore di Karl Marx. Senza la prima, no si può concepite l’uguaglianza umana, di conseguenza nessuna democrazia repubblicana sarebbe possibile. Senza la seconda, non esisterebbe nessuna scienza dell’economia. Pero, sin da Ed. Burke e da F. Nietzsche, sono proprio queste due conquiste storiche dei popoli sovrani ad essere prese in mira da tutti i reazionari filosemiti nietzschiani. Al limite, questi accetterebbero una democrazia di azionariato – nuovamente « censitaria », cioè riservata ai più fortunati che tempo fa pagavano il censo – ma mai il riconoscimento della sovranità dei popoli e dunque la priorità sulla logica del profitto dei diritti universali fondamentali sociali ed individuali della persona umana. Loro privilegiano il nuovo ordine mondiale della « governance globale privata. »

Vediamo da più vicino questo laborioso smantellamento. Viene condotto sotto la bandiera degli attacchi sganciati contro le costituzioni repubblicane nate dalla Resistenza. Queste sanciscono fra l’altro il diritto al lavoro, alla solidarietà socio-economica ed alla protezione sociale assieme alla dignità umana.

1 ) La RTL

Malgrado alcune retromarce la RTL aveva cambiato il gioco in materia di gestione economica e di gestione della forza di lavoro. Sin dall’inizio del modo di produzione capitalista fu chiaro che l’opera inesorabile della produttività libererebbe in permanenza una parte della forza di lavoro. Questa pero non viene automaticamente assorbita dalla creazione di nuovi settori o di settori intermediari, incluse le burocrazie pubbliche e private, il terriccio sul quale crescono i « colli bianchi ». Oggi, questo è visibile ad occhi nudi visto che questi due tipi di settori diventano sempre più intensivi in capitale. La disoccupazione di massa da corpo alla contraddizione maggiore del modo di produzione capitalista, la quale oppone la sovra-produzione al sotto-consumo. Così il capitalismo imparò sin dall’inizio a praticare la riduzione strutturale del tempo di lavoro per ristabilire la sua vitalità, assicurandosi una domanda sociale interna sufficiente per completare il margine ottenuto con l’acquisto di nuovi sbocchi commerciali grazie alla spartizione coloniale ed imperialista del mondo. Si passò così alla domenica libera e poi alle 14, 12, 10 e 8 ore e infine alle 7 ore di lavoro quotidiano.

La lezione della Storia è limpida. Come mai i paladini del smantellamento delle 35 ore settimanali propongono oggi di sostituire questa strategia capitalista difensiva con il suo contrario, cioè il « lavorare di più, lavorando come idioti », mentre aumenta la precarietà muro a muro? La risposta è semplice nel suo principio. Una volta afferrata, può essere facilmente verificata nella complessità dei « fatti » empirici, spesso falsificati dalle statistiche marginaliste.

Rimane pero che la teoria marginalista non dispone di nessuna teoria scientifica della produttività a parte le economie di scala. Ponendo che il mercato del lavoro trovasse automaticamente il suo equilibrio, risulta così cieca difronte alle conseguenze della crescita della produttività sull’impiego. Al livello macro-economico crede che la « mano invisibile » fa si che ogni bisogno suscita un’offerta senza preoccuparsi dell’evidenza secondo la quale, per essere soddisfatti, i bisogni debbono essere solvibili, in modo che un gran numero di bisogni essenziali rimangono senza risposta. (Vedi la Nota ** Keynésianisme, Marxisme, Stabilité Economique et Croissance, 2005, accessibile nella sezione Livres-Books del mio sito www.la-commune-paraclet.com. La traduzione italiana della Nota ** assieme a quella dei Brani scelti del libro si trova nella sezione Italia dello stesso sito.)

Quando il modo di produzione capitalista viene confrontato con la sua contraddizione principale, quella che fece dire a Marx che il MPC era il suo proprio becchino, la sua reazione istintiva non è di ripartire al meglio le ricchezze socialmente create, ma al contrario di regredire da un capitalismo liberale classico, messo sotto la bandiera di John Stuart Mill, verso una società di dominio brutale dell’Uomo sull’Uomo. Si tratta di una società aldilà del bene e del male ma in realtà molto sotto la democrazia liberale con le sue pretese di uguaglianza formale tra cittadini. In Occidente, questa regressione a fondo razzista e teocratico ha innegabilmente le sue basi in una lettura rabbinica-burkeana-nietzscheana della sovranità di certe « razze » e gruppi « eletti ». Tutta l’evoluzione del diritto naturale – diritto delle genti di G. Vico, ad es. – e del diritto positivo viene così rimessa in causa.

Si deve comunque capire come questi nuovi filosemiti nietzschiani si sono illusi di potere sopprimere i cicli economici congiunturali – business cycles – con la loro New Economy – e più ancora di sopprimere il vincolo fatale imposto dalla domanda sociale. Sotto il dominio congiunto della proprietà privata e della mano invisibile, questo porta inesorabilmente ad un « equilibrio dei cimiteri », dunque ad una reazione popolare prevedibile. Questa regressione fu compiuta alla maniera dei fascisti, cioè dei primi filosemiti nietzschiani moderni. Cercavano di salvare i privilegi del sistema mantenendo la proprietà privata del capitale allora minacciata ma facendo astrazione delle regole di funzionamento del modo di produzione capitalista.

Questo segreto intimo del fascismo rimane studiosamente taciuto. Sopratutto dalla logge sviate. Oggi, chi di più chi di meno, lo sono quasi tutte in Occidente, Francia compresa. Questa occultazione si aggrava tutt’ora almeno se si giudica in referenza alla « nuova filosofia » ed alla « nuova economia », ambedue veri crimini intellettuali coscientemente fabbricati e una vera vergogna esagonale. Questo tentativo è fondato sulla soppressione dei meccanismi di autocorrezione del MPC, e sull’affermazione della speculazione come norma egemonica. Questa narrazione letale rinvia alla grande opera dell’ebreo-austriaco von Mises, il consigliere del Cancelliere fascista austriaco prima dell’Anschluss, proprio quello che malgrado la sua fuga obbligata non cambiò mai d’avviso, al contrario.

Rinvia ugualmente alla Chicago University piena zeppa con i suoi discepoli tali gli ebrei-americani Hayek e Milton Friedman, tutti provenienti dai stessi vivai reazionari. Completando Marx, Lafargue, Hilferding, Lenin ecc., ho purtroppo dimostrato che il profitto non è l’interesse, quest’ultimo essendo sostrato dal primo senza che il contrario sia verro, e che l’interesse classico non è l’interesse speculativo. Quest’ultimo quando diventa egemonico cannibalizza semplicemente il profitto estratto dall’economia reale, meccanismo che porta rapidamente ad una oscena ineguaglianza oggi verificata da 99% della popolazione. (6)

Per quello che riguarda la forza di lavoro, si tenta di mascherare i forti disagi causati con l’obbiettivo di colpevolizzare i lavoratori e i cittadini, secondo la vecchia ricetta del peccato originale, il quale rimanda sempre alle stesse radici. Questo viene compiuto falsificando i numeri della disoccupazione e della povertà. Basta lavorare una sola ora durante l’ultimo periodo di valutazione statistica per apparire impiegato al senso del Organizzazione Internazionale del Lavoro, e dunque per essere esclusi dalla percentuale officiale della disoccupazione. Oltre i cambiamenti ricorrenti nella definizione, il calcolo della povertà segue automaticamente il calo o la stagnazione generale dato che, per costruzione, viene stabilito al 60 % del salario mediano. Questo con una scala salariale di 1 a 14 anni fa ma ora da oltre 1 a 400, una oscenità denunciata dal grande economista walrasiano e cittadino Maurice Allais, il quale non esitò in questo contesto a parlare di « banditi » – Trostkij per parte sua usava il termine « gangster ». Bisogna ancora sottolineare che questo livello non tiene conto del patrimonio, cioè dell’ineguaglianza della ricchezza accumulata. Oxfam stupisce ancora molta gente con i suoi numeri sintetici, a dimostrazione della serietà del nuovo ma vero « tradimento dei cleri », questa supposta intellighenzia nuovamente amorale e scelta su misura.

La scelta è dunque sempre quella che denuncio da anni – vedi già il mio saggio del marzo 1985 e il mio già citato Tous ensemble. E quella della spartizione della miseria imposta ai lavoratori per vietare la equa spartizione del lavoro socialmente disponibile tra tutte le cittadine e cittadini. Senza questa spartizione del lavoro, non esiste più nessuna base materiale per l’esercizio della cittadinanza del popolo e dei cittadini. Di fatti, denuncio sin dall’inizio la scelta oggi verificabile da tutte e tutti in favore di un ritorno filosemite nietzschiano verso una società della nuova domesticità e della nuova schiavitù salariale. Di fatti, oggi, le maschere cadono dato il trionfalismo tipico ma sempre prematuro di questi putativi « maestri del mondo ».Vedete l’ineffabile Piketty, proprio quello che tentò, con i suoi amici ben posizionati e con finanziamenti ingenti, di fabbricare una narrazione statistica mondiale in un senso paretiano aggravato. Non scrive forse che, sacrificando una piccola parte dei loro redditi, il 10% più ricco può ormai impiegare il 50 % meno agiato come domestici? (7)

Ai livelli politico e culturale, ho già dimostrato l’esito di questa scelta, cioè, in chiaro, la falsa rappresentanza democratica e la sovra-rappresentanza di pochi, malgrado la legge dei grandi numeri. Questo vale ormai anche al livello scientifico, cioè al livello della selezione universitaria. Così si ottiene il successo di questa strategia della mediocrità presentata come meritocrazia ma con il supporto e le prove del Martello nietzschiano! Assistiamo dunque al ritorno di un cretinismo culturalmente innato, spalmato generosamente ma istituzionalmente imposto. Basta dare un’occhiata ai libri di testo nella « dismal science » e alla soppressione difensiva della pluralità nella disciplina, con la sovra-rappresentanza di tanti pitre – altri dicono « agis » – come i Tirole ed altri Cahuc e Cie che non sanno neanche cosa sia una funzione di produzione scientificamente delucidata, ma che, nonostante, sono coscienti che la loro narrazione regressiva non sopravviverebbe a lungo durante un dibattito pubblico. In breve, non valgono molto di più del volgare, ipocrite e incompetente G. Ugeux (rimando qui alla Nota 4, qui sotto.)

In riassunto, la legge programmatica – loi cadre – sulle 35 ore era autenticamente riformista rivoluzionaria perché riequilibrava i tre componenti del « reddito globale netto » dei focolari in un modo più equo, tenendo conto della produttività microeconomica e della competitività macroeconomica della Formazione sociale francese. Il « reddito globale netto » dei focolari include il salario capitalista individuale, il salario « differito » – pensione, ammortizzatori sociali ecc – ed i trasferimenti ai focolari versati al titolo dell’accesso universale alle infrastrutture ed ai programmi sociali pubblici. Il lavoratore è membro di una specie a riproduzione sessuata, in modo che il salario individuale non può costituire una retribuzione giusta della forza del lavoro, dato che non tiene conto della taglia del focolare, indipendentemente della questione dell’accaparrare della sovrappiù da essa prodotta.

Malgrado gli attacchi ideologici, la Francia sotto la « gauche plurielle » si posizionava nei primi posti delle classifiche per gli investimenti diretti internazionali. L’appartenenza alla Eurozona, non creava problemi, anzi garantiva la Francia contro gli attacchi speculativi politicamente ed ideologicamente malintenzionati. Se le 35 ore erano pagate 37 ore, questa organizzazione del tempo di lavoro permise una migliore rimunerazione delle ore supplementari, assieme alla riabilitazione del « salario differito ». Il successo di questa politica fu simboleggiato dalla quasi completa sparizione del Buco della Securité Sociale e dal calo drastico del tasso di disoccupazione. Permise pure la riabilitazione dei trasferimenti ai focolari sotto forma di accesso universale alle infrastrutture ed ai programmi sociali. Una sociologia spontanea del divertimento emerse rapidamente, segno emblematico del successo socio-economico di questa legge programmatica, benché i suoi effetti potenziali furono diminuiti dall’introduzione dell’annualizzazione del tempo di lavoro.

Tutto questo fu compiuto senza neanche rivisitare la devastatrice definizione dell’anti-dumping attuale, benché la « gauche plurielle » abbia, a suo tempo, intelligentemente messo il trattato di libero-scambio sui servizi, l’AMI, nel cestino.

Questi tre componenti del « reddito globale netto » dei focolari formano il cuore dei circuiti virtuosi del capitale; permettono l’esistenza dello Stato sociale nel quale la proprietà pubblica diventa la vera ricchezza di quelle e quelli che non né hanno. Questi circuiti valorizzavano il risparmio istituzionale accumulato nei programmi sociali, programmi contributori sia per ripartizione sia per capitalizzazione. Questa gestione virtuosa era completata dalla segregazione dei 4 pilastri finanzieri, cioè le banche di deposito, le banche commerciali, le assicurazioni e le casse mutualistiche o credit unions. Né scaturiva una separazione empirica che permetteva di differenziare tra moneta, risparmio e credito. Il ratio prudenziale giocava un ruolo autocorrettivo del capitalismo senza comunque impedire i sovra o sotto-investimenti settoriali, dunque le crisi – espansioni/contrazioni – causate dall’operato cieco della « mano invisibile » abbandonata alla logica egoistica della proprietà privata e della sua mentalità acquisitiva. La fiscalità inizialmente progressiva dello Stato sociale permetteva ugualmente l’intervento dello Stato per correggere gli effetti nefasti dovuti agli « spiriti animali » del capitalismo, secondo la bella espressione di Keynes.

Lo smantellamento procedette passo dopo passo. Prima con un’apertura più grande dell’annualizzazione delle ore, aprendo così la strada ad aggiustamenti al livello dell’impresa. Questa tendenza si averò particolarmente pericolosa dopo la sfortunata sconfitta elettorale della « gauche plurielle ». In seguito, furono modificate le regole per le ore supplementari. Poi, le sovvenzioni virtuose offerte per la messa in pratica delle 35 ore furono sostituite con dei dispositivi dispendiosi a favore delle imprese senza la minima controparte per il mondo del lavoro, a parte una precarietà crescente – CICE, impieghi agevolati, apprendistato fumoso, aumento dell’età pensionistica, debole considerazione per i lavori usuranti, generalizzazione della precarietà che colpisce ormai la stragrande maggioranza dei nuovi impieghi.

Queste misure furono incapaci di abbassare la disoccupazione malgrado la mistificazione dei veri numeri della disoccupazione. Si ci inseriva così nel quadro debole e debilitante del « contrat unique » di Jean Tirole. I risultati patenti possono essere letti nella traduzione italiana proposta dal Jobs Act di Gutgeld-Renzi, i quali non esitarono a chiedere la domanda, così pertinente dal punto di vista delle imprese, cioè: « Che differenza c’è tra un impiego a tempo indeterminato senza protezione e uno a tempo determinato? » Ben inteso, il lavoro a tempo determinato in questione divenne subito il voucher, forma esplosiva dominante della precarietà disumanizzata ma imposta di maniera anti-costituzionale. (8)

In questo modo non si smantellava solo lo Stato sociale con la sua costituzione nata dalla Resistenza che spiace così tanto a dei JP Morgan e Cie. Simultaneamente si tentava ristabilire una coerenza sistematica tra i tre grandi rapporti del MPC, cioè i rapporti di sfruttamento, di distribuzione e di ridistribuzione – ovvero i rapporti giuridici ampi. Questi tre rapporti sono al centro di ogni sistema di riproduzione socio-economica. Questa pseudo-coerenza filosemita nietzschiana impone la disumanizzazione della forza di lavoro, sua riduzione ad un semplice fattore di produzione facilmente scambiabile sul grande mercato borsistico globale sulla base del solo salario individuale.

Si arriva così a concepire la possibilità di scartare la maggioranza dei cittadini lavoratori relegandoli ad un fraudolente « reddito universale » … di 350 a 500 euro mensili secondo il vecchio calcolo di Yoland Bresson, oggi rivisto e corretto dal ministro del lavoro italiano Poletti, alla luce del Jobs Act, a 320 euro mensili !!!

Nel mercato globale egemonizzato dalla speculazione, il costo del lavoro stabilito secondo la nuova definizione dell’anti-dumping sancita dall’OMC, in astrazione dei diritti acquisiti dei lavoratori e dei criteri ambientali, poteva così rimpiazzare il costo di produzione. Questa scelta talmudista-fascista prende l’acqua da ogni lato: negando l’umanità del lavoratore, nega ugualmente le condizioni necessarie alla riproduzione allargata del sistema. Sottolineiamo ancora una volta che il lavoratore appartiene ad una specie umana caratterizzata dalla riproduzione sessuale, in modo che deve riprodursi in un focolare e questo implica un reddito più grande del semplice salario capitalista individuale. Con l’imposizione di questa disumanizzazione, questo capitalismo, « ancora una volta » sociale-fascista, scava la sua propria fossa mentre cerca di allontanare l’esito finale con il ricorso scellerato alla repressione ed alle guerre esterne e domestiche … preventive … contro le « gentili » classi nuovamente caratterizzate come « classi pericolose ».

2 ) La Legge di modernizzazione sociale.

La riforma cruciale sancita dal passaggio alle 35 ore riguardava particolarmente i rapporti di sfruttamento reali e formali. Risultò un contratto di lavoro specifico con la potenzialità di diventare facilmente una nuova epoca del capitalismo avanzato in transizione verso il suo superamento incrementale. Su questa base, la ricerca della coerenza sistematica del sistema di riproduzione spinge a rivedere alcuni aspetti dei rapporti di distribuzione e dei rapporti giuridici più ampi – ovvero i rapporti di ridistribuzione macroeconomici.

Anche qui la legge di modernizzazione sociale (9) pose basi importanti per una riforma democratica rivoluzionaria. Tutti i governi di destra come pure il PS si sono impegnati a disfarla, benché con grande difficoltà, dopo il cosiddetto « elettrochoc » immeritato causato dalla sconfitta elettorale della « gauche plurielle ». Questa legge cambiò la partita in termini di licenziamenti e di salvaguardia dell’impiego. Rafforzò la rappresentazione dei lavoratori e dei flussi di informazione obbligatori tra padronato e impiegati, col scopo di prevenire i licenziamenti oppure, secondo i casi, integrando il reinserimento con idonei piani sociali ideati per la gestione razionale dei bacini di manodopera.

In questo modo, benché la logica neoliberale della LOLF abbia sostituito quella della Commissione del Piano, manteneva i principi della pianificazione strategica con il rafforzamento della gerarchia delle norme – settori, industrie, imprese. Tentò impedire i licenziamenti borsistici o economici selvaggi. Istituì nuove misure per contrastare l’assillo morale sui posti di lavoro. L’aumento del tasso di suicidi al lavoro causato dallo stress provocato dalla disumanizzazione crescente derivante dalla messa in pratica del micro-taylorismo e dal controllo permanente online, illustra perfettamente l’importanza cruciale di questo aspetto novatore della Legge di modernizzazione sociale. Di più, con l’abrogazione della legge Thomas chiariva un criterio necessario per la salvaguardia del regime pensionistico per ripartizione. Questo regime era intanto reso più sicuro grazie all’aumento dei contributi sociali che risultava dal calo del tasso della disoccupazione indotto dalle 35 ore. Il tasso di disoccupazione cadette da quasi 11% a meno di 8 %. In oltre, grazie al consolidamento della base fiscale, il governo ottenne le risorse fiscali necessarie per gestire il debito pubblico. Questo cadette a meno di 59 % del PIL, cioè 1 % sotto il Criterio di Maastricht, offrendo così un margine budgetario supplementare al governo. Questo ritrovò i mezzi per potere intervenire in quanto Stato strategico negli affari economici e sociali del Paese.

Con questa scelta fu preservata la parte istituzionalizzata del risparmio assicurando così i circuiti più virtuosi del capitale. In oltre, la creazione di un Fondo di riserva per le pensioni – subito dilapidato dai governi successivi senza alcuna relazione con questo obbiettivo – avrebbe permesso, a termine, di concepire una riforma ancora più profonda del sistema pensionistico. In poche parole, fu un progresso considerevole.

E vero che l’introduzione delle 35 ore nel settore ospedaliere lasciò qualcosa da desiderare, benché la gravità di questa lacuna sarebbe stata rapidamente cancellata durante un secondo mandato della « gauche plurielle », se non altro per la serietà metodica rivendicata dal Primo Ministro Jospin, metodo riconosciuto da tutti. E pure vero che l’annualizzazione del tempo di lavoro ridusse moderatamente la crescita già considerevole del numero degli impieghi in seguito all’introduzione delle 35 ore. Ma questo avvenne in un contesto di rilancio della crescita economica più qualitativa dal punto di vista sociale. (Vedi la Sezione Commentaires d’actualité del sito www.la-commune-paraclet.com , in particolare il testo « Norme CDI ou précarité » )

La « gauche plurielle » aveva aperto una autentica via pacifica verso una transizione sociale avanzata. Così facendo aveva scelto di privilegiare una società umana capace di sviluppare la personalità di ognuno con il tempo liberato acquisito con la spartizione del lavoro socialmente disponibile tra tutte le cittadine e i cittadini, invece di una regressione verso una società disumanizzante capace di riconoscere unicamente il valore del profitto, confondendo per colmo pericolosamente profitto, interesse classico e interesse speculativo in favore dell’egemonia distruttiva di quest’ultimo. Per afferrare la posta in gioco dal punto di visto socio-economico e etico-politico, si deve capire il senso profondo della ripresa da Keynes dell’opuscolo di Paul Lafargue intitolato Il diritto all’ozio, quando concepiva il concetto della settimana di lavoro di 15 ore prendendo questa visione in prestito dal genero di Karl Marx senza citarlo. Secondo Keynes, questa spartizione del lavoro era suscettibile di portare ad una società non alienata già accessibile ai suoi nipoti grazie alla crescita secolare della produttività. (10)

Purtroppo sin dal governo Raffarin fine alle leggi El Khomri e Macron, assistiamo al lento smantellamento della Legge sulla modernizzazione sociale. Questo avviene nel quadro della definizione dell’anti-dumping nell’OMC, la quale fa astrazione del codice di lavoro e dei criteri ambientali minimi, mettendo così i lavoratori globalmente in competizione l’uno con l’altro sulla base del solo salario capitalista individuale. Così facendo, si privilegia il costo del lavoro astratto da ogni considerazione per il costo di produzione a scapito della necessaria preservazione dei tre componenti del « reddito globale netto » dei focolari. Oltre alla Direttiva Bolkestein, con la sua ingiustizia crescente per i lavoratori distaccati, i lavoratori europei vengono così messi potenzialmente in competizione diretta non solo all’interno della UE dove i salari possono variare da 4 euro a quasi 50 euro orari, ma ugualmente con il mezzo miliardo di compagni Dalits – i cosiddetti Intoccabili – con una speranza di vita media di 40 a 42 anni!

(Nota aggiuntiva: La tendenza a sostituire il costo di produzione con il semplice costo del lavoro, ovvero a sostituire i tre componenti del « reddito globale netto » dei focolari con il solo salario individuale, porta coerentemente ad altre misure regressive imitate dal presunto « modello » italiano. Molte di queste misure regressive sono contenute nel programma di E. Macron. Ad esempio, l’introduzione della no tax area per i salari più bassi in modo che la metà dei lavoratori francesi non paga più l’Irpef; l’abolizione dell’equivalente dell’IMU per la maggioranza dei focolari; e la riduzione dei contributi sociali su busta paga trasferiti sulla CSG oppure compensati dai vari esoneri alle imprese – CICE ecc – cioè trasferiti sulla fiscalità generale. Questi esoneri ammontano ad attorno a 90 miliardi di euro annui nel quadro della politica delle cosiddette spese fiscali – o tax expenditures – per un totale di oltre 300 miliardi annui. Pero, la fiscalità generale essendo legata al tasso di occupazione, diventa fatalmente decrescente. Il budget, così reso strutturalmente insostenibile, viene allora utilizzato come razionale per legittimare altri tagli nelle spese sociali e nelle spese pubbliche in generale. Sulla CSG la quale penalizza sopratutto i pensionati con più di 2000 euro mensili, vedi ad esempio : http://www.latribune.fr/opinions/tribunes/les-classes-moyennes-oubliees-des-reformes-fiscales-macron-743009.html )

Ora che le 35 ore sono state smantellate rimane solo rendere i licenziamenti più facili, restringendo i ricorsi giuridici – in Francia anche ai Prud’hommes – assieme alla rappresentanza sindacale. Questo risulta ancora aggravato con il rovesciamento della gerarchia delle norme, in modo da privilegiare i contratti d’impresa in tandem con l’esplosione dei contratti precari e occasionali – voucher – oppure quelli di persona a persona. (11) Basta citare qui Oskar Lange, lo sfortunato inventore del cosiddetto « socialismo di mercato » più giustamente conosciuto come « socialismo marginalista ». Questo concetto fu utile, a suo tempo, per la costituzione delle democrazie popolari ma causò subito dopo l’assassinio di Stalin dagli « camici bianchi », una disastrosa transizione fuori della pianificazione bolscevica classica, detta staliniana, a causa della sovra-rappresentanza filo semita nietzschiana nella ex-Unione Sovietica. Questa sovra-rappresentanza portò fatalmente alla sua distruzione interna, in particolare a causa del trasferimento della lealtà dei sovra-rappresentati dopo l’auto-proclamazione dello Stato di Israele nel 1948.

L’universalismo repubblicano e comunista fu così minato col ritorno di certi all’ideologia criminale dell’elezione divina esclusiva malgrado la critica definitiva di Marx nella sua Questione ebrea. Per parte sua, Oskar Lange era ben intenzionato. Pero, nel suo considerare il marginalismo come una scienza universale, dunque applicabile al socialismo, dimostrò essere la vittima intellettuale della seria di falsificazioni del marxismo intrapresa da Böhm-Bawerk. Bortkiewicz, Tugan-Baranovskij et al., errore che nessuno marxista aveva commesso fin qui, né Lenin, né Bucharin, né Mao, né Gramsci, né Althusser.

Sottolineiamo che: « Discorrendo della superiorità della democrazia socialista Oskar Lange si preoccupava sopratutto di confutare le accuse di von Mises e di von Hayek (Road to serfdom ) assieme agli altri argomenti demagogici e vuoti di quest’ordine.

Lippincott sintetizza il suo argomento così:

« Se l’uguaglianza è una caratteristica fondamentale della democrazia, ne va così della libertà. In questo dominio ugualmente un’economia socialista sarà in più grande armonia con la democrazia non che una economia capitalista. Questo perché con una distribuzione più ugualitaria dei redditi, la libertà di scelta dei consumatori sarà più libera. Mentre in una economia capitalista molta gente deve scegliere tra un capoto e un paio di scarpe, in una economia socialista la maggiore parte potran scegliere tra una radio ed un telefono.

Senza dubbi verrà ritorto che la proprietà pubblica di una grande parte dell’industria da il via libera alla dittatura. Il corollario di questo argomento vorrebbe che la proprietà privata sia un baluardo contro la tirannia. La critica spontanea di questi argomenti farà certamente valere che la forma di proprietà in se stessa, che sia pubblica o privata, non promuove né fa ostacolo alla libertà. L’elemento cruciale è il carattere dell’autorità responsabile dell’amministrazione, oppure il modo in cui l’esercizio di questa autorità viene controllato.

(…)

Se esiste mai oggi un luogo dove questa tirannia prevale è proprio nel quadro dei Stati democratici nei quali predomina la proprietà privata dell’industria. Qui il potere è esercitato in modo autocratico e senza nessuno stato di anima. E verro che la proprietà privata dei mezzi di produzione farà ostacolo alla possibilità per il governo di tiranneggiare l’industria; nel stesso tempo, permette all’industria di dominare il governo e di tiranneggiare gli operai. Dato questa realtà, la proprietà governativa delle industrie essenziali create dal governo democratico offrirà il mezzo per sopprimere l’autocrazia nell’ambito dell’industria. » (Op. citato, 32-33. La traduzione è mia.)

L’argomento di Lange porta in seguito sull’autorità amministrativa, cioè sulla burocrazia. Deve essere responsabile assicurandosene istituzionalizzando la consultazione tra management e lavoratori:

« Un’industria socializzata funzionerebbe sotto l’occhio del pubblico il quale avrebbe accesso a tutta la documentazione. Esistono poche altre misure capaci come questa assicurare la responsabilità delle diverse istanze. La dove l’industria è pubblica, le misure relative al calcolo economico, anche se approssimative, sono realmente possibili. Questo assicurerebbe tanto l’efficacia quanto la responsabilità. » » (idem p 34)

Secondo Lange questo porterebbe ad una autentica meritocrazia nel quadro dell’uguaglianza salariale sostituita alla pseudo-meritocrazia borghese. (12 )

3 ) Democrazia formale vs democrazia socialista.

Basta aggiungere che questo ritorno filosemite nietzschiano si svolge in parallele con un tentativo di fare sparire la coscienza di classe delle classi laboriose. Si tenta ormai legittimare in Europa le inettitudini di Seymour Lipset, di Sydney Verba ed altri sulla presunta mancanza di pertinenza delle classi sociali e dello ventaglio politico destra-sinistra, tentativo da me denunciato lungo tempo fa, ad esempio nel mio Tous ensemble. Oggi questo assume forme concrete al sapore censitario e totalitario sempre più pronunciato. Ad esempio, il controllo borghese della rappresentanza parlamentare – legge elettorale, disegno delle circoscrizioni, scelta dei candidati, finanziamento dei partiti, ruolo delle mass media private ecc –, l’assenza reale di democrazia sociale e partecipativa – con le recenti rimesse in causa delle relazioni industriali caratteristiche dello Stato sociale, e la manipolazione della paura –, la creazione artificiale di nemici islamici o altri con la dottrina della guerra preventiva ed il clonaggio del Patriot Act, scelte che sono frontalmente contrarie a tutta la storia dello sviluppo europeo e mondiale verso l’affermazione di diritti universali fondamentali, tanto sociali quanto individuali.

Denuncio da tempo questo abominevole ritorno ad un sociale-fascismo, un camino a ritroso che potrà soltanto mal finire. In realtà, si tratta di un nuovo filosemitismo nietzschiano. Fortunatamente, si stanno sciogliendo qualche lingue cercando di vietare il peggio, ma senza sempre sapere apprezzare i due contributi maggiori ed imprescindibili di Marx, cioè la sua critica definitiva dell’esclusivismo e la legge marxista del valore.

Ultimamente, il sociologo Bonaventura Sousa Santos prendendo atto delle distruzioni neoliberali monetariste imposte al suo Paese, non esitò più riferire al ritorno ad un « fascismo sociale ». (13)

L’ottica è interessante perché oppone la democrazia formale alla democrazia degli azionisti per proporre una « demodiversita », concetto sul quale si amerebbe sapere di più. Per parte mia, differenziando tra partiti politici e gruppi di interesse, tra società politica e società civile, sarei più tentato definire la forma specifica di democrazia rappresentativa in questione, in parallele con le forme di democrazia partecipativa e di democrazia economica e sociale considerate. Questo porterebbe a quello che ho chiamato « democrazia socialista ». Quest’ultima risulta la vera posta in gioco della lotta di classe, almeno se si desidera considerare una transizione emancipatrice dell’Umanità verso il superamento dello sfruttamento dell’Uomo sull’Uomo.

Alcuni anni fa, ritornando a Marx, ho riassunto il dibattito nei termini seguenti: tutte le analisi del fascismo fine a me sono incomplete oppure semplicemente puerili se non menzognere – ad esempio, quella fortemente influenzata da una sociologia economicista di F. Chabod, oppure quelle del Comintern. Tutto tiene nell’occultazione più o meno cosciente dell’evidenzia, cioè il carattere filosemite nietzschiano di origine. (Vedi le istitutrice svizzere di Mussolini e il ruolo di Margherita Sarfatti e della sua famiglia.)

Quando il modo di produzione capitalista si trova direttamente confrontato alle sue contraddizioni principali, la favola borghese della democrazia rappresentativa, cioè quella dell’uguaglianza formale dei cittadini, si trova confrontata alle ineguaglianze ed alle discriminazioni crescenti. E allora implacabilmente rimessa in questione assieme alle sue istanze di legittimazione, tra le quali la « meritocrazia » di servizio delle classe medie secondo Max Weber. I vecchi fantasmi della dominazione dell’Uomo sull’Uomo riprendono il vantaggio sul liberalismo classico e sulla democrazia formale, compreso la pretesa del giusto valore del reddito versato alla forza di lavoro col pretesto che sarebbe stabilito dal prezzo del suo rinnovamento sopra un mercato concorrenziale. Ben inteso senza mai dire la minima parola a riguardo dell’appropriazione della sovrappiù. In altri termini, la democrazia borghese rimane plausibile finché i processi di distribuzione microeconomici e di ridistribuzione macroeconomici funzionano, in modo da assicurare al minimo la sopravvivenza dei cittadini senza disoccupazione di massa.

Questo giochetto regressivo borghese cominciò sin dall’inizio. Si manifestò durante le battaglie per la conquista del suffragio universale espresso nel segreto delle urne. Questa prima vittoria del proletariato provocò subito una paura viscerale nel cuore dei dirigenti. Ad es., quella di un Michels impegnato a tirare le lezioni dell’ossessione della forza democratica legata al numero tale che enunciata da un Nietzsche fortemente intimorito dall’avvenimento della Commune de Paris nel 1871, perché quest’ultima verificava ai suoi occhi la logica scientifica di Marx.

L’attacco fu parato con lo sviluppo del pluralismo politico borghese saldamente messo sotto il controllo della proprietà privata e dei suoi Apparati di Stato, incluso tramite il finanziamento dei partiti, la scelta dei dirigenti e il ruolo dei media, senza parlare del quadro imposto dalle costituzioni borghesi. Si aggiunse la favola della « meritocrazia » borghese inventata da Max Weber per meglio cooptare le classi medie – dunque in principio le più educate in un sistema scolastico di classe – nell’ottica della « razionalità burocratica » necessaria al buon funzionamento del sistema.

A questo prezzo fu possibile passare dalla democrazia censitaria liberale classica al controllo esercitato con il pluralismo politico borghese. A poco a poco questo prese la forma di una democrazia di azionariato, una deriva oggi confermata nel quadro di una « private global governance » che pretende semplicemente negare la sovranità dei popoli e dunque quella dello Stato-nazione sul quale riposa o, più esattamente, la sovranità della Repubblica come forma di Stato formato da cittadine/i a parte intera.

Siamo dunque entrati in una fase acuta di sovra-rappresentanza e di falsa rappresentanza. La differenza con il corporativismo borghese fascista degli anni 20 et 30 tiene nel fatto che i pseudo-eletti odierni sono transnazionali. Tentano di passare oltre alla sovranità popolare al punto di volere cancellare la propria appartenenza ad una Repubblica specifica, colpevole secondo loro di volere concretizzare il condividere di una Storia e di un avvenir comuni a tutti i cittadini nell’ottica dell’Emancipazione generale dell’intera Umanità. Questo mostra bene il carattere mostruoso e auto-distruttore di questa auto-proclamazione come « maestri del monde », posti ancora una volta aldilà del bene e del male e, ben inteso, aldilà della sovranità cittadina.

Si potrebbe interpretare la « demodiversità » di Sousa Santos come una « gauche plurielle » democratica riformista rivoluzionaria senza dovere rifare tutto Maurice Duverger, né negare i progressi del controllo democratico inizialmente inaugurato dal centralismo democratico. I fatti storici e teorici insegnano che ci furono dei club politici emersi dalla società civile ma mirando a servire la volontà generale. Poi, con il consolidamento del dominio borghese dei partiti politici, seguito dall’emergenza di una democrazia sociale con la riconoscenza del ruolo dei sindacati, venne la seria di conquiste popolari descritte negli scritti storici di Marx relativi alla Francia. Infine, avemmo il riconoscimento formale del ruolo dei gruppi di pressione. Sappiamo oggi che la maggioranza dei sindacati è cooptata nel sistema, mentre molti gruppi di pressione sopravvivano grazie all’attribuzione di fondi pubblici, fatto che induce con più o meno coscienza ad una certa autocensura. Invece vengono promossi quando condividono lo stesso « mind set », altrimenti spezzo debbono sopravvivere con grande difficoltà.

Rimane comunque l’idea della democrazia sociale avanzata, o meglio ancora della democrazia socialista, la quale dovrebbe superare la democrazia rappresentativa formale. Questo dovrebbe avvenire democratizzando il luogo totalitario borghese per eccellenza, cioè il mondo della produzione microeconomica e della riproduzione macroeconomica oggi sottomessi alla tirannia della proprietà privata – oppure, a volta, della proprietà pubblica sotto controllo dello Stato-padrone borghese. Quando la proprietà diventa collettiva, almeno principalmente sotto la forma delle imprese di Stato, di cooperative o di pianificazione socio-economica a vari livelli, allora il potere decisionale – cioè il cuore della democrazia in atto – cambia totalmente dato che il potere appartiene legalmente al popolo e non più a dei volgari auto-eletti che si accaparrano la sovrappiù sociale. Per quello che concerna la « democrazia socialista » vedi il Capitolo su Cuba nel mio Pour Marx, contre le nihilisme come pure le elaborazioni successive offerte nella sezione « Pour le socialisme cubain » in www.la-commune-paraclet.com

Nel mio Tous ensemble ho tentato di chiarire la relazione tra riforma e rivoluzione proponendo il concetto di democrazia sociale vista come superamento storico – e non semplice negazione – della democrazia formale borghese. Nell’ottica della riforma rivoluzionaria, questo rinvia alla costituzione ed alla gestione comune dei fondi sociali descritti da Marx nel suo libro essenziale intitolato Critica del programma di Gotha. Riportarsi pure al contributo budgetario di Che Guevara nel suo importantissimo articolo del febbraio 1964.

Una versione di questa strategia di istituzione di fondi collettivi fu riproposta in maniera magistrale dal Piano Meidner originale che istituiva i Fondi Operai in Svezia. Senza particolari sussulti a parte per il flusso della sovrappiù sociale, l’accumulazione del capitale sociale resa possibile da questi Fondi Meidner o Fondi Operai avrebbe permesso l’acquisto della proprietà privata e la sua trasformazione in proprietà collettiva in pochissimo tempo. Questo avrebbe ugualmente cambiato il buon senso comune della maggioranza dei cittadini a favore del socialismo democratico, una tendenza che mi spingeva a dire nel mio Tous ensemble in omaggio a J. Jaurès: « Il tempo di Carmaux è arrivato ! » Il Piano Meidner provocò la fobia della borghesia svedese con il suo tentativo suicide di ritorno in dietro. La posta in gioco consiste nel sapere a chi appartiene il profitto, cioè la sovrappiù corrispondente a questo sopra-lavoro. Adam Smith ammetteva già: La proprietà privata non contribuisce niente a questa estrazione. Aggiungeva: « Il capitalista ama raccogliere la dove non ha mai seminato. » (Ricchezza delle nazioni, ed. Sutherland, 1993, p 47)

L’avvenire dell’emancipazione religiosa, politica e umana rimane la conquista in divenire del « romanzo incompiuto » – per citare un bel titolo di Louis Aragon – declinato dalla democrazia socialista.

4 ) Ma, a proposito, come mai la « gauche plurielle » perse le elezioni?

Il giorno dopo la sconfitta, il candidato all’elezione presidenziale M. Jospin, principale responsabile della bella esperienza fatta dalla « gauche plurielle » a contro-corrente dell’ondata neoliberale-monetarista, parlò di « elettrochoc ». Ben inteso, ci fu la dialettica della differenziazione e dell’unificazione dei componenti della « gauche plurielle » che non funzionò come previsto dato che nessuno aveva previsto che M. Jospin non fosse stato presente al secondo turno. Negli ultimi giorni della campagna, il PS disponeva di alcuni numeri allarmanti ma non chiamò alla disciplina. La questione dei minimi sociali spinse a più differenziazione con la speranza di potere pesare di più durante un secondo mandato nel quadro di un sbagliato apprezzamento degli effetti della legge elettorale per la presidenziale. A mio umile parere, il più grave fu la mancanza di persuasione da un gran numero di membri del PS poco inclini a camminare nella direzione indicata con metodo da M. Jospin. Questo fu presto verificato con il poco di entusiasmo dimostrato per difendere il bilancio purtroppo esemplare della « gauche plurielle ». Il PS era già in gran parte sociale-liberista à la Hollande ed appoggiò il Primo Ministro Jospin solo per la volontà opportunista di rimane al potere …

Sfortunatamente, il governo Jospin non durò abbastanza per cambiare questi equilibri interni al PS ancora ampiamente segnato dalla svolta sociale-liberista mitterrandista del 1983. Benché la « gauche plurielle » seppe tenersi fuori della guerra preventiva e delle sue abominevoli fabbricazioni di conflitti armati di civiltà, non denunciò i troppo numerosi pitre – altri parlano di « agis » – filosemiti nietzschiani che pretendevano erigersi in « ussari ( della disuguaglianza ) della repubblica ». Pretendevano pure concepire la laicità dello Stato come una « ideologia simile a qualsiasi altra » (sic!). Costato che fui allora solo a farlo, gli altri al meglio si accontentarono di seguire ATTAC nelle sue derive alter-whatever!. « Anti », non fa più bon chic, bon genre …

In altre parole, senza una direzione autenticamente socialista nel senso del rispetto del materialismo storico – anti-esclusivismo e legge del valore – la strategia del riformismo democratico rivoluzionario, il quale consiste nel privilegiare la direzione invece della velocità, non risulta affatto possibile. La Battaglia delle Idee rimane cruciale. Ricordo l’analisi esemplare di Gramsci sulla contro-egemonia già costruita sul piano culturale e scientifico, la quale che rese possibile la catalisi incarnata dalla Rivoluzione francese. Oggi, a parte me, qui osa criticare l’esclusivismo dunque l’attacco contro l’uguaglianza umana senza la quale pero nessuna democrazia è possibile anche se solo formale? E chi difende la scienza economica da me ristabilita contro tutte le narrazioni borghesi, in particolare marginaliste?

I risultati delle elezioni presidenziale e legislative del 2017 in Francia sottolineano chiaramente 3 elementi:

1 ) I cittadini non tollerano a lungo la sovra-rappresentanza aggravata dalla falsa rappresentanza. Possono essere ingannati ma il contraccolpo ne risulta più devastante. Il PS di autentici rinnegati post-Jospin paga naturalmente il prezzo dei suoi rinnegamenti accumulati, quello del 1983 e quello dell’odiosa manipolazione del discorso del Bourget da un certo Hollande guerrafondaio à la G. W. Bush junior.

2 ) L’astensione record, del 25,44 % al secondo turno della presidenziale e del 58 % alle legislative, illustra bene il fatto che i cittadini non fanno nessuna fiducia ad un governo messo sotto il dominio diretto dei banchieri e di un Rothschild scappato in Inghilterra durante le nazionalizzazioni mitterrandiste.

3 ) Per quello che riguarda i vari pitre della « nouvelle philosophie » e della « nouvelle économie », cioè i capi narratori delle basi ideologiche di questa peculiare egemonia, non hanno più nessuna forza di persuasione intellettuale o etico-politica. Le loro narrazioni, spesso idonee a scatenare effetti micidiali, sono ormai frontalmente negati dai fatti quotidiani. Il loro ciclo è ormai chiuso benché si attardano, vittime della loro propria illusione ( « Hi-Han! » avvertiva il loro maestro Nietzsche. Giordano Bruno denunciava già « la pedanteria e le asinate » di questa gente alla sua epoca.) Il contraccolpo sarà in proporzione dello sfascio provocato.

Conviene tuttavia sapere mutare le sconfitte di una certa sinistra in opportunità per la sinistra autentica, cioè la sinistra leale alla scienza e dunque al marxismo. Da questo punto di vista, il tradimento di Hollande e l’elezione di Macron e della sua macronie rappresentano un male per un bene. In effetti, tutti i socio-fascisti sono fatti all’immagine di von Mises e dei suoi discepoli. Per loro, la presenza di uno Stato minimo è ancora qualcosa di troppo. Ci sono sempre traccie di « socialismo » ovunque, per socialismo leggere « intervento dello Stato nell’economia. » Questo aspetto reazionario è perfettamente enunciato nel libro del filosemite nietzschiano von Mises intitolato « Socialism : An Economic and Sociological Analysis » (1951) (14) con il quale fece rinascere le idee sociali-fasciste nel dopo-guerra nel contesto della guerra fredda. Fondò così quello che diventerà la public policy neoliberale monetarista; questa divenne un’ondata con l’arrivo al potere di Ronald Reagan e della sua clique del Committee on the present danger.

Ecco un esempio molto parlante: in questo straccio sociale-fascista, questo pitre ebreo-austriaco von Mises sostiene che la malattia nelle classi popolari è direttamente causata dall’esistenza del sistema pubblico di sanità, altrimenti il tutto sarebbe questione di volontà, un concetto apparentato alle fantasie olistiche assai vicine di quelle del supremazista sud-africano J. C. Smutz! Empiricamente, i fatti – cioè, fatti marginalisti ! – gli danno ragione, almeno se si considera la sorte fatta al mezzo miliardo di compagni Dalits in India, i quali, ben inteso, non possono permettersi il lusso di essere malati e hanno anche la cortesia di vivere in media tra 40 e 42 anni; muoiono senza fare troppo rumore e senza necessitare nessuno testamento biologico ideato per legittimare l’eutanasia per quelle e quelli che non possono pagare il costo medicale del fin di vita. (Oggi in Italia, 12 milioni di persone rinunciano già alle cure in un sistema sanitario oggetto di spending review secondo Gutgeld et al. …)

Il vero timore isterico di von Mises ha la stessa origine di quella di Nietzsche con la sua paura ossessionale del numero nel contesto del divenire umano. In particolare, von Mises temeva il ruolo se mai solo smithiano dello Stato moderno, cioè dello Stato democratico. Questa paura era fondata sull’esperienza riuscita della pianificazione di guerra tedesca durante la prima guerra mondiale. Dimostrò l’estrema efficacia nell’utilizzazione delle risorse disponibili. Da qui la sua confusione ontologica tra pianificazione e socialismo. Le inettitudini disumanizzanti e economicamente contro-produttive negano ogni sostrato sociale e politico di qualsiasi sistema economico forzato a diventare interamente decontestualizzato – disembbeded – secondo il termine di Karl Polanyi nel suo libro La Grande trasformazione.

Trasformando il fattore umano in fattore liquefatto sotto forma di denaro giocato in borsa al livello globale e, in oltre, nel contesto della finanza speculativa egemonica, questi sociali-fascisti trasversali sono ormai andati troppo lontano. Non possono più scusarsi puntando ad una mancanza di concorrenza dato che i fatti dimostrato chiaro e tondo che è proprio questa concorrenza « libera e senza ostacoli », ma decontestualizzata, la radice del male in un sistema di proprietà privata abbandonata ai meccanismi perversi e spreconi della « mano invisibile ». Paragonate ad esempio il « crowding out » dei LTRO e altri QE, con il loro « credit crunch » cronico, a quello presunto statale denunciato anni fa dal ineffabile Laffer su un tovagliolo! L’ora della resa dei conti si avvicina a gran passi!

Paolo De Marco

Copyright © La Commune Inc, 17 juin 2017 (traduzione fine giungo 2017)

Note :

1 ) Questo testo è disponibile nella Sezione Economie Politique Internationale/International Political Economy du site www.la-commune-paraclet.com

2 ) Giudicate voi stessi riportandovi al testo seguente : « Riforme democratiche rivoluzionarie o lamentabile Ronzinante del riformismo » in questo medesimo sito. Il testo originale in francese forma un capitolo di Tous ensemble, vedi la sezione Livres-Books , idem.

3 ) Questo concerna pure l’ecologia borghese ed il suo spirito antiscientifico primario ispirato direttamente dai reazionari dell’Establishment americano del dopo-guerra come palesemente dimostrato dal Report from the Iron Mountain del quale John Galbraith aveva confermato l’autenticità sul suo onore in una prefazione. Oggi sappiamo il ruolo reazionario fascistizzante di un von Mises e della Societé du Mont-Pélerin. I redattori del rapporto menzionato andavano nella stessa direzione, quella della fabbricazione di narrazioni idonee a strumentalizzare la paura creando ex nihilo nuovi peccati originali, sopratutto indirizzati ai « gentili », ossessioni e nemici contro i quali mobilizzare le masse. A parte Burke, Nietzsche e Heidegger, uno dei loro maestri a pensare fu Carl Schmitt, il giurista nazi. Ripresi oggi, questa gente ha inventato le guerre preventive con i suoi Patriot Act ed altri stati di emergenza liberticidi resi perenni per palestinizzare i proletariati del mondo intero. Basterà sottolineare qui che i narratori climatologi fanno astrazione di tutto quello che importerebbe sapere nel dominio: gli effetti della precessione degli Equinozi, quelli della chimica di alta atmosfera, quelli delle correnti marittime, quelli delle placche tettoniche, quelli dei cicli solari senza neppure parlare della forza di Coriolis, del magnetismo e dell’utilizzo della « farfalla di Lorentz » nei calcoli dei super-calcolatori in astrazione della prima pagina del calcolo vettoriale secondo la quale delle forze contrarie di uguale valore si cancellano. Le loro prescrizioni mirano unicamente ad imporre il programma del Club di Roma e della Trilaterale nei nuovi abiti dell’ « impronta ecologica ». Cioè, mettere fine alle « rising expectations of the workers and citizens », provocare il ritorno alla « deference to (self-proclaimed ) Authority » ecc, cosa che via lo smantellamento dello Stato e dei suoi interventi pubblici, porta alla disgregazione inesorabile dei territori e della sanità pubblica. Ed alla sottomissione del principio di precauzione agli imperativi del capitale speculativo. L’analisi scientifica obbiettiva porterebbe al contrario a quello da me chiamato ecomarxismo, il quale suppone la risoluzione del falso problema ricardiano della rendita e quella della produttività coerentemente re-integrata nelle Equazioni dell’equilibrio generale dinamico, cioè nelle Equazioni della Riproduzione Semplice e Allargata. Rimando qui al mio Défi aux écologistes assieme ai miei Keynésianisme, Marxisme, Stabilité Economique et Croissance – in parte tradotto nei Brani scelti nella Sezione Italia – e il Compendio di Economia Politica Marxista rispettivamente accessibili nelle sezioni « Commentaires d’actualité » e « Livres-Books » del sito www.la-commune-paraclet.com .

4 ) Per la negazione del mio diritto di risposta da parte di volgari sovra-rappresentati che non sanno neanche cosa sia una funzione di produzione scientificamente fondata, vedi : http://rivincitasociale.altervista.org/negation-de-mon-droit-de-reponse-odieuse-censure-philosemite-nietzscheenne-en-france-et-au-journal-le-monde/

5 ) Riportarsi qui alla dimostrazione nel mio Introduzione metodologica ed al mio Compendio già citato.

6 ) Vedi « Debito pubblico e sciocchezze marginaliste : il caso italiano », 3 marzo 2017, nella categoria Economia in http://rivincitasociale.altervista.org. Per il 99% , la prima menzione si trova nel mio Livre III (2005) intitolato Keynésianisme, Marxisme, Stabilité Economique et Croissance (Utilizzare la funzione ricercare ) Tutti questi testi sono liberamente accessibili nella Sezione Livres-Books del sito www.la-commune-paraclet.com

7 ) Per questo ritorno vedi già il mio Tous ensemble. La mia critica di Piketty è disponibile nella sezione Critiques de Livres-Book Reviews. In una nota seppellita in piè di pagina nella metà di un libro di oltre 900 pagine, questo falsare, che i suoi malintenzionati maestri volevano fare passare per un nuovo Marx, (1) ammette apertamente che i suoi ratio – paretiani a ribasso – utilizzati per illustrare l’ineguaglianza dei redditi non tengono conto dei strumenti della finanza speculativa!!! Ma questo tipo di pretenzioso e fallace racconto statistico mondiale, falsato sin dall’inizio perché destinato a creare un nuovo senso comune della percezione dell’ineguaglianza nell’epoca della speculazione egemonica, arricchisce il suo uomo. Comunque dubito che questo libro indigeste sia stato letto da molti laboriosi e zelanti commentatori, di sinistra o di destra. Fui l’unico ad attirare l’attenzione sopra questa scomoda nota in piè di pagina, cosa da fare pensare che gli altri si sono accontentati prudentemente dei commenti disponibili sulla quarta di copertina.

8 ) Per il Jobs Act, vedi i testi disponibili nella categoria Lavoro del sito http://rivincitasociale.altervista.org

9 ) Vedi: http://www.conseil-constitutionnel.fr/conseil-constitutionnel/root/bank/download/2001455DCdoc.pdf ; vedi pure https://fr.wikipedia.org/wiki/Loi_de_modernisation_sociale#Chapitre_Ier_:_.C3.89tablissements_et_institutions_de_sant.C3.A9 ; e https://www.legifrance.gouv.fr/affichTexte.do?cidTexte=JORFTEXT000000408905&dateTexte=&categorieLien=id

10 ) Vedi Keynes, Possibilità economiche per i nostri nipoti, in http://www.giuseppelaino.it/?page_id=2662 (oppure Perspectives économiques pour nos petits-enfants, dans https://www.les-crises.fr/keynes-perspectives-eco/ . Vedi pure

Paul Lafargue, Il diritto all’ozio, la religione del capitale, http://www.fondowalterbinni.it/biblioteca/Lafargue.pdf (oppure, Paul Lafargue, Le droit à la paresse, dans https://www.marxists.org/francais/lafargue/works/1880/00/lafargue_18800000.htm

11 ) Per la regressione sul codice del lavoro vedi : a) « Loi travail? Chapeau bas à M. Gérard Filoche » nella Categoria Lavoro de http://rivincitasociale.altervista.org ; b) Un Code du Travail déjà rongé par les exigences patronales, Kareen Janselme, Loan Nguyen et Cécile Rousseau, Jeudi, 15 Juin, 2017, L’Humanité http://www.humanite.fr/un-code-du-travail-deja-ronge-par-les-exigences-patronales-637433

12 ) Per quello che riguardo il « marginalismo socialista » de Oskar Lange, vedi i testi accessibili nella Sezione Economie Politique Internationale de www.la-commune-paraclet.com.

13 ) “Benvenuti nell’epoca del fascismo sociale” Il neoliberismo ha sdoganato la legge del più forte. E così siamo tornati alla giungla. La critica del grande sociologo Bonaventura de Sousa Santos, di Giuliano Battiston, 05 giugno 2017 http://espresso.repubblica.it/internazionale/2017/06/05/news/benvenuti-nell-epoca-del-fascismo-sociale-1.303106?ref=RHRR-BE

14 ) vedi https://mises.org/library/socialism-economic-and-sociological-analysis . Vedi anche il ruolo della Société du Mont Pélerin. Per quello che riguarda il Committee on the present danger, vedi : https://en.wikipedia.org/wiki/Committee_on_the_Present_Danger

Commenti disabilitati su RIFORME DEMOCRATICHE RIVOLUZIONARIE O LAMENTABILE RONZINANTE DEL RIFORMISMO?

(Capitolo di Tous ensemble*)

Seguirà la traduzione della Prefazione e aggiornamento intitolata « Marcia verso la stella … di mezzanotte dei filosemiti nietzschiani » già disponibile in francese.)

Indice

Introduzione

Riforma e rivoluzione

Riforma rivoluzionaria e Legge di modernizzazione sociale

A proposito dello sciopero generale

Riforma rivoluzionaria e il pericolo di fare il letto del cesarismo

Posture elettoralistiche e autentica strategia riformatrice

La sinistra tutt’intera è nuovamente confrontata al suo vecchio dilemma benché sotto una forma diversa. Oggi, in Francia come in Europa, non si tratta più di determinare se la via della riforma o quella della rivoluzione sia la migliore per arrivare al socialismo, cioè al regime più capace di coniugare l’uguaglianza reale dei cittadini con la loro libertà politica. Come sempre, si tratta di capire quale sia il migliore mezzo per raggiungere questa meta in date circostanze.

Supponendo meccanismi di controllo democratico dei processi decisionali che nacquero sotto il segno del suffragio universale, il cuore del problema consiste nel sapere come trasformare un sistema di proprietà dei mezzi di produzione. Come trasformare un sistema esclusivamente dominato dalla proprietà privata, in un altro sistema nel quale coesiste una pluralità di forme di proprietà, sotto la dominanza di diverse forme di proprietà collettive, dalle cooperative alle imprese statali. Si tratta di sapere come creare un regime plurale capace di esercitare il suo ruolo in uno sistema di ridistribuzione inquadrato da una pianificazione adeguata alla Formazione sociale in questione. Per la sinistra, intesa in senso lato, si tratta dunque di non confondere le riforme rivoluzionarie, che si iscrivano chiaramente nel senso di una tale trasformazione, con le riforme « gattopardesche » con le quali la borghesia dominante strumentalizza i partiti, nominativamente di sinistra, per imporre una sembianza di cambiamenti mirati a salvare il loro modo di produzione e con esso l’essenziale del loro potere egemonico di classe.

Quando procedono nella giusta direzione, queste trasformazioni possono avvenire progressivamente secondo le possibilità offerte dalle alleanze di classe e dalle loro espressioni politiche messe in opera da governi autenticamente di sinistra. Succede spesso, come oggi, che la lotta sindacale di base possa forzare la marcia. E proprio durante questi episodi che la distinzione tra i due tipi di riforma deve essere chiaramente presente agli occhi di tutti. In effetto, un progresso pur modesto nella buona direzione costituisce una vittoria sistemica poi difficile da cancellare; al contrario, semplici vittorie come ad esempio gli aumenti salariali nominali sono facilmente erose dalle varie inflazioni oppure dalle ristrutturazioni aziendali.

Non di meno, durante la fase cruciale rappresentata dall’iter legislativo, l’irruzione della massa nel tentativo di influirne il suo corso dovrebbe essere accolta da tutte le tendenze della sinistra governativa e non-governativa, come un richiamo all’unità in modo da ottenere le riforme rivoluzionarie le più avanzate possibili, senza rimettere in causa questa unità. E senza rischiare di indebolire la solidità dei legami solidari che uniscono questa sinistra in modo non-antagonista con le diverse stratte sindacali e popolari contrapposte alla destra ed agli altri rappresentanti degli avversari di classe.

Chiaramente, queste unità e solidarietà fondamentali, nutrite con una saggia pratica dell’egemonia, costituiscono per definizione le variabili determinanti dell’ampiezza e della velocità delle riforme esatte. Ne scaturisce il fatto che ogni posizionamento in vista delle prossime elezioni non dovrebbe essere concepito al detrimento della ricerca delle migliori riforme rivoluzionarie possibili, almeno quando queste sono spinte dalla base e informate dai suoi problemi immediati. In altre circostanze, questo posizionamento sarà naturale e necessario ad una sana pratica unitaria della « gauche plurielle ». Esprime la necessità di differenziazione e di articolazione capace di coniugare la personalità e la rappresentabilità di ognuno con il proprio contributo ad un insieme plurale.

Questo si verificherà maggiormente quando vige un sistema elettorale proporzionale o a due turni (nota aggiuntiva : purché le soglie non siano troppo alte …). In tanto, il posizionamento politico deve imperativamente sottolineare il programma proprio, dimostrando pero la capacità di farsi carico dei successi e dei ritardi, se non delle sconfitte, attribuiti al governo al quale si appartiene. Nel caso peggiore, l’ammissione di una sconfitta o di uno ritardo permette di riaffermare la priorità conferita alla problematica sotto-giacente, rievocando così un appoggio elettorale massiccio. In tal modo, se ne evidenzierebbe il peso nel programma comune nell’eventualità una nuova vittoria della « gauche plurielle » lo rendesse realizzabile.

Un’attitudine simile dovrebbe naturalmente imporsi alla sinistra non-governamentale quando le conquiste del governo di sinistra sono globalmente evidenti. Le esperienze britanniche ed italiane negative debbono servire di lezione alla « gauche plurielle » francese. Ambedue dimostrano l’inanità di questa sinistra riformatrice tradizionale, intrappolata nell’egemonia borghese e sempre pronte a considerare il modo di produzione di questa classe come la fine della storia. Fa così l’economia della ricerca del suo superamento, accontentandosi di un mere adattamento alle circostanze, giorno dopo giorno.

La prima, lodata con un tocco d’ironia dal The Economist « The Blair we like » -, vorrebbe credere nella sparizione della lotta tra capitale e lavoro. Similarmente intrattiene speranze per la sparizione definitiva del comunismo. Questo la spinge istintivamente, come per meglio rassicurarsi, a forgiarsi speditamente una vacillante sintesi incarnata dalla sua cosiddetta Terza Via. Sfortunatamente per i propagatori di questa ideologia, essa fu subito rimessa in causa dai vari disastri nazionali indotti da questa scelta politica – pauperismo e razzismo, smantellamento dei servizi pubblici residuali, pandemie inevitabili ecc…

La seconda, sempre trainata dalla sua speranza illusoria nel trovare un proprio Camino di Damasco nella negazione del suo passato, purtroppo prestigioso, si auto-lesiona chiudendo così la porta al riformismo rivoluzionario richiesto da tutte/i quelle/i che vogliono rifondare il comunismo. Così facendo, sprofondano nell’inettitudine della prima senza pero averne i mezzi economici dato l’ampio programma di privatizzazione che aumentò fatalmente la proprietà straniera in Italia al livello record del 60 %. Così, si spiega la sua ricerca di un ruolo di tirapiedi della NATO della quale canterà i « valori » con la devozione dei muti del serraglio, odierni e brillanti discepoli del giolittismo e dei connubi malsani inaugurati già con la politica di Cavour, i.e., il nostrale riformismo trasversale.

Al contrario, per la loro evidenza di classe, tutte le riforme autenticamente rivoluzionarie ottenute dalla « gauche plurielle » francese diventano delle conquiste del proletariato del mondo intero, se non altro perché, senza nessuna miopia volontaristica, ripropongono il dilemma di base: sopra quale cavallo vogliono scommettere i partiti di sinistra, sulla Ronzinante del riformismo borghese oppure sul Bucefalo del riformismo democratico rivoluzionario?

Paradossalmente la risposta sembra fornita ancora una volta dal disastro cittadino sotto-giacente nella « vittoria » elettorale di Tony Blair. Raccolse, in effetti, quello che seminò; la sua strategia di sostegno attivo alla creazione delle « self-contented classes », coccolate dal neoliberalismo a scapito delle più larghe stratte popolari, è ancora amplificata da una democrazia interna di partito e da un sistema elettorale obsoleti se non realmente fraudolenti. Perciò non poteva produrre altro che un tasso di partecipazione non molto più elevato da quello usuale nei Stati Uniti d’America. Antony Blair disporrà dunque di una ampia maggioranza di 167 seggi con solo 42 % dei voti espressi, i quali rappresentano solo il 59 % di tutti gli elettori potenziali. Perciò, il blairismo continuerà il suo scardinamento, autorizzandosi pero a dare lezioni sulla questione del avvenire del « socialismo », grazie ad una maggioranza westminsteriana immeritata perché partorita da un tasso di partecipazione vergognoso, in un paese che si vanta di avere inventato il parlamentarismo moderno!

Si può dunque concludere che le necessità minime di legittimazione del capitale contemporaneo inducono la preferenza ed il finanziamento per un partito – conservatore o sociale-democratico – capace di difendere i diritti esclusivi della proprietà privata. Questa difesa viene articolata come un saggio ed equo equilibrio sociale. (Mentre si metteva da parte la Clausola IV, relativa al ruolo interno dei rappresentanti dei sindacati, vero cuore dell’ideologia del Labour party, si ci gargarizzava con la « social justice » secondo Giddens, Rawls et al.)

Certi si ricorderanno dell’espressione di Paul Verlaine secondo il quale conviene sempre essere equilibrati ma non a pancia sotto (« d’équilibre mais non pas de niveau »). La sinistra autentica ci verrà immediatamente il vasto campo d’azione aperto davanti ai suoi occhi per la sua alternativa rivoluzionaria democratica, appunto quella che gli epigoni delle terze vie cercano frettolosamente abbandonare.

Riforma e rivoluzione.

Il modo di produzione capitalista può decomporsi in un modo di produzione immediato (Pi) caratterizzato da un contratto di lavoro formalmente libero, ed un modo di riproduzione (RS-RA, cioè Riproduzione Semplice e Allargata). Similarmente, il modo di dominazione politico che gli corrisponde punto per punto chiama in causa tanto il codice del lavoro quanto le leggi che concernano la regolazione economica e la ridistribuzione sociale, ai livelli nazionali e internazionali.

Come sanno d’istinto tutti i sindacalisti, le forme di egemonia della borghesia e/o quelle di contro-egemonia delle classi lavoratrici sono iscritte in tutta la lunghezza della catena, dai contratti collettivi – o la loro assenza – fine all’insieme dei diritti socio-politici. E proprio questa realtà, tante volte enunciata dai rappresentanti delle classi lavoratrici e magnificamente ripresa da Antonio Gramsci, a costituire la confutazione definitiva delle tesi di Edoardo Bernstein e dei susseguenti Rawls, Giddens and Co. Per questi ultimi l’emergenza dei parlamenti poteva pretendere offrire una rappresentanza al popolo intero, occultando così l’aspetto di classe rannicchiato dentro questa democrazia borghese sempre caratterizzata da forme più o meno pronunciate di « uguaglianza censitaria ».

Un rinnegato come Kautsky potrà presentare uno tale Stato come uno Stato patriotico dello popolo intero. I marxisti autentici ci hanno sempre visto più chiaro. Ad esempio già Marx nel suo geniale opuscolo intitolato Le lotte di classe in Francia e poi Rosa Luxemburg quando salutò le lotte degli operai belgi nel 1891 e 1893 per conquistare il suffragio universale. Cioè, la prima grande conquista popolare democratica. Era solo una tappa, certo positiva e necessaria, ma incapace di trasformare da sola il modo di produzione sotto-giacente con la sua egemonia politica. Nel suo 18 brumaire, Marx evidenziò la deriva cesarista del suffragio universale quando cerca di restringere il controllo democratico popolare all’unica sfera parlamentare.

In seguito, ci fu l’esperienza del governo di coalizione e la tanto discussa partecipazione di Millerand. Rosa Luxemburg e tanti altri, non ebbero nessuna difficoltà per dimostrare che una tale transizione politicante, pronte ad ogni compromesso proprio al livello del modo di produzione, portava la classe operaia a durissime sconfitte. (1) Per sfortuna, lo stesso rimprovero sarà mosso contro Jaurès, il quale Jules Guesde chiamava purtroppo con ammirazione « ce diable d’homme ».

Si nutrirà così a sinistra una grande confusione, confusione ancora aggravata con la vittoria della rivoluzione bolscevica. Con il suo naturale effetto trascinante, questa contribuì ad occultare la via delle riforme rivoluzionarie democratiche, privilegiando l’opposizione duale tra riforma e rivoluzione. Cioè, da un lato tra la via bernsteiniana sociale-democratica sempre più sviata, proprio quella che portò un Hilferding, un tempo teorico brillante, a stupirsi quando i sbirri di Hitler vennero prelevarlo a casa, e dall’altro lato la via bolscevica intesa a spaccare l’Apparato di Stato borghese per sostituirli gli apparati necessari alla dittatura del proletariato.

Questa cancellazione di un termine del dibattito divenne subito una alternativa politica reale, benché oggi sia più praticabile che mai. Cioè quella delle riforme democratiche rivoluzionarie fondate sull’intima corrispondenza tra sfera politica e sfera economica, alla luce di quanto fu sottolineato qui sopra.

Lenin e i bolscevichi non sono colpevoli di questa confusione: Nel suo Stato e rivoluzione, Lenin si concentrava sui problemi specifici all’anello debole dell’imperialismo quale era la Russia all’epoca, ma non senza ammettere l’alternativa positiva possibile tra riforme rivoluzionarie e rivoluzione. Lenin denunciava pero le riforme sociale-democratiche apertamente rinnegate (sorta di anticipazione di Blair ?). Lenin non ignorava i dibatti del suo tempo ed in particolare quello che animava i fautori dell’anarco-sindacalismo come Fernand Pelloutier, oppure i sostenitori dei partiti di sinistra tali Jean Jaurès e Jules Guesde.

Dopo la sanguinosa repressione della Commune de Paris nel 1871 tutti dovettero fare i conti con un problema che metteva in causa direttamente l’autonomia sindacale e l’unità delle forze socialiste. Si poteva ricercare la partecipazione, affiancare la proprietà pubblica e collettiva sperando conquistare lo Stato, oppure si doveva distruggere lo Stato borghese ? Purtroppo, malgrado le distinzioni le più aspramente vissute, tutti questi erano d’accordo per dissociarsi da una sociale-democrazia servile ma idonea a condannare il mondo operaio e le forze della « Sociale » ad un incessante lavoro di Sisifo inquadrato da un ferreo riformismo legalista borghese.

Rosa Luxemburg non ci colpa neanche. Di fatti, aveva preso la difesa della rivoluzione bolscevica, elaborando simultaneamente una apologia elaboratissima della via delle riforme rivoluzionarie secondo lei più adeguate al livello di sviluppo politico, sindacale e culturale del proletariato occidentale.

Lo sciopero generale, visto come mobilizzazione pedagogica oppure come preparazione di una situazione insurrezionale, si iscrive in questa via come una possibilità, ma mai come una panacea con un script già ben rodato.

Di conseguenza, importa oggi riappropriarsi questa alternativa democratica rivoluzionaria e porre chiaramente la questione: Che tipo di transizione desideriamo? La risposta è già contenuta nella tesi, cioè, ogni trasformazione autentica, anche se a prima vista minima, deve rispettare ad ogni livello e istanza, le corrispondenze tra sfera politica e sfera economica, vegliando ad un suo rigoroso inserimento nelle leggi della Repubblica. L’assenza di una tale corrispondenza aprirebbe la possibilità strutturale e legale di una marcia indietro consecutiva, nel migliore dei casi, alla caduta del governo, ma, a volte, anche per decisione di un governo nominalmente di sinistra.

In tal caso, la sinistra viene nuovamente confrontata alla dura realtà secondo la quale il potere della borghesia va ben oltre il semplice esercizio del potere legislativo da parte di un specifico governo. In effetti, coinvolge la totalità degli apparati politici e produttivi, come pure il buon senso in vigore, il quale ne detta la comprensione aiutando così a legittimarne la perpetuazione. Da sola la regolamentazione del mercato non garantisce l’inquadramento del potere discrezionale del padronato sui processi di lavoro e di produzione. Per raggiungere un tale obbiettivo, le leggi debbono permettere l’affermazione di una pluralità di forme di proprietà dei mezzi di produzione sempre più ancorata sul settore pubblico e cooperativo e sulla cultura associativa che va di pari passo.

Per contro l’esistenza di una tale corrispondenza sistematica costituisce il migliore baluardo contro ogni ulteriore regressione, sopratutto quando risulta fortemente inserita nel funzionamento globale del sistema. Se per caso riesce ad essere costituzionalizzata, allora non dipenderà più da una maggioranza parlamentare congiunturale o da una opposizione sufficientemente minacciosa. Quest’ultima è comunque soggetta ad un sistema elettorale « democraticamente fraudolente », del quale il sistema canadese uninominale maggioritario ad un turno ne costituisce uno dei peggiori esemplari. Basta paragonare il valore delle garanzie costituzionali nel caso della laicità in Italia oppure della parità in Francia con la loro assenza nelle nazionalizzazioni socialiste poi rovesciate dal governo di destra di J. Chirac.

Riforme rivoluzionarie e Legge di modernizzazione sociale.

In tanto preme sapere di che tipo di corrispondenze si parla per potere giudicare della loro giustezza e della loro solidità. La legge di modernizzazione sociale permette affrontare questo problema in un caso specifico.

La questione diventa: E possibile enunciare puramente e semplicemente sul piano giuridico l’interdizione dei « licenziamenti borsistici » in una economia mista, caratterizzata da una certa importanza riconosciuta alle imprese pubbliche, ma ancora nettamente dominata dal settore privato nel quadro di una costituzione liberale? E, per di più, nel quadro di una costituzione liberale iscritta dentro le costringenti normative della Unione Europea, come pure d’entro quelle emananti da una economia aperta inserita in una economia mondiale ogni giorno più globalizzata ? Tentare di farlo immediatamente senza prima riequilibrare le forme di proprietà può o meno portare inutilmente a spaccare la « gauche plurielle »? Cioè, portandola a posizioni contro-produttive per un elettorato che forse incoscientemente ne risentirà comunque le contraddizioni nelle sue forme reali di esistenza e dunque nella sua possibilità di esprimere una solidarietà ampia o ristretta, generosa o naturalmente difensiva.

Senza dovere necessariamente ottenere subito tutte le apparenze legali, sarebbe possibile al contrario ottenere l’essenziale sul principio e la direzione delle riforme ? Ben inteso, senza smettere di utilizzare i mezzi oggi disponibili per proteggere al massimo la base dagli effetti debilitanti prevedibili – chiusure di imprese e piani sociali. Questi sono scaturiti dalla contraddizione che oppone i problemi legati ai licenziamenti, brutalmente iscritti nel presente, e le soluzioni permanenti, certo autentiche, ma non di meno necessariamente scaglionate nella durata della transizione ?

Considerando solo l’essenziale vediamo gli aspetti maggiori di questa legge di modernizzazione sociale tale che apparivano in seconda lettura. Il ministro Madame Guigou sottolineò i dati costituzionali essenziali; essi affermano tanto la protezione delle imprese private quanto i diritti del mondo del lavoro. Ricordando che la riconciliazione dei diritti costituzionali appartiene normalmente alle corte, la legge richiamò pure i precedenti in materia di licenziamento arbitrario, i quali costituivano già una sorte di inquadrature delle procedure di licenziamento. Affermò l’opposizione del governo alle pensioni delle imprese – loi Thomas – e il suo appoggio al principio detto della « Samaritaine ». A monte dei licenziamenti, rafforzò il diritto all’informazione ed alla trasparenza assieme ai comitati di imprese. A valle dei licenziamenti abbordò il problema delle ristrutturazioni ed il « rilevare » delle imprese, chiamando in causa con giudizio i consigli regionali per certi aspetti relativi alla gestione della mano-d’opera implicata e alla gestione dei bacini di personale disponibili.

Nell’ottica delle riforme rivoluzionarie delle quali abbiamo parlato, risale che in mancanza della possibilità di rimettere frontalmente in causa la libertà di impresa – per quello che ci riguarda qui, il diritto di licenziamento e di chiusura – si potrebbe non di mono sperare modificarne certi parametri. Ad esempio, col ricorso alla regolamentazione economica prima e forse domani grazie alla possibilità di cambiare la forma di proprietà privata e dunque la forma di esercizio del potere decisionale discrezionale del padronato e dei dirigenti delle imprese meno cittadine, tramite l’intervento dei Fondi operai. Nello stato attuale della proposizione di legge, le questioni e i discordi riguardano sopratutto gli interventi a monte dei licenziamenti.

Altri più informati di me e più al corrente del funzionamento del sistema potranno immaginare le correzioni suscettibili di costituire delle riforme rivoluzionarie, anche se per ora modeste, cercando pero di ricucire l’unità tra la « gauche plurielle » e la sua base, in uno spirito di difesa del bilancio comune e delle riforme progettate per un secondo mandato. Per parte mia, considererei come una vittoria della sinistra intera, la possibilità legale per i comitati di imprese di richiedere la partecipazione del Commissariato della Pianificazione. Chi meglio del Commissariato conosce in dettaglio la situazione delle industrie e dei settori economici come pure delle ristrutturazioni necessarie al mantenimento della competitività nazionale ed alla preservazione degli impieghi ?

Il Commissariato avrebbe prima un ruolo di conciliazione e di persuasione – con gli aiuti pertinenti – e secondariamente la possibilità di inglobare il ruolo di arbitro con l’accordo delle parti salariale e padronale. Questo porterebbe certamente alla creazione di un ufficio specializzato all’interno dell’organo di pianificazione per tenere conto della necessaria divisione del lavoro. In oltre, nel quadro del Commissariato le forze sociali – sindacati, Stato, padronato – goderebbero di una rappresentanza paritaria. Il Commissariato della Pianificazione dispone dei dati relativi alle sovvenzioni già conferite. In caso di chiusura dovuta alla delocalizzazione, una parte potrebbe eventualmente essere restituita oppure prelevata dalle vendite avvenute sui territori nazionale e europeo.

In relazione con il ministero delle finanze e dell’economia, può anche sottolineare la migliore utilizzazione possibile delle future sovvenzioni e suggerire le ristrutturazioni oppure il « rilevare » delle imprese più pertinenti. Queste sovvenzioni legate al mantenimento dell’impiego ed alla ristrutturazione/modernizzazione delle imprese sarebbero probabilmente inattaccabili al livello europeo. In oltre, in questa maniera, sarebbe possibile conciliare le rivendicazioni della base con i pre-requisiti di una economia di mercato regolamentata. Similarmente sarebbe possibile riconciliare la « gauche plurielle » con la sua frazione non-governamentale costituita da Lutte ouvrière e da LCR. I contributi di queste organizzazioni alla teoria ed alla pratica contemporanee delle riforme rivoluzionarie sarebbero auspicabili dato il loro lungo ed autentico militantismo, anche perché la loro partecipazione futura alla « gauche plurielle » governamentale diventerebbe inevitabile nel momento in cui il principio di questa ottica riformatrice rivoluzionaria sarebbe diventate comune.

In effetti, i comunisti e la base potrebbero solo felicitarsi per il ruolo crescente conferito alla Pianificazione. Meglio ancora, tutte le tendenze comuniste PCF, LO, LCR ecc., potrebbero iniziare un processo comune per determinare quello che li contraddistingue e quello che gli accomuna, in modo da vietare false opposizioni e preparasi in un futuro immediato a formare una federazione di tutte le forze comuniste centrata su questo concetto di riforme democratiche rivoluzionarie. Si metterebbe in opera una democrazia interna rinnovata, informata dalle ricche esperienze del passato e quelle dei membri e militanti contemporanei. Sinceramente, il PCF attuale non può essere simultaneamente accusato di volere cooptare le manifestazioni e di non supportarle con determinazione!

Aggiungiamo che nel momento in cui una riforma autentica include in modo coerente gli aspetti politici ed economici a monte e a valle di una contraddizione reale da risolvere, le altre misure pertinenti, in essa comprese, ne escono rafforzate. Ne andrebbe così dei precedenti giuridici oggetto della proposta di legge sulla modernizzazione sociale, come pure degli aspetti innovativi tali quelli relativi all’assillo morale. In effetti, il testo di legge potrebbe ricercare i mezzi per rafforzare queste misure parallele – giuridiche e amministrative – raccogliendo espressamente le esperienze pertinenti e inserendole nella logica desiderata dalla nuova legge.

Non si può fare astrazione del fatto che certi « licenziamenti » faranno sempre parte dell’utilizzazione razionale dell’economia qualche sia il modo di produzione, nel momento in cui adotta una logica della razionalità economica che mette in causa l’emulazione oppure la concorrenze tra imprese del stesso tipo per stimolare la loro produttività. Questo risulta ovviamente più vero ancora in un sistema a dominanza capitalista. La vera questione rimane: sarà il padronato a conservare solo il dominio dell’utilizzo della forza di lavoro, con il suo controllo assoluto dei mezzi di produzione e del processo di produzione immediato, oppure sarà esso portato a condividere questa dominazione tramite forme di proprietà miste e mezzi adeguati di regolamentazione economica ?

Oggi, questa domanda deve essere formulata tenendo conto dei vincoli esterni reali ai livelli europeo e mondiale. Dato che la società non si è ancora dotata di mezzi pesanti di intervento in nome del proletariato, tali i Fondi operai gestiti dal proletariato stesso, anche i licenziamenti borsistici debbono essere trattati secondo la logica più ampia allusa qui sopra: sottomettere oggi l’uso arbitrario della forza del lavoro ad un intervento di controllo del Commissariato della Pianificazione costituirebbe un progresso innegabile. Questo rappresenterebbe una pratica avanzata del modo di regolamentazione economica capace di portare a medio e lungo termine a dei cambiamenti sottili nella forma attuale della proprietà privata. Certo non sarebbe ancora cooperativa o socialista, come può essere il caso con le imprese statali, ma non di meno segnalerebbe il declino definitivo del potere arbitrario del padronato e del management.

Ben inteso l’obbiettivo centrato rimane il superamento della dominazione della proprietà dei mezzi di produzione in una Formazione sociale caratterizzata da una pluralità di modi sotto dominio del settore sociale, cooperativo e pubblico. Oltre i Fondi operai la transizione verso una tale Formazione sociale democratica avanzata dovrebbe riposare su regole europee ed internazionali adeguate. Ad esempio, l’armonizzazione fiscale europea, venalmente combattuta da Blair, ma concepita nell’ottica dell’Europa sociale. Oppure se non si può opporre le Soglie Tobin – descritte in Tous ensemble – alla speculazione, almeno la costituzione di una banda di fluttuazione delle monete principali – euro, dollaro, yen, renminbi. Questa proposta fu avanzata giudiziosamente da Oscar Lafontaine per contrastare le inutili devastazioni causate dai privilegi regaliani (sovrani) immeritati ma ancora detenuti dal dollaro americano. Questa politica del dollaro forte va di pari passo con i disequilibri crescenti di tutti i parametri fondamentali dell’economia americana, in modo che questa politica eccessivamente unilaterale continuerà a penalizzare tutte le altre nazioni che utilizzano il dollaro come principale valuta di riserva.

Nell’immediato, in assenza di un consenso europeo chiaro sulle questioni di fondo necessarie per la costituzione di una Europa sociale, importa sapere apprezzare il valore della minima riforma capace di attualizzare un qualche sia potenziale di riforma democratica rivoluzionaria. Questo con la consapevolezza di doverla operazionalizzare a tutti i livelli di espressione necessari alla sua effettiva realizzazione, livelli economici, giudiziari, culturali ecc. …

Così facendo, se non si sgancerà certo un capovolgimento rivoluzionario, le sue ripercussioni provocheranno una lente accumulazione di cambiamenti profondi. Questi porteranno al compimento del vecchio sogno di tutti gli autentici progressisti, cioè « conquistare e rompere lo Stato borghese » per sostituirli uno Stato sempre più sensibile alle volontà ed ai bisogni del popolo e dei cittadini. La via del riformismo democratico rivoluzionario è una via che condanna senza mezza misura le elusioni dei vari Bernstein, Rawls, Giddens, Blair and Cie. Essa ripropone, nel contesto di una società democratica avanzata, uno compito rivoluzionario mai rinnegato da Lenin, Trostkij e neppure da Jaurès, Guesde o Emile Pacault. Una volta sgomberata la falsa opposizione tra riforma e rivoluzione, diventa evidente che il contributo di tutte/i le militante e militanti forma la limpida fonte di tutte le forze capaci di concepire e di mettere in pratica questo superamento oggi più urgente che mai.

A proposito dello sciopero generale.

Lasceremo da parte Georges Sorel con i suoi miti barcollanti. Ma come concepire lo strumento dello sciopero generale nel contesto contemporaneo ? Supponendo che uno sciopero generale che coinvolge la maggioranza dei salariati fosse oggi possibile organizzare, quale obbiettivo potrebbe porsi senza diventare contro-produttivo ? Il governo Jospin non è un governo Prodi né un governo D’Alema: di fronte al pronunciato scatenamento del neoliberalismo ed alle inettitudini degli epigoni di una cosiddetta New Economy esenta, non si saprebbe dire per quale miracolo, dalle vicissitudini dei cicli economici, il governo della « gauche plurielle » in Francia ha saputo dare, fin qui, una risposta decisiva e misurata: le 35 ore settimanali e la spartizione del lavoro assieme alla parità di genere ne costituiscono i simboli fari.

Questi rappresentano una svolta, almeno concettuale, per l’insieme della sinistra. Di fronte a tale bilancio, uno sciopero generale sulla proposta di legge di modernizzazione sociale non avrebbe un obbiettivo insurrezionale. Cercherebbe invece di provocare la mobilizzazione delle forze lavorative col scopo di influenzare il processo legislativo relativo a questa legge. Ogni sciopero o mobilizzazione riusciti dei lavoratori contiene un aspetto pedagogico suscettibile di influire sugli atteggiamenti dei dirigenti sindacali e politici, come pure della base popolare. Ecco perché, di fronte al governo della « gauche plurielle », questi scioperi devono essere costruttivi, in modo che dovranno essere inseriti nella logica comune del processo legislativo ancora aperto agli ammendamenti. Queste proposte saranno rigettate dalla componente maggioritaria del governo se si attaccano frontalmente ai privilegi della proprietà privata, per altro garantiti dalla Costituzione e della sua prevalenza sulle leggi ordinarie.

Si tratta qui di realismo politico. Perché rischiare una legge che partorirebbe forti dissensi sapendo in anticipo che sarà invalidata dal Consiglio costituzionale ? E come pensare ad una modifica costituzionale su una tale questione ad un anno delle elezioni presidenziali e legislative ? Per contro, non è sicuro che questa maggioranza sarebbe così restia inverso ammendamenti per ora moderati ma iscritti nella buona direzione, quella delle riforme rivoluzionarie. Dopo le elezioni legislative, una « gauche plurielle » unita e ricondotta al governo potrà ancora approfittare delle opportunità presentate dalla realtà concreta per consolidare ed estendere queste conquiste vitali. Altrimenti lo sciopero generale ammonterà a privilegiare il posizionamento elettoralistico dei partiti contro le rivendicazioni realmente realizzabili e, di conseguenza, a scapito degli interessi vitali del proletariato e del popolo. (Nota aggiuntiva: ovviamente si suppone qui una fiducia diffusa sull’ugualitarismo repubblicano della direzione politica … Ripeto: Jospin non era né Prodi né D’Alema.)

Non è tutto, potrebbe essere peggio. Una mobilizzazione generale ben intenzionata, mirata ad obbiettivi inaccessibili nelle attuali circostanze, si esporrebbe a produrre il contrario dei suoi obbiettivi dichiarati, portando alla divisione della sinistra. Ne seguirebbe anche la desolidarizzazione di larghe stratte sindacali con questi obbiettivi nel momento in cui questi sarebbero percepiti come penalizzandoli inutilmente tanto quando il patronato e lo Stato padrone in una lotta persa sin dall’inizio. In realtà, ogni sciopero generale che non cerca di creare uno stato insurrezionale, cosa oggi impensabile, costituisce una grave sconfitta quando lo spirito di solidarietà inter-categorie non ne esce rafforzato. E innegabile che anche i più belli slogan della lotta di classe non valgono la loro reinvenzione concreta secondo le esigenze delineate dalla realtà attuale.

All’inizio, lo Stato di classe della borghesia riposava su una teoria liberale che andava di pari passo con un sistema liberale censitario. I fondamenti di un tale Stato imponevano una lotta di classe molto diversa di quella che prevalerà dopo l’emergenza dello Stato sociale o Welfare State. Sopratutto dopo la vittoria sovietica sul nazifascismo e la costruzione di uno Stato sociale nato dalla Resistenza come un compromesso che fu ancora rinforzato dal bipolarismo scaturito dalla Conferenza di Yalta e dall’inizio della guerra fredda (1946). Lo Stato sociale occidentale fu concepito dalle borghesie occidentali come una seria di concessioni necessarie per impedire l’ineluttabile avanzata del comunismo verso Ovest.

Con lo Stato liberale classico, la lotta di classe mirava ad organizzare un proletariato industriale il quale, assieme ai contadini poveri o poco agiati, costituiva la maggioranza della popolazione lavorativa. In tali circostanze, lo sciopero generale, oltre a permettere lo sviluppo della coscienza politica di queste classi, particolarmente del proletariato industriale, aveva il potenziale di paralizzare interamente il funzionamento dello Stato borghese. In questo modo era in grado di forzarlo a fare concessioni economiche, sindacali e politiche che altrimenti non avrebbe mai concesso. Queste non potevano comunque essere vinte per via parlamentare dato il debole stato della democrazia reale tanto per quello che riguardava la franchigia elettorale quanto il funzionamento dei Parlamenti e delle altre istanze di democrazia industriale e sociale o culturale, senza nemmeno parlare del contenuto di classe delle Costituzioni nazionali allora vigenti.

Da qui il potenziale insurrezionale che l’avanguardia del proletariato non disdegnava considerare (es. F. Pelloutier e gli anarco-sindacalisti, poi i Spartakisti ). In effetti, la borghesia nazionale non aveva nessuna altra scelta se non di negoziare in posizione di forza sulle proprie basi, oppure rischiare una confrontazione violente facendo uso del suo monopolio legale della forza legittima. In 1936, la borghesia francese indebolita dalla presenza del Fronte nazionale al governo capace di rappresentare alcune domande della base, preferirà arrivare a patti con gli accordi di Matignon ma arrangiandosi per diminuire subito dopo gli aumenti salariali accordati facendo ricorso all’inflazione.

A volte questa situazione insurrezionale non porta i suoi frutti per causa della mancanza di determinazione dei rappresentanti politici. Questi per varie ragioni rifiutano assumere il loro ruolo (ad esempio, il 1968 francese e la Primavera di Praga furono le ultime mobilizzazioni di questo genere, ambedue andarono incontro alla necessità mal valutata dalle avanguardie di gestire le condizioni sistemiche imposte dal bipolarismo internazionale aggravato dalla guerra fredda. Nonostante rimangono di un grande interesse dato che entrambi arrivano per così dire con ritardo ma raccogliono comunque le solidarietà ereditate dal passato e dunque sono capaci di trasformare la coscienza operaia in una forza materiale obbiettiva. Malgrado la loro sconfitta, sapranno dunque proiettare i loro sogni di valorizzazione autenticamente umana opposta a delle gerarchie esogene verso l’avvenir. Lascio cui da parte l’aspetto di classe borghese o no del sistema cecoslovacco dell’epoca, dato che i suoi migliori dirigenti, in accordo con la base, ne volevano riformare in senso rivoluzionario il modo operativo dominante giudicato fuori luogo per un autentico socialismo a viso umano. (2)

Con l’emergenza dello Stato sociale – Welfare State – sopratutto dopo la seconda guerra mondiale, la struttura delle forze produttive e quella del mondo del lavoro subiranno una drammatica evoluzione. Per semplificare, la dominazione numerica del proletariato industriale verrà lentamente sgretolata con l’irruzione dei « colli bianchi » (una volta cari al sociologo Wright Mills) e dei lavoratori impiegati nei settori dei servizi. Benché questi siano troppo spesso confusi con le vecchie classe medie impiegate sopratutto nella pubblica amministrazione oppure nelle funzioni amministrative delle grande imprese, in particolare le imprese multinazionali.

Questa distinzione tra lavoratori era in effetti molto artificiale per tutte le categorie che non appartenevano ai quadri. Questa evidenza fu dimostrata dalla loro sindacalizzazione successiva quando furono finalmente revocate le leggi che impedivano tale sindacalizzazione. Queste erano state coscientemente mantenute fin li per volontà dei padroni e dello Stato-padrone. A queste modifiche relative alla struttura della forza del lavoro, lo Stato sociale aggiungerà altri elementi necessari al mantenimento della coerenza di questa nuova epoca del capitalismo: pianificazione contro-ciclica keynesiana – spesso nella sua variante di keynesianismo militare –, programmi sociali ecc … e, sopratutto, dal punto di vista che ci concerna qui, la nazionalizzazione di certi settori di produzione strategica tramite la creazione di imprese pubbliche – i.e., statali. Questa logica investirà poco a poco tutte le sfere della vita economica, sociale e culturale, creando così una società della proprietà mista sotto dominanza borghese.

Per essere ancora più chiari, sottolineiamo il fatto che durante la prima guerra mondiale fu adoperata la prima esperienza di pianificazione e di mobilizzazione delle risorse nazionali sotto il controllo delle borghesie nazionali. Questa mobilizzazione economica concerneva solo attorno a 10 % delle attività delle nazioni necessarie per sostenere lo sforzo di guerra, almeno per l’America del Nord. Si tratta dunque di attività di vitale importanza. Dato la complessificazione del sistema di produzione industriale, durante la seconda guerra mondiale questa mobilizzazione concernerà oltre i due terzi delle attività. La crescita di questa complissificazione continuerà trattandosi di un processo naturale sostenuto in seguito dalle amministrazioni nate con lo Stato sociale sviluppato dalle borghesie occidentali.

Nel contesto di questa società di ridistribuzione borghese, sostenuta da forme di proprietà miste – pubbliche e private –, lo sciopero generale rischia perennemente di andare incontro ad un scoglio micidiale: quello di penalizzare lo Stato – dunque via la ridistribuzione, le classi le più vulnerabili. Esse dipendono unicamente o parzialmente di questa ridistribuzione e, di conseguenza, sono più soggette a manipolazioni di ogni sorte mirate a creare divisione all’interno del proletariato. Invece ne esce meno penalizzato il padronato perché gode ormai dei vantaggi conferiti dalla multi-nazionalizzazione delle sue forze produttive. Lo sciopero generale può allora facilmente diventare catastrofico per la classe operaia dato che risulta essere una forma di lotta inadeguata nella sua forma classica ormai superata dall’evoluzione del modo di produzione e dalla sua forma epocale.

Un’occhiata anche sommaria alle esperienze del 1936, 1968, 1995 e 1996 in Francia mostra come certi scioperi, sostenuti ampiamente da tutti i lavoratori e dalla popolazione in generale, con la loro partecipazione diretta o meno, possono raggiungere i stessi obbiettivi dei scioperi generali classici, nel momento in cui dimostrano una buona comprensione di questo rischio di penalizzazione inerente alla struttura dello Stato sociale. Questa problematica che va ben oltre quella dei servizi detti « essenziali ». Per le stesse ragioni, i lavoratori italiani durante gli anni 60/70 inventarono i scioperi a singhiozzi sperimentando pure scioperi dimostratevi di 24 ore e scioperi rotativi. Senza escludere i scioperi – a volte « selvaggi » – di solo qualche ore con l’insieme della cassetta degli attrezzi sviluppata dai lavoratori, incluso i scioperi bianchi ed i scioperi a braccia incrociate.

Nel 1968 in Francia, lo sciopero divenne generale con la pressione esercitata dalla base, forzando così la mano delle organizzazioni sindacali, incluse quelle più legate agli interessi della classe operaia in quanto tale. Ma non trovò nessuno sbocco politico dato che i loro rappresentanti politici non pensarono potere tirare vantaggi duraturi dalla sua trasformazione in insurrezione aperta. Per contro, nel 1995-1996, un sciopero inizialmente settoriale, ma sganciato in un settore strategico da lavoratori perfettamente coscienti del loro sfruttamento esagerato, come pure della loro propria forza, dimostrò subito la sua capacità di paralizzare il trasporto a gomma ed, in effetti, se necessario tutto l’apparato produttivo nazionale.

Questo permetteva di raggiungere settorialmente la maggiore parte degli obbiettivi una volta raggiunti da un sciopero generale classico coronato da successo. Questo senza rischiare di erodere la coesione delle forze sociali finché l’uso intelligente dei blocchi stradali filtranti permisero di mantenere la pressione senza mettere in causa irrimediabilmente la produzione nazionale oppure la solidarietà interprofessionale. Questo fece si che la stragrande maggioranza della popolazione si identificò con entusiasma ai scioperanti.

Questa è la grande lezione data dai camionisti francesi e dai loro rappresentanti sindacali e politici. Il loro slogan « tous ensemble », emerso dalla base e subito adottato unanimemente come simbolo delle lotte future, esprime una reale novità perché raccoglie spontaneamente, in una situazione nuova, le migliori lezioni del passato. Fu grazie a questa atmosfera di festa ed al mantenimento di questa spettacolare solidarietà, che andava oltre ogni clivaggio di mestiere o di settore, che il governo socialista potrà in seguito mettere avanti il suo progetto più avanzato, cioè quello della spartizione del tempo di lavoro.

Visto dall’altra parte dell’Atlantico questo progetto apparì subito per quello che era, cioè uno cambiamento di rotta non equivoco contro la logica dominante del capitalismo neoliberale. Rappresentò la prima manifestazione avvenuta dopo la rivoluzione monetarista di Volker-Reagan e dei suoi avatari esagonali del 1983. Con essa i lavoratori si istituivano ancora una volta come soggetti storici a parte intera, capaci di inventare una nuova forma di transizione. Basta per rendersene conto paragonare le 35 ore settimanali, la difesa di una Europa sociale e, sul piano internazionale, principi come quello di precauzione, con la legislazione del governo Harris dell’Ontario e la sua regressiva introduzione delle 60 ore. Questa fu accompagnata da misure reazionarie sulle ore supplementari e i diritti dei sindacati -, per colmo con il giogo distruttore del NFTA – e prossimamente del ZLEA – e con le posizioni canadesi americofile e suicidare nelle negoziazioni all’interno dell’OMC. Si può ancora paragonare con il programma del presidente Bush, cioè il neoliberalismo più spietato con la riduzione delle tasse a favore dei più ricchi, la multiconfessionalità come modo per sostituire l’assicurazione o previdenza sociale concepita come diritto cittadino, con l’assistenza sociale relegata come tempo fa agli organismi privati di carità, la privatizzazione della scuola pubblica, gli attacchi aperti contro la laicità ecc, ecc., …

Lo spirito di questa solidarietà operando in favore di una più grande giustizia sociale e per l’istituzione di una nuova epoca repubblicana di ridistribuzione delle ricchezze nazionali, non è ancora spento dato che le azioni messe in campo sin da quell’epoca hanno sempre saputo fare la differenza tra penalizzare il patronato oppure lo Stato in quanto Stato-padrone o penalizzare inutilmente la popolazione intera, oppure il livello di supporto della « gauche plurielle ». In questo modo, le azioni sindacali, incluso quelle che a volta come si dice si deve sapere terminare in tempo, possono tutte essere inserite nella tendenza nuova di questa riforma democratica rivoluzionaria. Il suo movimento generale è necessariamente composto dal contributo di tutti i scioperi individuali e dalla solidarietà di tutta la popolazione.

In questo sapere fare dei lavoratori e delle loro organizzazioni sindacali e politiche risiede la solida fondazione sulla quale regge l’unità delle forze progressiste nell’azione e la solidarietà più larga possibile. Volere rimettere in causa queste avanzate partorite dalle lotte concrete, in nome del ritorno a formule ben note ma superate, tale lo sciopero generale classico, denoterebbe una cecità o peggio ancora. Sopratutto quando viene esercitato contro un governo come quello della « gauche plurielle ». Per i seguaci della doxa, nessuna lettura seria degli autori classici che si sono espressi sulla questione, in primo luogo Rosa Luxemburg, permetterebbe fare l’economia di un tentativo serio di comprensione contemporaneo della questione a partir dei dati congiunturali e sistematici attuali. La purezza ideologica rileva dei fini collettivi e dei mezzi messi in campo per raggiungerli quando questi ultimi hanno superato i test della realtà concreta, tra i quali la necessaria ampia adesione dei militanti e della base. Ecco perché lo sforzo concettuale in questa direzione di tutti i militanti e militante rimane una necessità vitale della lotta.

Detto questo nessuno più del padronato ha una coscienza così chiara delle innovazioni tattiche e strategiche sviluppate dal proletariato e dalle sue organizzazioni, visto che ne subisce tanto la sorpresa quanto gli effetti. La sinistra avrebbe torto di sottovalutare questo fatto. L’utilizzazione fraudolente delle legittime rivendicazioni di certi camionisti cileni da parte della CIA e delle forza armate cilene puntava proprio sull’importanza strategica di questo settore per paralizzare e penalizzare economicamente il governo Allende, non essendo altrimenti capaci di ottenere la solidarietà della maggioranza dei Cileni.

La chiusura di LU-Danone, Marks &Spencer, AOM-Liberté, Bata ecc., … nel contesto attuale non sembra rispondere solamente all’imperativo dei « licenziamenti borsistici » e della difesa, a corto termine, degli interessi degli azionari, sembra invece calcolata per colpire l’anello debole del dispositivo – e delle speranze – contenuto nelle nuove leggi relative alle relazioni di lavoro. Si vuole mettere il governo della « gauche plurielle » brutalmente faccia a faccia con il vecchio dilemma della sinistra, cioè rispettare il legalismo borghese e accettare di smorzare le leggi, sopratutto quelle relative alle relazioni di lavoro pure deludendo la base, oppure scegliere di andare avanti col rischio di scontentare l’ala destra di questa sinistra, con la speranza di scontentare anche l’elettorato in generale?

Ecco perché è urgente ricorre a misure difensive e dissuasive adeguate ma astratte dal campo immediatamente politico, grazie al loro inserimento nella legge. L’applicazione amministrativa ne sarà allora automatica: in particolare, il rimborso degli aiuti pubblici ottenuti e forse anche una forma legale di boicotta parziale. Cioè in caso di chiusura borsistica o in caso di delocalizzazione ingiustificata, la percezione di una tassa percepita sull’importazione dei prodotti del gruppo in questione per compensare i danni provocati, in particolare quelli relativi ai salari dei lavoratori e le spese causate per assicurare la loro re-inserzione lavorativa o la loro formazione professionale.

In effetti, queste forme di ritorsione legalizzate e giudiziosamente mirate non sarebbero senza valore dissuasivo in caso di chiusura o di delocalizzazione ingiustificate, particolarmente per le imprese straniere. Permetterebbero facilitare le azioni destinate a rilevare le imprese con la percezione di queste multe e sopratutto grazie alla liberalizzazione momentanea di una parte dei mercati, così resi disponibili ai nuovi acquirenti.

Per sviluppare queste forme difensive in un senso favorevole al sostegno delle rivendicazioni generali dei lavoratori, ed al mantenimento della solidarietà malgrado le vicissitudini della lotta, conviene approfondire ancore la dialettica che alimenta la coscienza di classe in quanto classe piuttosto che in quanto categoria. Non possiamo illuderci. Sappiamo che la lotta sarà sempre più aspra quando toccherà di più vicino la proprietà privata ed il potere discrezionale del patronato all’interno dei processi di lavoro e di produzione. Certe sconfitte saranno inevitabili anche sotto un governo di « gauche plurielle » e sarebbe vano cercare di metterlo all’angolo inutilmente.

I licenziamenti in generale no spariranno interamente, passerà tempo per questo, siano loro causati dalla logica capitalista oppure, più generalmente, da quella derivante dalla necessità di adattarsi ai processi che hanno una spinta propria. Così le leggi nazionali, in particolare quelle che vanno nel senso dell’Europa sociale, adotteranno una posizione rigorosa sulla sussidiarietà, cercando di utilizzare tutte le aperture disponibili nella nomenclatura delle istituzioni europee per consolidare il progressi che vanno nel senso di riforme autentiche al livello comunitario. Dovrebbe essere il caso, ad esempio, per la difesa dei servici pubblici e della legittimità assoluta delle forme di proprietà pubblica nel senso di impresse statali o cooperative. Il ragionamento vale per l’OMC.

Per contro, può succedere che una legge riformista rivoluzionaria sdoganata dall’esame del Consiglio costituzionale sia nondimeno sconfitta per la sua mancanza di conformità con gli accordi internazionali esistenti – e sottomessi alla forte dominanza capitalista tanto al livello europeo quanto a quello dell’OMC. In questo caso, si ci dovrà accontentare temporaneamente della legge nazionale la più avanzata possibile, e mettere la priorità delle mobilitazioni e delle lotte sulla rimessa in causa di questi bloccaggi istituzionali endogeni ed esogeni. Conviene dunque sottolineare il lavoro compiuto da José Bové e i suoi compagni per avere aperto la strada in questo campo. La formazione di coalizioni pan-europee destinate a fare progredire i dossier relativi all’Europa sociale deve ugualmente essere ricercata ed incoraggiata. Questo è un campo di azione molto incoraggiante nel quale esercitare a fondo la pratica della lotta e delle alleanze di classe per conquistare nuovi diritti salvaguardando le conquiste popolari passate.

La sinistra e tutti quelli che lottano per una Europa realmente sociale, e per una OMC riformata, sono perfettamente coscienti dell’estrema abilità dimostrata dalla borghesia per riprendere a livelli censitari superiori, da essa interamente controllati, quello che fu costretta a cedere ai livelli nazionale o locale più soggetti alla volontà democratica delle cittadine e dei cittadini. Di conseguenza, finché il governo della « gauche plurielle » rimarrà un governo autenticamente di sinistra conviene, anche nell’avversità, vietare di sbagliarsi di avversari affine di conservare al governo la capacità di pesare efficacemente su queste istituzioni, per oro troppo esterne, ma al benefico dell’ « interesse generale» – nella sua accezione rousseauiana-marxista. (Nota aggiunta: in effetti, la più grande offensiva neoliberale globale a quell’epoca, l’AMI fu sconfitta quando il governo della « gauche plurielle » annunciò la sua volontà di non firmare, pure essendo in situazione di coabitazione con un presidente di destra.)

Riforme rivoluzionarie e pericolo di fare il letto del cesarismo.

Fu detto di Jean Jaurès che il sostegno che prestò alla formazione di un governo di coalizione poteva solo portare a delle terribili disillusioni e, in fine, a fare il letto del cesarismo. I più sottili ed i più onesti, ad esempio Rosa Luxemburg, capirono subito, molto prima del vertice di Basilea, che Jaurès era di una pasta molto diversa di un Millerand. In realtà, nessuno potrebbe mettere sul conto di Jaurès il disastroso capovolgimento « patriotico » del rinnegato Kautsky.

Oggi pero si può confortarsi altrimenti alla questione: Come si spiega, ad esempio, che la borghesia svedese, tutta impregnata di idee sociali-democratiche molto avanzate perché nate notabilmente dai lavori di Wicksell e di Myrdal, fu capace di sganciare una contro-offensiva devastatrice che distrusse il cuore delle riforme democratiche rivoluzionarie contenute nel Piano Meidner, cioè la costituzione di Fondi Operai? O ancora, perché il primo governo di François Mitterrand, capace di portare a termine la rivendicazione riformatrice più avanzata, comunque ancora accettabile all’epoca alla sociale-democrazia classica, cioè la nazionalizzazione di ampi settori strategici, finì cedendo ai suoi « notables » per adottare la politica del giunco con Delors e Mauroy solo con lo scopo di sopravvivere al dilagare della rivoluzione neo-conservatrice lanciata sin dal 1979/1981 da Thatcher, Volcker e Reagan ? (3)

Come si spiega che lo Stato sociale fu selvaggiamente rimesso in causa dalla borghesia svedese proprio nel momento in cui questo Stato sociale avrebbe potuto essere spinto verso uno Stato sociale molto avanzato per quello che riguarda la forma di ridistribuzione fermamente ancorata nell’estrazione della « sovrappiù sociale »? Questo poteva avvenire tramite le imprese pubbliche tradizionali e le imprese miste comprate in parte grazie ai Fondi Operai del Piano Meidner – nella sua prima stesura – e dunque grazie ad una regolamentazione economica molto più efficace. Dopo tutto le imprese private di spicchio in Svezia – cantieri navali, automobile – furono sempre le prime a beneficiare dal rafforzamento dello Stato sociale borghese: sostegno multiforme dello Stato tramite una sofisticata pianificazione, riciclaggio e formazione della mano-d’opera, e programmi sociali di ogni sorte, capaci di offrire una flessibilità massima alle imprese in tempi di necessarie ristrutturazioni richieste per difendere la posizione del Paese al livello internazionale. (4)

La risposta non è ovvia almeno finché la questione non viene riformulata con massima chiarezza. Siamo sempre nel cuore del problema: lo stesso che portò la destra in Francia a ri-privatizzare, cioè la questione della proprietà dei mezzi di produzione. In ambedue i casi, dopo una decina di anni sotto il nuovo regime – nazionalizzazione estensiva, e/o acquisto collettivo tramite i Fondi operai immaginati da Meidner – un punto di non-ritorno sarebbe stato raggiunto. Non godendo più del controllo dell’accumulazione del capitale, la borghesia non avrebbe più avuto i mezzi finanziari per ricomprare da sola le imprese più grandi – a parte accettando le svendite al beneficio del capitale straniero o la dilapidazione mafiosa dei beni nazionali à la Yeltsin/Gaïdar/Sachs.

In effetti a questo punto il capitalismo non sarebbe sparito all’interno della FS in questione, ma i suoi modi di estrazione della sovrappiù – assoluta, relativa e prima di tutto la produttività, cioè la forma di estrazione specifica del capitalismo – sarebbero stati sottomessi ad un modo nuovo, cioè quello dell’estrazione ed utilizzo collettivo della « sovrappiù sociale ». In effetti, la prima epoca suscettibile di essere contenuta da questo nuovo modo di estrazione comincia a manifestarsi timidamente già con le forme di ridistribuzione keynesiane o con quelle dello Stato sociale nato dall’alleanza anti-nazifascista, il suo orizzonte rimanendo sempre il precetto : « Da ognuno secondo le sue capacità, ad ognuno secondo i suoi bisogni ».

Sarebbe da chiarire come questi padroni riuscirono, ancora una volta, a presentare i loro interessi particolari di classe come l’espressione dell’interesse generale ricorrendo ad una manovra egemonica che la sinistra sbaglierebbe di grosso sotto-stimare.

Si deve riconoscere che al fine di conservare la proprietà privata dei mezzi di produzione, tutte le riforme « democratiche capitaliste » debbono necessariamente distinguere tra la sfera politica da una parte e quella economica dall’altra. La sfera politica è lo spazio dei diritti democratici formali nel quale la trappola del suo legalismo liberale, tante volte denunciato dai riformatori rivoluzionari e dai rivoluzionari più lucidi – Rosa Luxemburg, Guesde e Jaurès, Lenin e tutti i bolscevichi, Mao, Gramsci ecc. – è sempre pronte a chiudersi. La sfera economica è quella della proprietà privata protetta da questo legalismo; questa, pure essendo lo spazio dello sfruttamento, cerca comunque di passare come lo spazio privilegiato della libertà umana, prova eccellente della sua dominazione. (5)

Questa dicotomia ontologica della democrazia borghese, presentata come una totalità armoniosa, si ritrova sotto una nuova forma epocale con il keynesianismo, militare o meno, tale che fu messo in opera nel dopo guerra: la contraddizione tra una micro-economia abbandonata a Pigou, Marshall ed altri e una macro-economia flirtando – grazie a Piero Sraffa – con i cicli marxisti M-P-M’ e A-P-A’ e conferendo allo Stato il compito di pianificare la Riproduzione Allargata tramite strumenti minimi, compatibili con la proprietà privata, notabilmente con l’adeguazione S=I. Lo Stato rimane dunque uno Stato saldamente borghese, il cui ruolo consiste nel sostegno della crescita delle imprese private grazie ai suoi interventi contro-ciclici sostenuti dalla rete dei programmi sociali creati.

Ben inteso, la vittoria del piano di H. White contro la proposta keynesiana a favore di una camera di compensazione internazionale portò alla formazione di un sistema monetario internazionale sotto dominanza americana già con la Conferenza di Savannah. Si aggiunse subito dopo il commercio internazionale con il vertice della Avana. Questo fu il verme nel frutto del keynesianismo nazionale, malgrado l’elaborazione di una crescita dinamica con Harrod e la presa in conto del carattere di economia aperta e necessariamente subordinata fuori dei Stati Uniti. L’apertura della FS al commercio capitalista mondiale distrusse l’operato del Moltiplicatore economico interno.

Purtroppo sin dall’inizio i critici più o meno ben intenzionati non tardarono a svelare altri problemi interni opponendo le necessità elettorali al tempo più lungo della logica contro-ciclica keynesiana. I sbagli ed i rinnegamenti causati da queste contraddizioni interne portarono fatalmente ad una bastardizzazione ancora più pronunciata di quella compiuta da Hicks, Samuelson ecc.. Questo diventò evidente quando un « eccentrico » (6) come Milton Friedman, iperventigliato dalla sua folle corsa sulle orme della « high-speed money », dichiarò che, in realtà, « oramai siamo tutti keynesiani ». Questo permise a Volcker/Reagan di esserlo effettivamente con la loro pratica di uno friedmanismo di apparenza ma fortemente tinto di keynesianismo militare. (Come si può vedere questo keynesianismo monetarista eccentrico di Friedman anticipa le derive concettuali di un Blair quando spiega la sua rielezione con il « coraggio » del Labour party « to change ourselve … to say to the people of this country, you have a political party that will run the economy, work with business, but still pursue the goal of social justice for all. (…) We can have a politics in which head and heart are married together, in which ambition and compassion lie easily with one another ».)

In realtà, la contraddizione interna iniziale del keynesianismo, in quanto sistemazione teorica multiforme dell’epoca dello Welfare State, porta al sbocciare di un fenomeno già notato sin dall’inizio da Max Weber, cioè la burocratizzazione ad oltranza della vita individuale e pubblica. Questo avviene in un sistema sotto dominio capitalista che resiste con tutte le sue forze alle esigenze popolari in favore della creazione di istanze di controllo democratico legate alla democrazia partecipativa concepita come complemento della democrazia rappresentativa. Queste istanze rivendicano la decentralizzazione amministrativa, la creazione di consigli di quartiere, la costituzione di autentici comitati di esame delle denunce dei cittadini e di uffici di Ombudsman tanto nelle organizzazioni pubbliche quanto private ecc … Questa resistenza alle domande della base sarà il tallone di Achille di tutti i tipi di Welfare state, americani, svedese ecc … e anche francese, se non fossero stato per gli antidoti ereditati dalla concezione repubblicana e partigiana di questo particolare Stato sociale.

Non si tratta qui soltanto della difficoltà per la società borghese al livello mondiale ed in particolare negli USA di abbandonare la sua concezione delle classi cosiddette pericolose e fannulloni. (7) Concezione ad essa sempre cara come ovvio dato che gli permette di accreditare l’idea secondo la quale, in un sistema di assistenza sociale oppure in un sistema più avanzato di assicurazione sociale (8), i servizi offerti non debbono subire nessun input e nessuno controllo democratico dagli utenti.

In effetti, questi servizi non furono concepiti all’origine nemmeno per assicurare il benessere oppure la riappropriazione da parte dei beneficiari della loro propria umanità. Il loro obbiettivo iniziale mira semplicemente alla loro « maintenance ». Ovviamente questa scelta trasforma questi servizi, inclusi i migliori servizi offerti dallo Stato, in forme di alienazione calcolate per ridisciplinare la forza del lavoro e conservarla o renderla ancora utile per il capitale. Pero, i beneficiari non si fanno abbindolare così facilmente e denunciano con veemenza la distanza e la freddezza delle amministrazioni e spesso ne rimettono in questione l’equità e la pertinenza.

Istintivamente non capiscono perché gli operai attivi nelle imprese vengono considerati come inutili al buon andamento della gestione e del controllo delle amministrazioni, benché siano al corrente della giustezza delle pretese autogestionarie messe in avanti dagli operai di Torino all’inizio del XX secolo, quelle dei cantieri navali di Dunkerque, quella di Carmaux, oppure quelle della Lip più vicini ai nostri tempi. Al posto di veri diritti democratici sanciti da meccanismi di controllo democratici appropriati delle amministrazioni – pubbliche o autogestite – il Welfare State borghese offre solo delle mediazioni pubbliche o private, con lo scopo principale di gestire la contraddizione tra micro e macro-economia, cioè di concepire l’essere umano al meglio come un fattore di produzione in effetti più compressibile degli altri.

Così nel paese di Wicksell e di Myrdal, paese sociale-democratico avanzato ma, in oltre, paese presentato un tempo come molto in avanzo rispetto alla libertà dei costumi ed alle libertà interpersonali, la borghesia seppe tirare tutto il partito che poteva tirare spostando sulle spalle dei difensori dell’approfondimento del Welfare State svedese tutte le rabbie accumulate dai cittadini svedesi contro le alienazioni subite e dovute all’iperburocratizzazione. Come abbiamo visto queste alienazioni nascono dalle contraddizioni tra produzione e riproduzione all’interno dello Stato sociale borghese.

Ad esempio, in un paese nordico nel quale la deprivazione della luce del sole durante lunghi mesi causa problemi psicologici, non esitò ad attribuire l’elevato tasso di suicidi tra i giovani a questa burocratizzazione, capace di reificare la vita, ma messa sul conto del « socialismo »! Non c’era dunque più bisogno interrogarsi sulle vere cause del tragico fenomeno sociale, dato che una risposta utile ai suoi interessi di classe era resa disponibile, essendo in oltre suscettibile di essere formulata per soddisfare il gusto per l’angosciante e stuzzicante introspezione esistenzialista scandinava di Kierkergaard in modo da conciliarsi la gran parte degli intellettuali.

Similarmente, la Svezia era conosciuta per le sue intempestive ristrutturazioni, rese possibili con fondi pubblici per preservare la competitività del Paese con la rapida integrazione delle innovazioni le più promettenti. Nonostante queste, lo Stato sociale fu accusato di stritolare l’individuo e lo spirito creativo! Il fatto che nel mondo moderno questo spirito creativo possa raramente avere un’incidenza tecnica o industriale fuori delle squadre di ricerca o fuori delle strutture appropriate, importava poco, solo il ritorno al mercato poteva infondere nuovamente la vita al corpo atrofizzato dalla burocratizzazione « socialista ».

Non importa più l’apertura di mente con la quale anni prima i più grandi padroni svedesi avevano importato liberamente, come d’altronde i loro omologhi giapponesi, le esperienze cinesi maoiste relative all’utilizzo del capitale umano – ovviamente tolto via il loro aspetto rivoluzionario. Così, l’innovazione organizzativa delle « brigate » e degli « comuni » fu parzialmente ripresa per fine di legittimazione e di crescita della produttività nei circoli di qualità delle imprese giapponesi e nel ricomponimento dei compiti di lavoro sulle catene di montaggio automobile svedese grazie al quale esse soffrirono meno del sindrome dei lunedì e dei venerdì, oppure dell’estremo « turn over » della forza lavorativa rispetto alle simili catene americane.

Il presente imponeva altre priorità. Si capisce che per questi padroni il tempo non era più ai ragionamenti. La loro reazione fu molto nietzschiana: una sociale-democrazia pronte ad adottare il Piano Meidner segnalava la morte a termine della proprietà privata. Si trattava dunque di provocare la morte di questo socialismo democratico il più rapidamente possibile come misura preventiva. Il peggio fu che molti dirigenti socialisti svedesi adottarono rapidamente queste scuse nietzschiane ben primo della loro sconfitta elettorale: avevano già accettato il razionale culturale dietro questi attacchi e reso le armi sviscerando il Piano Meidner con la limitazione molto restrittiva della percentuale delle imprese private suscettibile di essere comprate dai Fondi Operai ecc. I quali divennero l’ombra di se stessi essendo così ridotti ad una semplice addizione ai dispositivi esistenti dello Stato sociale borghese.

Da quello momento in poi, il popolo in generale ed i lavoratori svedesi, sottomessi come gli altri al « roller-coaster » monetarista sganciato da Volker/Reagan, il quale agiva come un pesante vincolo esterno, non avevano più altra scelta se non quella di adottare una posizione difensiva. Cioè, il rispetto delle tradizioni storiche del « modello svedese » per i lavoratori a tempo pieno, ascoltando comunque il canto delle sirene degli riorientamenti e dei riciclaggi, in vista della nuova economia innovante a sapore yankee. Il ritorno della sociale-democrazia al potere mostrò che non si poteva sperare che la maggioranza dei Svedesi prendessero fischi per fiaschi troppo a lungo: pero l’obbiettivo della borghesia era stato raggiunto con la sconfitta delle visione riformista rivoluzionaria di questa particolare sociale-democrazia, e con la sua ritirata verso un cautele riformismo legalista e rispettoso della proprietà privata, al punto che prese al suo proprio conto le contraddizioni prodotte direttamente dalla dominazione borghese.

La perpetuazione di queste contraddizioni impone che i lavoratori, presentati come più fortunati rispetto agli altri, trovassero la loro gioia non più nel lavoro non-alienato, tramite la partecipazione al controllo dei mezzi di produzione, ma invece nell’euforia delle lunghe ore di lavoro « senza sindacati ». Sono ore spesso passate su gadgets, e spesso nell’euforia speculativa dei stock-option versati parzialmente in sostituzione del salario ma in posti di lavoro considerati non-conformisti e capaci di incantare Wright Mills, il padre putativo di questi nuovi colli bianchi e blue-jeans. I quali, alla luce della crisi attuale, rifanno i loro conti salariali e sociali nell’epoca della speculazione egemonica – gli effetti dello scoppio della bolla speculativa essendo occultati grazie agli sforzi del dottore Greenspan mirati ad inserirla in permanenza nel cuore del sistema in questa nuova epoca del capitalismo neoliberale.

Rimane che i lavoratori di questi settori e i sindacati che li rappresentano hanno capito che si dovrà ormai contare su cicli di vita più corti per i prodotti della New Economy. E che la saturazione dei mercati potenziali sarà più rapida, quando settori interi della manodopera saranno durevolmente relegati alla precarietà ed al sotto-salario (la « under-class » secondo l’espressione di Julius Wilson). Questa è l’espressione della vecchia contraddizione sovrapproduzione/sotto-consumo nella sua nuova forma frammentaria.

Marx ed i marxisti di qualsiasi natura non avevano mai mancato l’occasione di mostrare lo statuto strutturalmente precario di una certa classe media, la quale transita facilmente dall’auto-soddisfazione al vitupero contro l’epoca. Non mancò la denuncia del carattere limitato, subordinato e oscillante della sua visione del mondo. Questa ne fa la prede delle scelte della borghesia ancorché potrebbe farne l’alleato prezioso del proletariato se quest’ultimo disponesse di mezzi autonomi (Fondi Operai ) per attuare la sua politica di riforme rivoluzionarie. Al limite, si può accettare di non potere contare sullo stesso lavoro durante tutta una vita, ma abbandonare i diritti sindacali e sociali dalla culla alla fossa, ecco un catechismo idoneo solo a creare fantasmi post-illuminati e, di conseguenza, ad essere rigettato dalla massa più sensata delle cittadine e dei cittadini!

Meglio non parlare di una certa intellighenzia, quella che spaventò subito le bandiere di Nietzsche e di Heidegger senza capire a fatto la tragedia antica – precisamente quella della sua falsa coscienza – che stava giocando quando pretendeva omaggiare la « libertà » osando con « audacia » buttare prematuramente pale piene di terra sulla tomba del socialismo, solo perché si era persuasa che il socialismo era già morto e seppellito! L’Ideologia tedesca di Karl Marx rimane ancora il loro atto di accusa anticipato. (9)

Posture elettoralistiche e autentica strategia riformatrice

Malgrado tutte le critiche legittime che possono essere indirizzate al primo governo della « gauche plurielle », molte delle quali rilevano più dello giudizio sulla velocità nonché della direzione delle misure adottate, conviene situare questo governo nel contesto della sua inaugurazione per potere portare un giudizio onesto sul suo bilancio. Furono compiute grandi cose: le 35 ore costituiscono la prima rimessa in causa del neoliberalismo trionfante; senza il governo Jospin, l’Accordo AMI preparato surrettiziamente avrebbe subordinato le nazioni e anche l’OMC al dominio assoluto delle multinazionali; né va anche così per la rivendicazione di una Europa sociale concepita come contrappeso a quella borghese di Maastricht.

Si potrebbe continuare facilmente. Ecco perché conviene vietare di rendere questo governo vittima dei suoi propri successi con cattivi calcoli elettoralistici. Non importa l’avvenire della legge sulla modernizzazione sociale, la lotta continuerà ma sempre mirando a l’unità la più larga possibile tra cittadine e cittadini, la base ed i suoi rappresentanti sindacali e politici. L’obbiettivo dovrebbe essere quello di indirizzare tutte le riforme nel senso delle riforme democratiche rivoluzionarie. Questo rimane vero per la legge di modernizzazione sociale come per tutte le altre leggi. Quando questo obbiettivo non risulta momentaneamente possibile allora, visto la natura autenticamente progressista innovante di questo governo, almeno al livello domestico, conviene cercare di preservare l’avvenir in vista di riforme più spinte, sapendo che l’occasione sarà presto offerta con un secondo mandato e forse anche con la Presidenza.

Questo dovrebbe spingere tutte le militante e tutti i militanti ad approfondire la loro riflessione sul senso e la disciplina inerenti ad una « gauche plurielle » sottomessa al verdetto democratico della sua base sindacale e lavoratrice e delle sue elettrici e dei suoi elettori. Il processo di unificazione e di differenziazione dei programmi e dei cuori non è sicuramente semplice ma rimane necessario. Sopratutto se, al contrario dell’Italia contemporanea, tutte le tendenze di questa « gauche plurielle » condividono qualche nozioni comune di riforme democratiche rivoluzionarie iscritte nel senso dello spirito ugualitario, libertario e fraterno che si legge sul frontone della Repubblica. Allora il tempo della differenziazione dei programmi politici individuali, espressione della personalità propria, rimane compatibile con il tempo dell’unificazione degli elementi scelti dei programmi individuali nel programma comune di governo per i quali tutti assumono la loro responsabilità, particolarmente per quello che riguarda la valutazione del bilancio.

Questo è più facile in Francia visto che il secondo turno elettorale permette il libero esercizio di questa dialettica della differenziazione e dell’unificazione. Ben inteso le pretensioni individuali di influenzare la redazione del programma comune dipenderanno dal peso elettorale respettivo, cioè dal peso elettorale guadagnato durante le elezioni anteriori, se mai corrette al rialzo secondo i risultati ottenuti durante le prossime elezioni. Il problema più grave consiste nel confondere l’eventuale priorità secondaria conferita a certi elementi giudicati imprescindibili del proprio programma con degli antagonismi irriducibili. Nella vita reale, il ruolo insostituibile di un partito politico no può essere riassunto nella sua capacità immediata di imporre il suo programma legislativo ma anche nel sapere continuare a difendere gli interessi dei suoi membri, ottenendo sul lungo termine l’adesione più larga possibile dell’opinione pubblica per queste misure stimate definire la natura stessa del partito.

Finché questo lavoro globale rimane possibile, la traduzione legislativa della minima riforma democratica rivoluzionaria costituirà una vittoria per la sinistra intera, malgrado l’espressione di un certo fastidio per la lentezza. Non credo ad esempio che il PCF oppure i Verdi – oppure i partiti fuori del governo – si siano mai trovati nella posizione di un Bertinotti obbligato a chiedere ad un Prodi, un D’Alema, un Amato o un Rutelli di fare un semplice gesto di solidarietà di classe – la famosa e ben modesta svolta richiesta – dopo lunghi anni di austerità accettata con disciplina e stoicismo dalle masse della Penisola nel nome della modernizzazione delle istituzioni, dell’entrata nell’Europa e della continuazione della lotta alla mafia ed al crimine organizzato.

Naturalmente ognuno conserva il dovere di ottenere il massimo possibile per il proprio partito. Pero, finché si perseguirà la via delle riforme autentiche, sarà doveroso ben valutare i rapporti di forza nazionali e internazionali nei quali l’azione governativa dovrà inserirsi necessariamente in modo ben più diretto che l’azione individuale dei partiti politici in quanto partiti. Finché la direzione sarà mantenuta questo non dovrà essere visto come una prosaica politica del possibile – sotto dominazione borghese – dunque come una negazione delle aspirazioni legittime della sinistra, ma invece per quello che è realmente, cioè il sostegno delle condizioni concrete all’interno delle quali le autentiche possibilità potranno emergere e concretizzarsi con più o meno rapidità. In questo modo, la « gauche plurielle » rimarrà degna delle lezioni impartite dai lavoratori e brillantemente riassunte nel loro slogan faro « Tous ensemble!».

Una volta ammesso questo non esiste più nessuna obbiezione recepibile contro il fatto che i partiti politici della « gauche plurielle » cominciassero da oggi il loro processo di differenziazione in vista delle prossime elezioni. Sarebbe anche auspicabile. A condizione tuttavia di assumere onestamente il bilancio comune nei suoi spettacolari progressi come pure nei suoi ritardi (minima sociali? Fondi Operai ? Ecc.) oppure sopra i suoi eventuali fallimenti (guerra del Kosovo fatta per il conto della NATO mentre si doveva invece concentrarsi sulla costruzione del polo europeo autonomo di sicurezza e di difesa?) Questa riconoscenza delle proprie responsabilità diventa necessariamente la base imprescindibile per la credibilità del programma presentato da ogni partito, dato che questa accettazione presuppone una valutazione ed una autocritica lucida delle azioni compiute: in questo modo le elettrici e gli elettori potranno giudicare razionalmente la giustezza delle rivendicazioni di ognuno rispetto al programma comune tale che emergerà dal processo di consultazione popolare.

Non nuoce ripetere che gli elementi dei programmi individuali non ritenuti nel programma comune conservano tutto il loro valore: risultato dell’articolazione di un pensiero coerente proprio al partito, continuano a servire di base di informazione, di educazione dei membri e di referenza quando gli azzardi della vita politica rimettono le problematiche sotto-giacenti sul tavolo in un contesto nel quale i dirigenti non hanno il tempo di consultare in modo adeguato i loro membri fuori del Congresso di partito. In altre parole, informano la vita politica del partito, la quale non si riduce ad una partecipazione necessariamente disciplinata e leale al governo della « gauche plurielle ».

Supponendo che nessuna autentica versione della legge sulla modernizzazione sia adottata oppure che lo sia nella versione attuale … dato che i lavoratori non saranno abbandonati a loro stesse, si dovrà riconoscere il fallimento e spiegare a questi lavoratori il valore del bilancio passato, come pure la necessità di un rafforzamento elettorale capace di provocare la riapertura della riforma durante un secondo mandato. La solidarietà di classe non si limita al sostegno attivo ai scioperi. Quando lo sciopero non può raggiungere tutti gli obbiettivi fissati, la solidarietà organizzata del proletariato deve ancora manifestarsi nella generosità dei piani sociali che le imprese ed i governi mettono su piedi. Se nel regime di proprietà privata dominante non si può decretare la fine delle chiusure e dello sfruttamento, rimane per la società prendere degnamente in carica questo capitale umano temporaneamente scartato e svalorizzato dalle imprese con la loro speranza di ricomprarlo in seguito ad un prezzo più basso.

Non si dovrebbe mai sotto-stimare la lucidità della coscienza di classe dei lavoratori. Facciamo tutto per influenzare la legge per scartare un fallimento ma, in ultima istanza, con un bilancio simile non lasciamo un sempre possibile fallimento, certo importante ma comunque parziale, condurci verso un fallimento elettorale con ripercussioni globali pesanti per le aspirazioni dell’intera sinistra. Con il ritorno al governo della destra, ci vorrebbe poco per sviscerare la legge sulle 35 ore con una regressione alla logica di Robien e di Fitoussi. In effetti, ci vorrebbe meno di quanto fu necessario alla destra per ri-privatizzare le imprese nazionalizzate dal Presidente Mitterrand. In casi simili, conviene vietare i dissensi autolesivi stringendo i ranghi e spiegandoci onestamente di fronte ai lavoratori. Non dimentichiamo che le riforme della « gauche plurielle » non hanno ancora raggiunto il loro punto di non ritorno.

Paolo De Marco

Richmond Hill, il 10 giungo 2001

Note:

* ) Vedi Sezione Livres-Books di www.la-commune-paraclet.com

1 ) Vedi Marx, Les luttes de classes en France de 1848 à 1850 e Le 18 brumaire de Louis Bonaparte, come pure Rosa Luxemburg, Social Reform and Social Revolution, Bombay, 1951 e “The Belgian Experiment” e “Yet a Third Time on the Belgian experiment” in data rispettivamente del 26 aprile 1902 e del 14 maggio 1902 citati in V. I. Lenin, Works. Per un corto riassunto molto utile vedi in Rosa Luxemburg by Tony Cliff, Bookmarks éd., 1980.

2 ) v. Le socialisme venu du froid edito da J.P Sartre per misurare l’eredità oggi sottovalutata di questo tentativo di rinnovamento del socialismo a viso umano.

3 ) Non dimentichiamoci che questa politica del piegarsi nel senso del vento dominante non andò senza una comprensione lucida delle conseguenze che sarebbero scaturite da questa scelta e dalle tendenze internazionali maggiori. Furono sviluppate le contro-misure necessarie: ad es., sul piano domestico, ci furono misure tali il RMI; sul piano dell’inserimento nell’economia capitalista mondiale in piena mutazione, ci furono delle misure difensive tali la concentrazione bancaria – Société Générale ecc – e, dopo la ri-privatizzazione di numerose imprese pubbliche, la ristrutturazione industriale attorno ad alcuni poli strategici capaci di giocare un ruolo positivo tanto al livello europeo quanto al livello mondiale. In altre parole, si salvaguardò l’avvenire permettendo in seguito le coraggiose misure prese dalla « gauche plurielle ». Il che non significa certo che le misure prese non potevano essere diverse nel 1983.

4 ) Non per niente la Svezia produrrà esperti dell’economia mondiale tale Galtung. Questi, come pure Wallerstein, elaborava il concetto di economia-mondo di Braudel, come un insieme gerarchizzato con un Centro, una Semi-periferia ed una Periferia, il tutto dominato dal Centro. Questa visione era rimossa ad es. da quella di Jalée ed altri che insistevano sopra un mondo essenzialmente segnato dallo sfruttamento, dunque da una logica da rimettere in causa. Qui invece, l’importante consisteva solo a prevenire la caduta nella Semi-periferia o la Periferia, secondo il proprio punto di partenza, ben inteso dopo avere messo da parte la strategia del « delinking » utilizzata tempo fa dalla Unione Sovietica, dalla Cina, dal Vietnam, Cuba ecc … e, temporaneamente, dagli Stati-Uniti subito dopo l’Indipendenza quando decisero politicamente la loro bancarotta per sbarazzarsi dei loro creditori britannici. Così, in questa macabra commedia borghese, non vi è salvezza fuori dal Centro e di conseguenza fuori dal suo catechismo. Il terzo-mondialismo classico, per parte sua, presentava il grande vantaggio dell’apertura di un ampio dialogo sulla ricerca di alternative possibili, dalla decolonizzazione – vedi ad es., i discorsi di Aimé Césaire e di P. Lumumba – alla Tricontinentale, dalle lotte di liberazione anti-imperialiste alla rimessa in causa dello cosiddetto « scambio ineguale », oppure dal « défi américain » e fine alla creazione di zone monetarie capaci di multinazionalizzare il ruolo regaliano – o sovrano – della moneta di riserva con la creazione delle zone euro, yen e speriamo presto, renminbi.

5 ) Così il falso dibattito iniziato anni fa da Braudel che opponeva le metropoli (mercanti, feudali ?) presunto supporto dell’autoritarismo e il mercato rappresentato dai piccoli produttori indipendenti, vettori designati della libertà. In effetti, una analisi anacronistica del feudalismo nata da un vasto studio del mondo mediterraneo portò a questa conclusione, mentre era ovvio che per Braudel era la proprietà di Stato in linea di mira, in particolare sotto la forma istituzionalizzata dal socialismo reale. A mia conoscenza, questo anacronismo di Braudel fu strumentalizzato per scartare la realtà ed i suoi dibattiti teorici e storici. Ad esempio, quelli relativi all’azienda globale – big corporation – analizzata sin dagli anni 1920 da Means e poi da Berle and Means, ma sopratutto la teoria dei monopoli e degli oligopoli presentata da Sraffa, Chamberlin e Joan Robinson spinti per conto loro da tendenze reali e palesi.

Ma ce di più: la sinistra deve pure fare i conti con l’attitudine chiaramente espressa da Lenin secondo il quale la piccola proprietà privata fa il letto del capitalismo. Certo questo non impedì in seguito Lenin, sempre pronte a rimettersi alla « scuola della vita », a sviluppare la strategia della NEP. Non di meno vi era qui una contraddizione irrisolta ma sfortunatamente rannicchiata nel cuore teoretico-pratico di una importanza strategica vitale che costò la vita a molti compagni – tra i quali Bucharin – e che provocò dei dolorosi conflitti all’interno del movimento comunista, tutte tendenze considerate.

E dovuto a Pierre-Philippe Rey il chiarimento cruciale in materia grazie alla sua ripresa dell’analisi dei rapporti tra la proprietà fondiaria – la rendita – ed il capitalismo agricolo di Marx, l’idea che un singolo individuo può simultaneamente essere il vettore di due modi di produzione diversi ma coesistenti – secondo me compatibili – relazione nella quale uno modo esercita il suo dominio sopra l’altro. Questa è una idea maggiore; ho cercato di riformularla nella mia teoria della « sovrappiù sociale ». La sua ampia diffusione spazzerebbe via in pratica molti falsi dibattiti sull’autoritarismo e la libertà, oppure sull’egualitarismo e la libertà. In questo contesto di coesistenza a dominanza dei modi di produzione, la perpetuazione della piccola proprietà privata – commerci e PMI, inquadrati ed appoggiati fra l’altro dai Fondi operai – costituirebbe al massimo un peccato veniale, una sopravvivenza del pluralismo sociale e culturale, fornendo un utile baluardo supplementare di considerevole importanza contro ogni velleità di reazione nietzschiana. Vedi ad es., la reazione realmente isterica di Gustave Flaubert durante l’avvenimento della Commune di Parigi, vedi la sanguinosa repressione dell’esperienza di Carmaux o ancora la parola d’ordine padronale sentita nel 1936 : « meglio Hilter che il Front populaire ».

Il pensiero ambientalista e la teoria dello sviluppo sostenibile contribuiranno senza dubbio a erigere nuove ed efficaci barriere contro la reazione a fondo primitivo e barbaro. Le loro critiche del produttivismo prometeano – particolarmente quelle del Rapporto Brundland e sopratutto di Rudolph Bahro – favorendo l’internalizzazione di nuovi istinti psicologici ed economici permetteranno una migliore integrazione dialettica dell’essere umano con la natura, relegando al passato i riflessi nietzschiani più primitivi. Detto questo, il ruolo negativo che si vuole fare giocare al mito di Prometeo in questa storia non è degno di essere posto sotto la luce civile del divenire storico. Al contrario di quello che pretende una certa archeologia filologica fasulla – ispirata da Nietzsche e Heidegger – Prometeo non è la fonte dello sfruttamento distruttore della natura né il superamento di quest’ultimo, idoneo a rilegare definitivamente questi istinti nietzschiani nella catasta di letame della Storia. Oggi si deve ancora fare i conti con le regressioni imperialiste di George W. Bush and Cie., ed il loro questionamento degli Accordi di Tokyo e Kyoto.

6 ) Questo giudizio perspicace è del reazionario von Mises.

7 ) Ancora insidiosamente enunciata nell’etica protestante weberiana e le sue enormi forzature della Storia: le Città cattoliche di Amalfi o di Firenze e Venezia avevano già percorso la storia del capitalismo nascente prima della Olanda, dell’Inghilterra puritana e dei settari del Mayflower; anche T. Müntzer avrebbe avuto a ridire rispetto alle libertà con le quali certi si autorizzano con la Storia per servire le loro proprie finalità ideologiche.

8 ) Sin dagli anni trenta, una seria di commissioni canadesi aveva mostrato che il New Deal americano conteneva del buono. La crisi forzò lo Stato liberale canadese – e i governi provinciali tra i quali quello del Quebec – a cedere più fondi pubblici alle municipalità sull’orlo della bancarotta, come pure alle agenzie di carità in carica dell’assistenza pubblica. Dopo la seconda guerra mondiale, si realizzò che sarebbe stato più razionale e meno dispendioso riconoscere questa assistenza temporanea, diventata permanete vista il contesto socio-economico, come un diritto cittadino concependo il sistema come uno sistema di assicurazione sociale. I vantaggi erano moltiplichi, i lavoratori finanzierebbero i piani contributivi permettendo così un accumulo di questo risparmio istituzionalizzato tramite un sistema attuariale capace di ottimizzare al meglio la piramide demografica. Lo Stato centralizzerebbe l’offerta dei servizi coperti da questo sistema di assicurazione più razionale, e dunque meno costoso, del sistema di assistenza, il padronato e lo Stato traendo profitto del controllo dei fondi sociali in questione. Il partito comunista canadese menò a questo proposito una battaglia esemplare per il controllo popolare del sistema di assicurazione contro la disoccupazione – ammortizzatori sociali : benché le sue domande non siano state ritenute esse rivelano chiaramente tutte le poste in gioco della questione nei suoi aspetti particolari e generici.

Prima ancora, nei Stati Uniti, si videro gli New Dealers fare appello alle conferenze di Sir William Beveridge e di Keynes per convincere F. D Roosevelt e il padronato del fatto che le potenzialità contro-cicliche dei mini programmi sociali offerti dallo Stato potevano fare miracoli per ammortire gli effetti dei cicli economici e sopratutto delle crisi.

Oggi l’Amministrazione Bush ritorna molto logicamente al sistema caritativo abbandonato nelle mani di agenzie di carità private, visto che la sua volontà di smantellamento di ogni vestigio di Welfare State dimora completa – anche nella sua versione famelica americana.

Non sorprende allora la creazione del gulag americano delle prigioni e delle camere di esecuzione sopratutto destinate alle classi laboriose e per colmo appartenenti alle minorità. Gramsci nelle sue analisi su « Fordismo e sessualità » distingueva già tra pedagogia coercitiva borghese e pedagogia positiva moderna e progressista. Di fatti! L’analisi vale ancora di più per il post-fordismo. E poco importa se i « twenty-something », così adulati ma facilmente sacrificati dai maestri della nuova economia, siano spinti a sostituire i stimolanti troppo « industriali » e « antiquati » come il caffè, il tè e la sigaretta con dei prodotti più « cool » come il cannabis, la cocaina ed il crack! Queste pericolose stravaganze furono già cooptate anni fa e erette allo statuto di modo di vita da i vari Ginsberg, Burroughs ed altri Ken Kesey per non dire nulla sulle tinte « day glow » riutilizzate – a buon fine ? – da un Steve Jobs ed il potenziale stroboscopico delle televisioni private che offrano decine di canali tutti caratterizzati dalla stessa oscena vacuità ma controllabile con la provvidenziale fortuna del zapping. Forma concreta di quello « flow of consciouness » che non ha più niente a che vedere con un James Joyce ed il suo « commodius vicus of recirculation » preferito. La morale è sempre la stessa: si rischia meno a Queens che nel South Bronx. I ricorsi borghesi non auspicano niente di buono per la cultura!

9 ) Nell’epoca delle mobilizzazioni contro i « licenziamenti borsistici » esiste forse un solo commentatore di buona fede per sostenere che non esiste libertà fuori del mercato, cioè del diritto esclusivo accaparrato dalla proprietà privata e dai suoi rappresentanti, di determinare soli le condizioni di redditività del capitale e dell’utilizzo della manodopera? Non è più recepibile la risposta ad un tempo fatta ad un eletto da Casimir Perier: « Gli operai devono sapere che non esistono rimedi per loro se non la pazienza e la resinazione ». Numerosi cittadini della République rispondono chiaramente no alla prima domanda e intendono opporre una lente ma sicura marcia motivata dal indomabile desiderio di trasformare le condizioni materiali di esistenza, alle pretese degli usuali epigoni del capitale. Sono numerosi quelli che verrebbero con gioia i spazi reali di libertà de-moltiplicarsi a misura che i diritti di questa proprietà privata verrebbero controbilanciati da altre forme di proprietà, collettive e pubbliche. Ma il tradimento di certi cleri non può essere mai totalmente escluso e lo è ancora meno quando gli intellettuali organici del proletariato sono esclusi delle istituzioni accademiche e mediatiche. Alain Touraine con i suoi sapranno presto allontanare scientificamente tutti i nostri dubbi in materia!

Commenti disabilitati su Salvataggio bancario e spreco insensato del denaro pubblico in un’epoca di austerità per i lavoratori ed il 99% dei cittadini (giugno 24 2017)

Riassunto: Ecco il segreto della manovra: dato che non si possono salvare le banche sistemiche con soldi pubblici senza bail in, i quali sono politicamente rischiati e colpiscono anche gli azionisti senior, per salvare indirettamente Santander e IntesaSanpaolo con fondi pubblici si inventano queste manovre ad un euro simbolico. Il credito alle impresse ed il tessuto industriale, specialmente quello a subappalti del famigerato pseudo-Modello del Nord-Est, non nè escano certamente rafforzati.

Leggere:

A ) Articoli importanti:

A1 ) « Banche venete, via libera del cdm al decreto. A Intesa oltre 5 miliardi » Approvate le norme per il salvataggio di Veneto Banca e Banca Popolare di Vicenza. Mobilitati fino a 17 miliardi. Padoan: “Non c’erano alternative, nessun impatto sui saldi di finanza pubblica”. Gentiloni: “Evitato fallimento disordinato”. Messina: “Nessun licenziamento”. Semaforo verde della Ue: “Misure in linea con le regole”, 25 giugno 2017 precedentesuccessivo(agf) http://www.repubblica.it/economia/2017/06/25/news/banche_venete_decreto-169079173/?ref=RHPPLF-BH-I0-C8-P1-S1.8-T2

A2 ) « Conti correnti, mutui e obbligazioni: cosa succede ora? » di LUCA PAGNI 25 giugno 2017 http://www.repubblica.it/economia/finanza/2017/06/25/news/conti_correnti_mutui_e_obbligazioni_cosa_succede_ora_-169090666/?ref=nrct-10

B ) « Bce: banche venete in liquidazione. Ma il Tesoro tratta con Intesa sul prezzo e gli esuberi » (reuters), Il Consiglio dei ministri affronta il decreto che avvia l’iter per il salvataggio: pedaggio oneroso per le casse pubbliche. Si cerca di alzare la cifra simbolica di un euro che l’istituto di credito è disposto a versare, di ALBERTO D’ARGENIO e VITTORIA PULEDDA 4 giugno 2017 http://www.repubblica.it/economia/2017/06/24/news/bce_banche_venete_in_liquidazione_ma_il_tesoro_tratta_ancora_sul_prezzo-168955958/?ref=RHPPLF-BH-I0-C8-P1-S1.8-T1

C ) « La grande truffa delle banche venete », di Claudio Conti  http://contropiano.org/altro/2017/06/23/la-grande-truffa-delle-banche-venete-093234

D ) « Il consiglio di Intesa Sanpaolo approva l’acquisto delle banche venete », Il cda della banca guidata da Carlo Messina dà il via libera all’offerta per l’attività commerciale e la rete. Dieci miliardi di crediti deteriorati finirebbero in una bad bank che sarebbe ricapitalizzata con l’intervento dello Stato e le perdite dei subordinatisti, di ANDREA GRECO 21 giugno 2017, http://www.repubblica.it/economia/finanza/2017/06/21/news/il_cda_di_intesa_sanpaolo_approva_l_acquisto_delle_banche_venete-168715610/ 

Commento rapido sul perenne salva-banca italiano.

Ci sono attorno a 350 miliardi di euro di sofferenze bancarie conosciute in Italia. La fusione bancaria nel nostro Paese avvenne più tardi rispetto ai nostri vicini. Non di meno siamo ora più vulnerabili a tutte le contraddizioni partorite dal sistema speculativo della cosiddetta « banca universale » e della sua public policy neoliberale monetarista. Pero abbiamo perso il treno nel momento in cui scoppiò la bolla speculativa delle subprime legata ad un’economia neoliberale già strutturalmente malata. Mentre i nostri vicini e concorrenti, incluso la Germania, iniettavano centinaia e centinaia di miliardi di euro per salvare il loro sistema finanziario, l’Italia credete di potere ignorare il problema. Peggio ancora quando i grandi della UE lanciarono le politiche di austerità negando l’intervento dello Stato anche nelle sue competenze esclusive, il nostro Paese si fece il più ardente difensore di queste scellerate politiche anticipandole con la modificazione unilaterale dell’Articolo 81 – parità di bilancio – e dell’Articolo 97 – stabilità interna. Questo unicamente per legare le mani ad uno eventuale governo nato da una alternanza politica.

Nel loro zelo di servi in camera i nostri dirigenti – trasversalmente – hanno appoggiato alla lettera le politiche antitrust della UE, svendendo le imprese pubbliche a pezzetti mentre gli altri creavano dei cosiddetti « campioni nazionali ». Hanno e continuano a spingere per una Europa e una Eurozona iper-centralizzata senza badare al disastro provocato dall’euro nato dai consigli del insulso Mundell.

Fanno ancora fatica a capire che questa iper-centralizzazione, purtroppo ancora aggravata nel Rapporto dei cosiddetti 5 presidenti della UE, non avrà nessuna controparte nel trasferimento dei debiti italiani ed altri alla Germania ed ai paesi del Centro europeo via gli impossibili eurobond, la grottesca proposta di ammortizzatori sociali comuni – costerebbero 11 % del PIL alla Germania, immaginarsi ! -, e l’ingenua proposta di un budget europeo capace di eliminare il surplus nella bilancia corrente di Berlino e via dicendo.

Al livello finanziario è ancora peggio. Al contrario di un Trump, i nostri subalterni spinelliani non hanno ancora capito le modifiche profondi avvenute nella costellazione delle forze mondiali ed europee. Così si credettero salvati da Draghi tramite la drastica decrescita dello spread, ma questo vantaggio temporaneo portò solo a sprechi più grandi nella gestione dei beni pubblici. Mentre l’avanzo primario dimagriva per diventare fra poco evanescente, i nostri dirigenti hanno ignorato il « writing on the wall » già perfettamente visibile con la richiesta di condizionalità più stringenti di quelle del FMI per l’OMT e la proporzionalità degli aiuti inerenti ai QE di Draghi ed agli acquisti della parte che ci spetta  degli APP sottomessi a rigorose regole di valutazione del rischio certo non favorevole alla maggioranza delle nostre aziende.

Con un rating al ribasso c’è anche il pericolo di non ottenere accesso alla parte di queste liquidità messe a disposizione dei Paesi membri dalla BCE in proporzione al PIL rispettivo. Similarmente ci fu una grande confusione nel nostro Paese rispetto alla creazione della Unione bancaria europea. La diplomazia tedesca limitò questa a più o meno 130 banche dette sistemiche, escludendo le sue banche regionali nei Länders. Non di meno il nostro Paese si fece l’apostolo zelante del bail in e dei suoi meccanismi di risoluzioni.

Solo oggi, i dirigenti europei sono obbligati di riscoprire la logica reale della Unione bancaria europea restringendo le sue regole alle sole banche sistemiche. Ma non si vuole ancora dare il pieno controllo ai Stati membri per la supervisione delle banche nazionali perché si spinge per accelerare le fusioni bancarie al livello europeo. Così senza nessuna coerenza logica si ammette la tutela nazionale delle banche nazionali ma si cerca comunque ancora impedire la nazionalizzazione, la ricapitalizzazione diretta – aiuti statali – e l’uso diretto delle bad banks. La motivazione è puramente ideologica, non ha nessuna base legale. In effetti, l’Articolo 47 della nostra Costituzione conferisce la tutela del credito allo Stato – credito da non confondere con la gestione della moneta attribuita in parte alla BCE, il tasso si scambio essendo un potere congiunto tra BCE e Stati membri.

Tutto questo succede in un contesto economico e budgetario molto degradato. Oltre la falsificazione delle statistiche, notabilmente quelle della contabilità nazionale – sin dal 2014 si aggiunge più di 3 % di crescita al PIL ma malgrado questo siamo ancora ad 1 % di crescita, ergo … – si tace la complicità della Commissione europea con il lassismo oltraggioso dei nostri dirigenti trasversali, sopratutto evidenziato durante il periodo pre-referendario.

In breve il nostro paese ha una crescita realmente negativa, un avanzo primario degradato, una spending review che distrugge quello che rimane del tessuto industriale, economico e sociale senza contribuire molto, a parte tagli lineari nelle infrastrutture pubbliche ed i programmi sociali. Si aggiunge che il nostro Paese da più anni gode di un poco meno di 30 miliardi di euro di margine da parte della Commissione europea sulla base delle favole relative all’output gap ed al deficit strutturale. Ma, in realtà, come in Grecia o negli anni 80 e 90 in Africa, questa flessibilità riflette la politica della corda offerta per lasciare le vittime consententi pendersi da sole – o più giustamente il loro popolo. 

In effetti, nella logica globale, la lealtà alla Repubblica non conta, conta solo quella dovuta alla « private global governance ». Si aggiunge che furono dilapidati così tutti i vantaggi inerenti ad un contesto in principio più favorevole perché segnato da prezzi più bassi per il petrolio e le materie prime, da un spread più basso e dunque da un finanziamento del debito in parte ridotto, almeno per quello che concerna il finanziamento del debito nuovo. Rinvio qui al mio « Debito pubblico e sciocchezze marginaliste: Il caso italiano », 3 marzo 2017, in http://rivincitasociale.altervista.org/debito-pubblico-sciocchezze-marginaliste-caso-italiano-3-marzo-2017/

Non si può neanche sperare che le difficoltà fallimentari del nostro sistema bancario abbiano impartito un poco di realismo nella mente dei nostri servi in camera. Nonostante il fallimento del ruolo assegnato al Fondo Atalante I e al Fondo Atalante II. (1) I contribuenti dovranno pagare la nota – stimata tra 10 e 12 miliardi dal giornale La Repubblica più 5 miliardi di euro a Intesa Sanpaolo – ma solo per le due banche Banca Popolare di Vicenza et Veneto Banca. Pero il caso della Monte dei Paschi di Siena (BMPS) non è ancora risolto (2) mentre sapiamo tutti che i casi conosciuti dal pubblico rappresentano solo la parte vistosa dell’iceberg.

Vediamo dunque alcuni aspetti di questa politica monetarista.

1)     Prima notiamo per fortuna la conferma anche se tardiva della logica di Angela Merkel sulle banche sistemiche rispetto alla altre – La Merkel aveva protetto le sue banche regionali strettamente legate alle industrie ed all’economia tedesca. Da oggi le regole dell’Unione bancaria europea, dunque le sue regole di risoluzione, si applicano solo per le più o meno 130 banche sistemiche europee. Dunque il bail in non si applica in questo caso, si applica l’Articolo 47 della Costituzione ma nella logica monetarista spinelliana attuale, cioè senza nazionalizzazione. Questo rappresenta comunque una vittoria di principio importantissima per il controllo nazionale del credito.

2 )    Ora dobbiamo tenere presente i criteri di Basilea III con i nuovi ratio prudenziali già negoziati ma ora riaperti nel quadro di un tentativo di normalizzazione atlantico che necessiterebbe più capitali propri per le banche europee riducendo dunque pericolosamente i loro margini ecc. Il sistema italiano ha attorno a 350 miliardi di euro di sofferenze bancarie conosciute – in realtà, saranno molto di più. Questo in un contesto economico relativamente favorevole: basso prezzo del petrolio e delle materie prime, QE, spread basso ecc. Dunque IntesaSanpaolo e Unicredit, le due più grandi banche italiane, hanno interesse a consolidare i loro fondi propri. Perciò l’approccio avvoltoio con l’aiuto dei dirigenti complici e di Bankitalia. Complici perché sono soldi pubblici buttati via per niente e senza controparte mentre la spending review sarà inasprita perché quei soldi pubblici dovranno trovare una copertura nelle leggi finanziarie. Vedi « Pourquoi Américains et Européens ferraillent sur la régulation bancaire », Par Delphine Cuny  |  19/06/2017, 8:15  |  1894  mots http://www.latribune.fr/entreprises-finance/banques-finance/pourquoi-americains-et-europeens-ferraillent-sur-la-regulation-bancaire-740399.html

3)     Veneto Banca e Popolare di Vicenza hanno dunque attorno a 20 o 30 miliardi di sofferenze. Ma anche il resto risulta in particolare modo legato al Modello del Nord-Est, dunque a piccole imprese molto fragili che saranno ancora indebolite nell’accesso al credito con l’operazione di avvoltoio di IntesaSanpaolo, una banca che segue una tutt’altra logica molto più speculativa.

4)    Si legge che il 95 % delle azioni delle due banche liquidate sono del Fondo Atalante. Passano anche così questi aiuti pubblici a IntesaSanpaolo ma senza nessuno diritto di riguardo pubblico nella dirigenza.

5)     Non si sa ancora come saranno gestite le sofferenze. Se si tratta di tutela nazionale la Bad Bank ridiventa l’opzione che piace a questa gente. La questione è: a che costo per il Tesoro? Le sofferenze sono di attorno a 17 miliardi di euro secondo il ministro Padoan. Ma questo in un contesto nel quale lo Stato italiano avrebbe già dovuto essere soggetto a penalità dall’Europa anche se se la cava con la complicità della Commissione. Ultimamente ci fu la paura per il referendum anti-costituzionale di Gutgeld-Renzi; sin dal 2014 c’è la falsificazione della contabilità nazionale nella valutazione della crescita del PIL. Ci sono le proiezioni statistiche relative all’inflazione, al prezzo del petrolio ecc., sulle quale si confeziona la legge di bilancio. Ma anche così si ricava poco crescita rispetto a quella prevista – il 0,3 o 0,4 al massimo ma tenendo conto del cambiamento della contabilità nazionale che ci porta in realtà ad almeno uno – 2 rispetto al PIL derivato secondo i criteri anteriori al 2014. E l’avanzo primario sparisce mentre rimane ben poco da tagliare anche se in nostri dirigenti sono pronti a privatizzare i beni demaniali, museali e archeologici … In oltre, l’Italia gode già di 19 miliardi più 7 o 9 miliardi di euro di margine europeo. Qui siamo confrontati ad un fallimento strutturale dello Stato.

6)     E così mentre il recente riconoscimento della tutela dello Stato permetterebbe applicare il mio piano – cioè, fallimento seguito dall’acquisto statale per un euro simbolico in modo da potere ricapitalizzare usando la leve finanziaria per non pesare oltre misura sul debito pubblico – qui si fanno regali alle grandi banche speculative, non si protegge il tessuto industriale economico che avrebbe bisogno di credito pubblico a interessi più bassi, e per colmo si pesa su un budget già falsificato ed in fallimento. In oltre non sappiamo ancora che fine faranno le obbligazioni subordinate.

7 ) I regali per IntesaSanpaolo sono ingenti. Oltre alla parte sana delle due banche messe in liquidazione, più 5 miliardi per consolidare i suoi fondi propri, recupera i 982 sportelli di BPVI e Veneto Banca. (3)

8 ) Il costo immediato per il lavoratori sarà anche esso ingente, oltre all’erosione prevedibile della forza di lavoro dovuta ai tagli borsistici ed all’introduzione delle nuove tecnologie – banking online ecc. Così si parla di migliaia di esuberi. La Repubblica scrive «Le condizioni globali della transazione si conosceranno nei prossimi giorni, finora si è parlato di un euro simbolico e di un d