APPELLO / APPEL / APPEAL

Posted: 4th marzo 2014 by rivincitasociale in Politica
Commenti disabilitati su APPELLO / APPEL / APPEAL

PROEMIO – AVANT-PROPOS – FOREWORD (For the English version, please go to the March 2014 Posts section)

POTERE AL POPOLO

Fine Novembre/inizio Dicembre 2017 è nato dal basso questo nuovo Soggetto politico POTERE AL POPOLO con il cuore e la pratica teorica e concreta ben ancorati a sinistra. Mi sembra un evento capitale.

« Rivincita sociale » auspicava un tale risorgimento da tempo. Perciò salutò questo evento con entusiasmo sin dall’inizio. Spero che si manifesterà un supporto generale su tutto il nostro territorio nazionale da parte di tutte le compagne ed i compagni per fare si che il popolo delle lavoratrici e dei lavoratori italiani e le cittadine/i tutte/i ritornino a scrivere in proprio la loro Storia nazionale, internazionale e umana. Sovranità e potere al popolo …

Paradossalmente, il Rosatellum ha aperto uno spiraglio elettorale con una soglia bassa ideata per salvare vari servi in camera del regime attuale. Non perdiamo questa sfida, anch’essa essenziale per la giusta difesa e rappresentanza del nostro programma e dei nostri ideali ugualitari.

Basta qui rimandare al sito con la richiesta di diffondere ampiamente: https://poterealpopolo.org/

Mi sia concesso aggiungere questo: Per me uguaglianza, libertà e scienza sono termini strettamente legati uno con l’altro. In quando Marxista sappiamo la differenza tra narrazione e scienza. Sappiamo che la scienza sociale e socio-economica, ovvero il materialismo storico, è fondata su due verità assiomatiche: l’opposizione definitiva ad ogni forma di esclusivismo, teocratico o razziale che sia, opposizione senza la quale non esisterebbe nessuna forma di demo-crazia, e la Legge del Valore, la quale dimostra lo sfruttamento capitalista all’origine del profitto, e mostra la via al suo superamento socialista tramite la pianificazione concepita come forma concreta di democrazia socialista grazie alla dominanza della proprietà pubblica e collettiva.

Non sottovalutiamo questi due aspetti scientifici del Marxismo. Permettetemi di rimandare al mio Compendio di Economia Politica Marxista ed alla mia Introduzione metodologica, ambedue questi testi sono liberamente accessibili nella Sezione Livres-Books del mio primo sito www.la-commune-paraclet.com

Con la mia solidarietà,

Paolo De Marco

« La politica non è l’arte del possibile bensì l’arte di fare emergere nuove possibilità socialmente più umane » (Marzo 1985)

                                Jure Vetere : l’unico vero tempio è la coscienza umana.

ITALIANO. Vai all’Appello

Care compagne, cari compagni,

E arrivata l’ora della rivincita sociale dei popoli, in Italia ed in Europa. E arrivata l’ora di lavorare tutte/i insieme alla nascita di Comitati cittadini per la Rivincita Sociale capaci di condurre all’emergenza del Partito della Rivincita Sociale. Questi partiti nazionali comporrebbero poi una Federazione Per l’Europa Sociale, che al suo turno farebbe parte di una Nuova Internazionale (senza cifra). Il nome mi sembra importantissimo, perché corrisponde al programma come pure alla voglia di ricatto oggi molto diffusa tra le nostre cittadine e i nostri cittadini.

A questo link troverete un Appello intitolato « E arrivata l’ora della rivincita sociale dei popoli, in Italia ed in Europa ». In riassunto il programma proposto, da dettagliare in comune, è lo seguente:

a) Una nuova definizione dell’anti-dumping – per i dettagli vedi l’Appendice dell’Appello. Nel sistema commerciale globale attuale, la base del calcolo dell’anti-dumping è il salario senza contributi sociali. Noi chiediamo semplicemente che sia il salario con tutti i contributi sociali.

b) La nazionalizzazione del credito per eliminare simultaneamente il debito pubblico ed il « credit crunch », e per toglierci il Fiscal Compact dalle spalle, assieme ai banchieri ed alle loro banche cosiddette « universali » .

c) La laicità, la parità donna-uomo e i diritti civili;

d) L’ecomarxismo, il ripristino del Territorio ed il principio di precauzione;

e) La democratizzazione dell’educazione e della cultura, ed il finanziamento pubblico della Ricerca & dello Sviluppo;

f) La fine della sovra rappresentanza socio-economica e mediatica, come pure la fine della falsa rappresentanza elettorale e democratica – cioè, la fine della falsa rappresentanza elettorale a tutti i livelli, anche al livello sindacale, a dispetto della Costituzione.

g) Il ripudio di ogni intervento estero o di guerra che non sia strettamente difensivo, assieme al ritorno allo spirito ed alla lettera della sicurezza collettiva.

Sottometto quest’Appello alla vostra attenzione, chiedendo cortesemente una risposta. Per arricchire la riflessione comune potete aggiungere un commento a questo Appello – i commenti giudicati non idonei alla deontologia scientifica o cittadina saranno cancellati. Oppure i Comitati in formazione potranno contattarmi all’indirizzo qui sotto per trovare il migliore modo di coordinamento. Mi permetto sopratutto di chiedervi la più ampia diffusione possibile dell’indirizzo di questo sito tra le vostre conoscenze, tra i vostri membri ed altri gruppi amici, almeno se giudicati che questo possa essere utile per lanciare il dibattito e creare una dinamica rivendicativa di fondo. Il sito stesso dovrebbe diventare il vettore di una creazione collettiva. L’emergenza capillare dei Comitati dovrebbe presto trasformarsi in un’onda gigantesca ed autonoma ma organica al popolo delle lavoratrici e dei lavoratori intellettuali e manovali, in breve organica a tutte le nostre e tutti i nostri concittadine/i di buona volontà.  

La rottura radicale col sistema neoliberale attuale non si fa a parole ma bensì militando e organizzandoci per cambiare l’attuale definizione dell’anti-dumping, costruendo il programma attorno a questa domande chiave. Questo renderà tutto il resto possibile.

Perciò, questa nuova definizione deve ricevere priorità assoluta anche perché, interiorizzandone la logica, si muterà radicalmente il « senso comune » della gente, e si creerà gli anticorpi ideologici – nel senso nobile del termine – necessari al nostro popolo, aprendo così la strada alla concezione pratica di un nuovo modello sociale, sostenuto dall’evidenza scientifica, come pure dai principi cardini della nostra Costituzione. Su questa base risulterà possibile costruire una vasta alleanza di classi in vista di « una riforma democratica rivoluzionaria », tranquilla ma capace di andare alle radici dei problemi che confrontano il nostro Paese e la nostra gente.

Alcune/i di voi mi conoscono già tramite le mie e-mail inviate a controg8@yahoogroups.com, e forse anche grazie al mio sito www.la-commune-paraclet.com. Da qualche mesi, ho effettuato il mio rimpatrio in Italia, a San Giovanni in Fiore, nella mia città nativa in Calabria, col desiderio di essere utile al lavoro di militanza e di organizzazione comune, oggi più urgente che mai.

Vostro,

Paolo De Marco

Per contattarmi: la-commune@virgilio.it

La prova dei fatti: la vittoria di Alexandria Ocasio-Cortez.

Dunque paga molto di più affermarsi apertamente socialisti dunque scientifici-marxisti, invece di fare populismo e personalizzazione della politica. Vedi: https://www.zerohedge.com/news/2018-06-27/alexandria-ocasio-cortezs-insane-political-platform-won-her-seat-congress . Questo articolo riproduce il volantino di Alexandria con i punti chiavi del programma. Vedi pure su Youtube.

In Italia preme innanzitutto esigere il ritorno al finanziamento pubblico ed esclusivamente pubblico dei pariti politici anche se con regole rigorose e con rigorose verificazioni. Il finanziamento privato attuale ha trasformato i partiti politici in lobbie dei poteri forti con il pretesto machiavellico di lotta contro la casta!!!

Paolo De Marco

Vorrei segnalare un importante numero della rivista Controneinforma.org sulla tematica dei trasporti e delle privatizzazioni. Include il mio « LA POLITICA DEI TRASPORTI NEL SUO QUADRO EUROPEO », [Paolo De Marco] in http://cotroneinforma.org/wp-content/uploads/2018/06/135.pdf , p 10-11

Ecco le note a piè di pagina del mio articolo che non appaiano nella versione cartaccia.

NOTE:

1 ) Vedi http://www.europarl.europa.eu/ftu/pdf/it/FTU_3.4.5.pdf

2 ) Nel mio Keynesianism, Marxism, Economic Stability and Growth (2005) ho avanzato il concetto di « scala del valore di scambio ». Il concetto fu ripreso ma indebolito dal Rapport Ramses del 2007, il quale scelse pero di parlare di « catena del valore », cioè del valore aggiunto marginalista. Il mio concetto rimanda alla produttività microeconomica ed alla competitività macroeconomica di una data FS nazionale o sopranazionale, cioè alla sua inserzione nell’Economia Mondiale Capitalista strutturata secondo Galtung in Centro, Semi-Periferia e Periferia. La catena marginalista del valore elimina il livello macroeconomico e dunque il ruolo dello Stato per sottolineare unicamente il lato microeconomico nell’era dell’egemonia delle firme transazionali. Il primo concetto è scientifico, l’altro è mera narrazione dominante.

3 ) Vedi: « L’inquinamento atmosferico è dannoso anche a piccole dosi », http://www.repubblica.it/salute/2017/12/27/news/salute_inquinamento_atmosferico_dannoso_anche_per_brevi_periodi_e_sotto_i_livelli_consigliati-185329841/?ref=RHRS-BH-I0-C6-P27-S1.6-T1

4 ) Vedi: http://portale.regione.calabria.it/website/organizzazione/dipartimento6/subsite/pianoregionale/approvazione/versioneufficialeburc/ , p 12, Capitolo I.

5 ) Idem, p 9, Capitolo III.

6 ) Domenico Gattuso, « Porti e rete ferroviaria, Sud senza investimenti », 22 maggio 2018 https://www.corrieredellacalabria.it/contributi/item/142007-porti-e-rete-ferroviaria-sud-senza-investimenti/ . Per gli investimenti statali nei trasporti vedi: in Conto Nazionale delle Infrastrutture e dei Trasporti in https://www.certifico.com/component/attachments/download/5739, p 79. Vedi pure « Calabria: Sognare quello che potrebbe essere » in http://cotroneinforma.org/wp-content/uploads/2017/10/132.pdf, p 8. Nonostante la sua zone industriale ancora deserta, il Porto di Gioia Tauro rappresenta attorno a 50 % del PIL regionale. Mentre il Corridoio 1 Amburgo-Palermo dovrebbe essere prioritario, il collegamento del porto tramite il hub di San Ferdinando rimane sospeso, incluso per vaghe e meschine questioni contrattuali con Rete Ferroviaria italiana, vedi:« RFI, nessun obbligo a partecipare gara gestione terminal Porto Gioia Tauro » http://www.fsnews.it/cms/v/index.jsp?vgnextoid=2884a39159894410VgnVCM1000008916f90aRCRD . Vedi pure: « Perché il porto di Gioia può cambiare la Calabria (e l’Italia) », Un’inchiesta di Report simula lo sviluppo che non c’è. E mette lo scalo calabrese al centro del sistema. Il nodo dei trasporti e le prospettive della Zes per un’area che potrebbe trainare il Paese, 22 maggio 2018, https://www.corrieredellacalabria.it/economia/item/142005-perche-il-porto-di-gioia-puo-cambiare-la-calabria-e-litalia/

7 ) Ad esempio, per la sola Atlantia « L’utile del primo semestre 2017 (era di) 1.229 milioni di euro. », mentre « L’acconto sui dividendi oggetto di distribuzione (era di) 466 milioni di euro. » in http://www.atlantia.it/documents/20184/30926/Atlantia_Acconto_sui_dividendi_2017_10112017_con_parere.pdf/0b80ed21-8293-4973-890c-9e85fdbd2c47 , p 7

Preludio

Ripropongo qui il mio testo del 2004 intitolato « Europa delle nazioni, Europa sociale e Costituzione ». Il testo originale in francese è accessibile qui: http://www.la-commune-paraclet.com/europeFrame1Source1.htm#europe

LA TRADUZIONE IN ITALIANO AVVERÀ CAPITOLO DOPO CAPITOLO.

Il tentativo contro-natura di costruzione di una Europa spinelliana, neoliberale e monetarista è finalmente e miserabilmente fallito. Lo dimostrano la fine lamentabile del tentativo di imporre il cosiddetto « sentiero di consolidamento fiscale » -cioè l’austerità a tutto capo – ed la gestione caotica dell’immigrazione.

E così arrivata l’ora di riaprire il dibattito sul necessario processo di integrazione europeo, dunque sulla necessaria costruzione di una Europa sociale ancorata sull’Europa delle Nazioni.

Il Trattato di Funzionamento della UE consolidato nel 2016, emana dal cosiddetto mini-trattato di Lisbona. Quest’ultimo fu imposto anti-democraticamente, cioè generalmente senza referendum, dopo la sconfitta referendaria nel 2005 del progetto di costituzione europea qui criticato, in Francia e nei Paesi Bassi. Anche il Trattato di Lisbona fu sconfitto per referendum in Irlanda nel 2008 ma poi approvato dopo pressioni europee in ottobre 2009. (https://fr.wikipedia.org/wiki/R%C3%A9f%C3%A9rendums_relatifs_%C3%A0_l%27Union_europ%C3%A9enne ) Perciò le mie critiche non hanno preso una riga. Basterà tenere conto degli effetti deleteri delle politiche della BCE – liquidità sotto forma di Facilities I e II, FSEF, MES,OMT, QE ecc- e del cosiddetto Fiscal Compact il quale aggravò l’austerità neoliberale-monetarista già contenuta nel Patto di Stabilità ( e di Crescita). Per questi ultimi vedi « Debito pubblico e sciocchezze marginaliste: il caso italiano », http://rivincitasociale.altervista.org/debito-pubblico-sciocchezze-marginaliste-caso-italiano-3-marzo-2017/ Per il sistema della finanza speculativa egemonica vedi il Compendio di Economia Politica Marxista nella Sezione Livres-Books del vecchio sito www.la-commune-paraclet.com e gli articoli pertinente nella Sezione International Political Economy del stesso sito.

Le lettrici e i lettori vorranno pure consultare i documenti seguenti:

” Voyage à l’intérieur du projet de constitution “ www.humanite.presse.fr (11/09/2003)

” La Constitution sur l’avenir de l’Europe est au bord de la crise “ www.lemonde.fr (04/06/2003)

” La difficile remise en question de l’équilibre du Traité de Nice “ (idem)

” Une constitution pour sanctuariser la loi du marché “, Bernard Cassen, in Le Monde diplomatique, janvier 2004.

EUROPA DELLE NAZIONI, EUROPA SOCIALE E CONSTITUZIONE

Europa sociale o Europa del capitale ? 

Indice:

Introduzione

Esecutivo, Legislativo e Giudiziario; Consiglio, Commissione e Parlamento europei.

Democrazia partecipativa e democrazia industriale europee.

Coesione economica e Europa sociale.

Filosofia generale: Europa sociale intesa come necessaria mediazione regionale.

Parametri economici generali.

Strumenti specifici:

Come completare onestamente il dispositivo di coordinamento sotto-giacente ai Criteri di Maastricht ed al Patto di Stabilità?

Carta sociale fondamentale.

Difesa e politica straniera.

Immigrazione.

Preambolo e laicità.

Per ristabilire i fatti contro il nuovo oscurantismo sionista di destra.

Le radici umane e Adamo.

La genesi culturale nel suo sincretismo e la purezza di estrazione « divina ».

Venti volte in cantiere rimettete il lavoro.

Cosa sono il razzismo e l’antisemitismo?

xxx

Ho vissuto tutta la mia adolescenza in Francia, paese di tradizione giacobina, e una gran parte della mia vita adulta in un paese federale. Benché lentamente maturati, i concetti di fondo di questo testo preliminare meriterebbero alcune elaborazioni. Pero questo esercizio di delucidazione, di approfondimento e, eventualmente di scelta, non avrebbe gran senso se non si istituisse sin dall’inizio come un lavoro collettivo. In tal modo, gli errori e le lacune anche grave purché corrette come tali da una critica fondata e costruttiva, costituiranno dei momenti forti per il processo di riflessione razionale che ne seguirebbe (per parafrasare un motto sull’importanza degli errori a rilevanza metodologica di Schopenhauer sfortunatamente denaturato da uno Heidegger vittima della sua usuale furbizia di « dottore » nietzschiano e nazi.) Il tuono è « normativo », una scelta che non sorprende essendo questo testo una critica marxista del progetto costituzionale europeo. Dovrebbe andare da se che ogni testo costituzionale europeo situato a ribasso di una legislazione nazionale qualsiasi in materia di laicità, di difesa della proprietà collettiva alle pari con quella della proprietà privata, o ancora dei diritti sociali fondamentali dovrà essere scartata senza troppo cerimonie almeno finché questi crimini di lesa-cittadinanza non siano definitivamente corretti. Ne segue che nessuno testo costituzionale dovrebbe mai essere adottato prima di essere sancito dai parlamenti dei paesi membri, o meglio ancora, da un referendum in ogni paese membro. La stessa regola dovrebbe prevalere per i trattati specifici, ad esempio i Two and Six Pack ed il Fiscal Compact. Imporli con il solo voto in Parlamento, abusando pure dell’Articolo 11 contro la sovranità del popolo, è contrario alla lettera ed allo spirito della Costituzione italiana.

Introduzione.

Le contraddizioni fanno parte integrante del divenire storico. Non è sempre possibile ed a volta nemmeno desiderabile risolverle. Importanti sono allora gli obbiettivi principali e secondari assieme alle mediazioni istituzionali e politiche adoperate per raggiungerli, superando o preservando le contraddizioni iniziali.

La costruzione europea non si capirebbe senza l’accettazione preliminare di questo approccio simultaneamente dialettico e funzionalista. Il fallimento della Conferenza intergovernativa si spiega unicamente dal fatto che le mediazioni istituzionali proposte non erano adeguate. Questo è simboleggiato dal nervosismo sulla ponderazione indotta dall’Accordo di Nizza ma non può essere riassunto in esso. La posta in gioco è ben più seria. Da un lato, si tratta della natura sociale dell’Europa che ci viene proposta, e dall’altro lato dell’avvenire costituzionale ideato per essa, sia questo « federale » oppure « confederale », per utilizzare una terminologia convenuta. Nel contesto attuale, la posta in gioco principale consiste nel sapere quale equilibrio costituzionale sarà instaurato nelle relazioni di potere che prevaleranno con questa Europa. Questo va ben oltre ad una semplice questione di equilibrio politico o di allocazione delle risorse. In fondo, nell’attuale tappa della costruzione europea, si tratta di niente meno che dell’indipendenza dell’Europa. Questa indipendenza deve essere garantita dalla coesione di tutti attorno ai suoi principali assi di integrazione, e di conseguenza, esige anche la preservazione dell’uguaglianza sociale di tutti i suoi membri, cittadini o Stati.

Se la costruzione europea si fece fin qui, e continuerà a farsi, passo dopo passo, la saggezza vorrebbe che nella fase attuale non si rimettesse in questione il concetto di « Europa delle Nazioni ». La priorità immediata consiste dunque a concepire il livello di coesione economica e sociale necessario per completare il dispositivo monetario – e di conseguenza necessariamente economico – dell’Euro gestito dalla Banca Centrale Europea istituita con una larga autonomia in materia di gestione degli aggregati monetari.

Questa necessaria ricerca di coesione prese la forma di un progetto « costituzionale » mirato all’armonizzazione ed all’adattamento delle istanze esistenti. In questa ottica, i Criteri di Maastricht ed il Patto di Stabilità e di Crescita dovevano essere concepiti solamente come fase transitorie mirate essenzialmente all’implementazione ed al consolidamento dell’Euro come moneta comune. Ma, in realtà, questo cammino verso la costituzionalizzazione dell’Europa si compie in un quadro doppiamente contraddittorio: Avendo ammesso la Gran Bretagna nel suo seno, la UE non era più coerente con la creazione dell’Euro e della BCE. In effetti, la GB non appartiene alla Zona Euro. Non è dunque sottomessa alla sua disciplina benché contribuisse ad influenzarne fortemente le politiche economiche generali o settoriali. Questo è notabilmente il caso per quello che concerna le « direttive » adottate dalla UE e implementate in seguito indifferentemente da tutti i Stati membri, appartenenti o meno alla Zona Euro. Oggi si aggiunge un allargamento formale accelerato che assomiglia a fare paura all’allargamento forzoso imposto dal Cancelliere Kohl alla Germania con l’unico effetto duraturo dello smantellamento della vitalità incarnata nel cosiddetto « modello renano » che aveva prevalso fin qui. (Notiamo che con la caduta del Muro e poi con lo smembramento della USSR, né l’unificazione della Germania, né l’allargamento della UE all’Est, non sarebbero stati compromessi da un può più di moderazione e da un può meno di imperialismo massonico e brussellese. Al massimo, senza badare ad una corsa inutile vero un obbiettivo già in parte raggiunto, si doveva tenere conto degli interessi vitali della Federazione russa anch’essa un grande paese europeo. In tal modo sarebbe stato rafforzato, in armonia con lo spazio economico europeo, il grande insieme stabilizzatore costituito dalla Comunità dei Stati Indipendenti, anche perché l’unificazione europea era già accettata da Mosca. Il disastroso impulso anti-russo è del tutto straniero alla logica europea razionalmente concepita.)

Queste nuove e antiche contraddizioni furono portate al loro parossismo dal miraggio costituzionale concepito come unico sbocco in vista della creazione della necessaria coesione. Fecero perdere di vista gli obbiettivi reali in favore di querele e di conflitti per così dire anticipati. L’evoluzione della costellazione delle forze interne all’Unione europea allargata, divenne un incubo. In tal modo il cammino costituzionale non poteva essere altro che la traduzione in meccanismi istituzionali, scolpiti nel marmo, di questa frivola e timorosa visione. Come d’obbligo il progetto costituzionale dovette pure scegliere una formula di modifica all’unanimità. Si riconobbe in tal modo l’intera difficoltà per l’Europa delle Nazioni compiere questo passo costituzionale almeno finché l’unanimità concreta non si sarà realizzata sulla questione dell’indipendenza europea, come pure sopra quella della compatibilità della coesione economica con il principio di sussidiarietà. Così l’Europa del capitale prevalse sull’Europa sociale desiderata dai cittadini.

Comunque questa doppia ricerca va avanti secondo i mezzi europei usuali. Citiamo come esempi i meccanismi di « cooperazione rafforzata » e le iniziative comuni ai membri della UE che desiderano parteciparvi, tali EADS, Eurofighter ecc. In oltre, sappiamo che 4/5 di tutte le leggi adottate dai paesi membri non sono altro che traduzioni nazionali delle direttive europee dettate con metodi per dire poco censitari. Per ora la UE sembra più uno spazio decisionale per i grandi azionisti europei e stranieri nonché un vero e proprio spazio democratico per i cittadini dei suoi popoli membri. Lo Spazio di Schengen non ha tanta difficoltà per imporre uno protezionismo umano realmente mal concepito sopratutto se si guarda ai tassi di fecondità sintetica che prevalgano nei paesi membri. Altre iniziative di più alto rilievo, ben che per ora sfortunatamente meno consensuali tra i dirigenti, puntano all’orizzonte, tale l’anticipazione di una difesa europea indipendente comune con la creazione di uno Eurocorps.

In ogni caso un processo istituzionalizzato dell’importanza di quello che condusse alla redazione del progetto costituzionale per poi essere proseguito tramite le conferenze intergovernative non può più essere scartato. Di conseguenza conviene prendere atto dei suoi aspetti positivi. Nell’incapacità di risolvere tutte le contraddizioni, importa ricercare i mezzi più idonei per cancellare le più ovvie, cercando nel medesimo tempo le mediazioni le più adatte a l’epoca attuale. Queste devono potere sostenere la marcia armoniosa dell’«Europa delle Nazioni » verso una confederazione capace di assicurare la sua indipendenza politica ed economica nel rispetto dell’uguaglianza e della sovranità ultima di tutti i suoi membri e di tutti i suoi cittadini.

Esecutivo, Legislativo e Giudiziario; Consiglio, Commissione e Parlamento europei.

Andiamo subito al dunque: Il principale difetto del progetto costituzionale attuale consiste nel avere voluto scartare il dibattito sulla natura e la portata di un confederalismo compatibile con la preservazione dell’« Europa delle Nazioni », pagandone così il prezzo con l’irriducibile confusione istituzionale che predomina per quello che riguarda il cuore del soggetto, cioè i rapporti tra i livelli esecutivo, legislativo e giudiziario europei. Da qui, la distribuzione dei ruoli (l’interpretazione istituzionale della sussidiarietà in Europa) come pure la distribuzione dei poteri non potevano non essere zoppicanti … potevano solo confondersi disastrosamente con la ponderazione demografica tra paesi membri, mentre non veniva trattato il problema del ruolo specifico del Parlamento europeo. Conviene dunque sgomberare questa confusione iniziale come pure il suo fondo di commercio, cioè il timore di una Mitteleuropa. Dobbiamo pure sgomberare il miraggio di una federazione che tenderebbe inevitabilmente verso una omogeneizzazione esagerata.

Una ponderazione strettamente demografica all’interno del Parlamento europeo non presenterebbe nessuno pericolo, prossimo o lontano, purché i rapporti tra Esecutivo, Legislativo e Giudiziario europei siano chiaramente definiti.

Mentre condurremo questo esercizio, non dimenticheremo che le contraddizioni secondarie non devono essere concepite come degli ostacoli insuperabili purché le mediazioni appropriate siano ideate e purché gli obbiettivi vitali della costruzione europea – indipendenza politica e coesione economica – siano preservati. Così facendo vedremo che il concepimento del Consiglio europeo e della Commissione può essere semplificato e razionalizzato, in modo da indurre una reale presa in conto del ruolo del Parlamento europeo. Questo deve essere capace di rispondere al meglio ai desideri di tutti i cittadini europei in modo da potere cancellare con un certo tatto le diatribe scatenate dal vertice di Nizza. Questo permetterebbe in oltre la risoluzione della dolosa contraddizione tra Zona Euro e UE allargata. Si aprirà così la porta ad una dinamica imprescindibile, cioè quella della marcia differenziata dei vari paesi della UE allargata senza minimamente mettere in pericolo la coesione ultima dell’insieme. Nel lungo termine, la magia europea, la persuasione con i fatti, opererà sempre il suo fascino in modo che l’integrazione non provocherà più nessuna lacerazione costituzionale.

(Nota aggiuntiva: Oggi, l’assenza di una tale distribuzione delle competenze esecutive e legislative come pure il sotto-sviluppo del Parlamento di Strasburgo fanno si che la Corte del Lussemburgo usurpa il ruolo del Parlamento. Detta la legge comunitaria a favore del capitale e delle élite filo-semitiche nietzschiane attualmente sovra-rappresentate, invece di limitarsi all’interpretazione delle leggi esistenti secondo le sue possibilità e le sue competenze proprie. Questo porta ad una armonizzazione pseudo-giuridica all’interno della Unione europea. Si tratta qui ben più di un processo subordinato alla difesa del principio della « concorrenza libera e senza ostacoli » che di una reale difesa degli interessi delle classe laboriose. E un processo pseudo-giuridico in un senso preciso perché fa astrazione della sovranità giuridica delle costituzioni nazionali dei paesi membri. La sovranità democratica dei popoli viene così surrettiziamente espropriata.)

I sostenitori sinceri del federalismo scartano ogni velleità di egemonia in Europa ma insistano sulla democratizzazione delle istituzioni e dei processi. Questo perché si tratta di ottimizzare le risorse dell’Europa nel rispetto dei contributi e dei bisogni specifici dei paesi membri come pure dell’uguaglianza intrinseca di tutti i suoi cittadini. Pero, il principio di sussidiarietà inerente al concetto di confederazione dell’« Europa delle Nazioni » non è per niente antitetico alla democratizzazione dell’Unione: ne costituisce invece il principio di base, il solo suscettibile di permetterne la realizzazione materiale, ovviamente a condizione che siano ben definiti il ruolo e l’estensione delle istanze e della spartizione dei poteri. In questo quadro preciso, la democrazia rappresentativa, troppo spesso confusa in modo riduttivo con l’insieme dei processi democratici, potrà allora operare secondo il suo principio vitale, cioè una/o deputata/o per una circoscrizione elettorale comportando più o meno lo stesso numero di elettrici e di elettori di ogni altra.

Durante la tappa attuale della costruzione europea, sembra che saremo « condannati » a funzionare con un doppio Esecutivo: da un lato quello del Consiglio europeo e dall’altro quello della Commissione europea rimodulata per agire come potere esecutivo nato direttamente dal Parlamento europeo. Questo non rappresenta uno difetto grave, al contrario. Questo raddoppiamento, funzionale ma non generale, permetterebbe di sopprimere una volta per tutte uno degli ostacoli maggiori alla democratizzazione dell’Unione europea.

Sappiamo che uno di questi ostacoli alla democratizzazione rileva dal peso demografico, necessariamente mutevole col tempo, di ogni membro dell’insieme statale europeo. Queste evoluzioni temporali imprevedibili influenzano il peso politico specifico di ognuno di loro. La democrazia rappresentativa di Strasburgo ne è la concretizzazione. In oltre, il Consiglio europeo, oggi per così dire simile ad una presidenza forte, continuerebbe ad agir come una Seconda camera (rinnovando in modo democratico e funzionale il ruolo attualmente devoluto ai differenti senati oppure alle camere di Stati o territori membri.) Come di dovere, la Commissione diventerebbe il potere Esecutivo nato direttamente dalla rappresentanza dei pariti politici e delle coalizioni di partiti democraticamente eletti al Parlamento europeo. Non sarebbe allora niente altro che un Gabinetto ministeriale avendo ufficialmente a sua testa il capo del partito politico che avrà ottenuto il più gran numero di elette/i, purché riuscisse a riunire una maggioranza parlamentare attorno ad esso. Altrimenti, il Consiglio europeo chiamerà il capo del partito della coalizione suscettibile di riunire una maggioranza parlamentare, e così via secondo i meccanismi ormai ben noti. Nondimeno questo avverrebbe con la dovuta attenzione all’eliminazione di ogni arbitrario, e di conseguenza delle possibilità di manipolazione di una istanza sopra l’altra. In ogni caso, il numero « sostanziale » di ministri derivato da questo sistema, oltre al Primo Ministro, sopprimerà il falso problema del numero di rappresentanti permanenti attribuito ad ogni paese membro all’interno di questo Esecutivo. Non importerebbe il ruolo ministeriale di ognuno di loro, perché tutti i Stati membri avrebbero la garanzia di essere rappresentati in modo egalitario all’interno del Gabinetto ministeriale.

In questa ottica, l’essenziale consiste nel sapere quale ruolo e quali poteri saranno rispettivamente devoluti al Consiglio europeo ed alla Commissione. In effetti, questa questione suppone la definizione chiara della forma di sussidiarietà scelta dall’Unione europea. Di questa scelta non si può certo fare almeno, ma si tratta di una scelta che dovrà essere sufficientemente giudiziosa per conciliare realismo politico e uguaglianza tra paesi membri. L’esercizio non è poi così semplice, ma potrà essere benefico per la tappa attuale e di buon auspicio per l’avvenire dell’Europa purché non si perdesse di vista quello che fu detto al soggetto delle contraddizioni secondarie e delle mediazioni.

In generale gli Esecutivi attuali dispongono del controllo dell’iniziativa legislativa, i parlamentari essendo ridotti ad un ruolo sussidiario, di rubber stamp, in buon inglese. E un ruolo ancora confinato dalla disciplina di partito. Il parlamentare è semplicemente ridotto a presentare progetti di legge individuali tra i quali solo alcuni saranno ritenuti secondo modalità variabili per ogni Parlamento. In oltre, gli Esecutivi controllano le burocrazie e, di conseguenza, tramite loro, controllano i cruciali processi di raccolta e di articolazione dell’informazione necessaria all’elaborazione dei progetti di legge, come pure al loro pilotaggio parlamentare ed extra-parlamentare, cioè, in fin dei conti, alla loro messa in applicazione una volta questi progetti sanciti dal Parlamento e, a volta, direttamente dal Consiglio costituzionale.

Il Consiglio europeo disporrebbe dell’iniziativa legislativa esclusiva per tutti le competenze oggi rilevanti dalla regola dell’unanimità. Il vantaggio sarebbe di sopprimere tutte le pericolose divisioni che rischiano essere strumentalizzate da certi paesi membri o ancora dalle mass-media, oppure dai gruppi di pressione. Nel corso del tempo, la solidità della costruzione europea imporrà la revisione dei domini rilevanti da questa regola. Per ora, la diplomazia dei paesi membri opera come burocrazia specializzata all’interno del Consiglio europeo, benché il Consiglio europeo dovrebbe avere accesso a tutte le risorse burocratiche a disposizione della Commissione. Tutte le competenze non coperte dalla regola dell’unanimità rileveranno dalla Commissione o dal Parlamento ma necessiteranno l’approvazione obbligatoria del Consiglio europeo nella sua capacità di Secondo Camera parlamentare: la Commissione inizierebbe i progetti di legge nei domini rilevanti delle sue proprie competenze, dopo di che questi progetti seguirebbero il percorso ordinario di prima, seconda e terza lettura con l’usuale passaggio da una camera all’altra.

In realtà, per appianare le difficoltà che confrontano le nuove dinamiche decisionali, durante tutta questa fase transitoria prevista, il Consiglio europeo otterrà un diritto di informazione preliminare per tutti i progetti di legge considerati dalla Commissione quando questi progetti esibiscono una incidenza specificamente economica o monetaria. Conviene sempre impegnarsi per conservare la flessibilità necessaria al sostegno della dinamica peculiare della costruzione europea. In questa ottica, per quello che concerna le legislazioni adottate nell’ambito delle loro competenze dalla Commissione oppure dal Parlamento europeo, i membri del Consiglio europeo, come pure i membri dei parlamenti nazionali, conserveranno il loro diritto di opting out. Ben inteso, questo rifiuto legale di partecipare a delle decisioni comune senza pero poterle bloccare sarebbe esercitato senza compenso finanziario ma anche senza nessuno trasferimento fiscale – punti fiscali – verso l’Unione. Un tale trasferimento è usualmente legato alla concretizzazione dei programmi specificamente europei che alcuni membri giudicheranno utile e benefico organizzare in comune.

Non fraintendiamo inutilmente il senso e lo scopo di questo opting out: E tutto il contrario di una Europa à la carta e dunque tutto il contrario di una dissoluzione della coesione europea. Questo perché l’opting out è solo una mediazione, l’esatto lato « negativo » ma probabilmente transitorio del processo generale verso una integrazione liberamente scelta, costituita per emulazione concreta. In fatti, preservando le dimensioni della sovranità dei Stati membri che caratterizzano l’« Europa delle Nazioni », questo opting out permetterà paradossalmente di inquadrare le necessarie cooperazioni rinforzate. Si favorirà così non una Europa da due velocità ma la costituzione di differenti cerchi di coesione già previsti da Jacques Delors senza pero che questi « cerchi » ( con al centro un nocciolo duro o meglio ancora dei pilastri) nuocessero o siano percepiti come suscettibili di nuocere alla coesione ed all’uguaglianza formale di ogni paese membro.

La regionalizzazione può certamente essere giudicata positiva sul piano amministrativo ma non dovrebbe essere strumentalizzata per dissolvere i Stati-nazioni attualmente esistenti in uno informe magma europeo destinato all’ineluttabile aggravio delle disparità economiche esistenti. Questi Stati-nazioni, depositari supremi della sovranità democratica dei loro popoli rispettivi – contro la sovranità di diritto divino, teocratica o meno, di pochi « esclusivamente eletti » – sono in realtà nati da un lungo processo di pacificazione culturale, spirituale e politica in Europa. Questa evoluzione progressiva data almeno dalla codificazione delle leggi della guerra – giusta o ingiusta -, dalla solidarietà tra le avanguardie dell’intelligenza europea e poi, sopratutto, dal Trattato di Westfalia il quale tentava di stabilire una bilancia del potere che portava con se il seme del concetto della « sicurezza collettiva » tra soggetti statali piccoli o grandi ma di pari dignità.

Con questo opting out si vieterebbe dovere costituzionalizzare quello che le federazioni chiamano « il potere di spendere ». Una tale costituzionalizzazione possiede tutto il potenziale per avvelenare le relazioni tra i paesi membri, a misura che sarà coniugata con i pseudo-problemi di una rappresentanza democratica mal definita con rispetto alla questione della distribuzione delle competenze tra i vari livelli di governo, oppure tra le differenti istanze decisionali all’interno del livello di governo considerato.

Per contro, in questa ottica dell’opting out, due cose si imporranno naturalmente: prima, il termine costituzionalmente previsto per l’esercisco dell’opting out da parte di uno Stato membro da un programma al quale avrebbe previamente deciso di partecipare; questo caso risulta diverso dal semplice opting out da un programma non ancora messo in opera, dunque da una scelta iniziale di non partecipare. Secondo, in casi specifici, l’enumerazione di eventuali penalità lascerà il posto alla considerazione dei compensi quando questi risulteranno necessari, in modo transitorio, per causa di disorganizzazione importante di un programma già in corso (ad esempio l’uso dei punti fiscali coinvolti.).

Tutti questi problemi possono essere risolti con le appropriate mediazioni: ad esempio, il termine per l’opting out di un programma esistente annunciato da un governo nazionale sarebbe di una durata massima di 6 anni – prendendo in conto il fatto che la durata normale di una legislatura sarebbe fissata a 5 anni. In questo modo, l’opting out eventuale diventerebbe automaticamente una posta elettorale interna, e dunque rappresenterebbe una decisione da fare sancire dagli elettori nazionali, i quali sono pure degli elettori europei. In altre parole, lungo da costituire una catastrofe, la dinamica del opting out permetterebbe un utile controllo democratico dell’approfondimento della costruzione europea.

Importa notare che questa concezione della costituzionalizzazione dell’Europa deve progredire con prudenza. Permette di relativizzare i problemi legati simultaneamente alla ripartizione dei poteri ed al peso respettivo di ogni paese membro. Oggi questo si rifletta nella complessità, se non nella confusione, delle istanze decisionali europee, e per via di conseguenza, nella paura sotto-giacente rispetto alle tentazioni egemoniche degli uni o degli altri, oppure, all’inverso, nel rischio di paralisi dell’Unione. Questi due timori sono simboleggiati dal rigetto degli « squilibri » instaurati al vertice di Nizza ed amplificati ancora dall’imprudenza e dalla mancanza di sagacità europea di certi paesi, giovani o vecchi, durante l’intervento illegale degli Stati-Uniti in Iraq.

Aggiungiamo che l’equilibrio istituzionale e democratico qui analizzato disporrebbe dei suoi propri contro-poteri interni secondo la geniale intuizione moderna di Montesquieu. Così, la sovranità di ogni paese membro sarebbe protetta in permanenza: in effetti, malgrado tutte le devoluzioni considerate ad un momento o all’altro – o più specificamente secondo le « epoche di ridistribuzione » socio-economiche considerate – il Consiglio europeo ed i Parlamenti nazionali disporranno di un diritto di veto, oppure in modo politicamente più plausibile, dell’opting out il quale, al contrario del veto, non provocherà danni agli altri membri.

In questo senso e secondo questi principi, per tutti i poteri devoluti al Parlamento europeo ed alla Commissione che oggi rilevano di decisioni presi alla maggioranza – o più esattamente che non rilevano dell’unanimità riservata alle prerogative del Consiglio europeo – si dovrà prevedere la possibilità, per il Parlamento europeo e per il suo Esecutivo proprio, di verificare la solidità democratica delle decisioni dei membri del Consiglio europeo che avranno utilizzato il diritto di veto contro la loro decisione democratica europea: questa verifica si farebbe per via referendaria presso l’elettorato dei paesi che avranno utilizzato il loro diritto al veto. Una vittoria di 50% più uno voto costituirebbe una sconfessione per i detti membri del Consiglio europeo.

In ogni caso questa strada sarebbe riservata a casi o dossier molto specifici. In oltre, né la Commissione né il Parlamento potrà scegliere questa strada senza avere ottenuto l’approvazione di 50 % dei Stati considerati rappresentare 60 % della popolazione, rispettivamente nel quadro dell’Europa allargata oppure della Zona Euro. Di più, la « devoluzione » definitiva – i.e., istituzionale – di una competenza che richiede l’unanimità ad una logica di maggioranza necessiterebbe l’unanimità di tutti i Stati membri oppure l’approvazione di ogni Stato implicato quando questa devoluzione sarà necessaria alla messa in opera di un programma comune.

All’immagine della PAC, programma che divenne consustanziale con l’Unione europea, conviene lasciare le tendenze di fondo e la verità dei fatti imporsi sul terreno come obbiettivazione concreta di un interesse comune, anche se potrà sembra temporalmente imperfetto. Per contro, quando tutti i Stati membri saranno diventati membri a parte intera di programmi comuni – come la PAC – , la Commissione disporrà del potere di prenderne atto e di sancire con una semplice maggioranza la costituzionalizzazione europea comune di questo programma. I successi comuni si addizioneranno così ai successi comuni e serviranno da esempio. In questo caso preciso, il programma sarà reso perenne senza implicare il trasferimento di nessuno potere di spendere supplementare in termine di ratio del PIL sia rispetto al livello di finanziamento in vigore a quel momento, sia secondo una formula accettata all’unanimità da tutti i paesi membri. Questi Stati membri conserverebbero comunque il loro diritto all’opting out relativamente a scelte addizionali ulteriori. In altre parole, la sovranità statale di ogni Stato membro rimane il mezzo di controllo ultimo del budget specificamente europeo, senza pero fare artificialmente ostacolo alla marcia verso una coesione sempre più compiuta, né, ben inteso, provocare una breccia inaccettabile nel principio di sussidiarietà che costituisce il cuore del concetto dell’Europa delle Nazioni.

Democrazia partecipativa e democrazia industriale europee.

Abbiamo fornito qui sopra gli elementi fondamentali della democrazia rappresentativa cercando di adattarli all’Unione europea. Questi equilibri anche se sagacemente stabiliti non bastano. L’Europa non può esistere senza sviluppare al suo proprio livello la « democrazia partecipativa » e la « democrazia economica e sociale. »

La prima coinvolgerebbe istituzionalmente i gruppi di pressioni ed i sindacati in tutti i processi che implicano le competenze devolute al Parlamento (e dunque alla Commissione) come pure in tutti i casi di co-decisione. Per quello che riguarda il Consiglio europeo, almeno finché non abbia concesso la devoluzione di alcune delle sue competenze, i processi che lo riguardano rilevano necessariamente dei parlamenti nazionali. Oppure, secondo i casi, di grandi mobilitazioni da parte dei cittadini europei, a carattere parlamentare o extra-parlamentare. Questo fu il caso con il grande movimento di pace nato all’occasione dell’ultima aggressione imperialista contro l’Iraq.

In particolare, durante la tappa di raccolta dell’informazione necessaria alla formulazione dei progetti di legge, la Commissione dovrebbe avere l’obbligo di consultare tutti i sindacati ed i gruppi di pressione capaci di dimostrare una rappresentanza in almeno due paesi membri implicati dalla legislazione. Questi stessi gruppi dovrebbero ottenere il diritto irrevocabile di sottomettere le loro eventuali obbiezioni, critiche e ammendamenti ai Comitati parlamentari europei. Ogni volta che, per i progetti di legge in questione, questi gruppi riuscirebbero a riunire più di 50 % dei sindacati europei oppure dei gruppi di pressione dei paesi europei, questi Comitati parlamentari si trasformerebbero automaticamente in Commissioni parlamentari. In questo modo non cesserebbero di funzionare come Comitati parlamentari ma lo farebbero sulla base di una consultazione popolare e cittadina molto più ampia.

Lo sviluppo della democrazia partecipative europea esigerebbe ugualmente l’instaurazione e lo sviluppo di quello che ho chiamato « le istanze di controllo democratico ». Questo riguarderebbe tanto la protezione dei funzionari appartenenti alle burocrazie europee quanto quella degli utenti. Il sistema di ombudsman e di prud’homme deve dunque essere armonizzato verso l’alto. Nello stesso modo, i comitati cittadini di denuncia europei debbono potere rispondere alle aspettative dei cittadini in tutti i domini pertinenti (Interpol, polizia, guardia frontaliera, ecc.) Va da se che i cittadini siano rappresentati in maggioranza in questi comitati. La cosiddetta class action andrebbe rafforzata.

Ci sia concesso aggiungere due parole sulla problematica dei cosiddetti « servizi essenziali ». Oggi la destra abusa della versione di questa nozione tale che fu formulata nei testi riuniti nel mio Tous ensemble (disponibile nella Sezione Livres-Books del mio vecchio sito www.la-commune-paraclet.com ) Conviene dunque sottolineare la logica nella quale la mia propria formulazione fu avanzata all’epoca. Non farlo ammonterebbe ad associare tacitamente il marxista che sono a delle iniziative alle quali non desidero essere minimamente associato.

Non si può affatto trattare di restringere il diritto di sciopero. Il diritto di fare sciopero non è solo un diritto sacro in quanto rappresenta una delle grandi conquiste democratiche dei lavoratori, costituisce ugualmente un elemento essenziale per il funzionamento armonioso di ogni sistema economico. Il lavoratore individuale o collettivo dispone di una ricchezza, la sua forza di lavoro – il fattore di produzione lavoro se si vuole ! E dunque contrattualmente libero disporne secondo la sua volontà. Un lavoratore solo non conterebbe niente, da qui il diritto democratico di associarsi – diritto protetto dalla nostra Costituzione. Senza questo contrappeso all’arbitrario dei possessori degli altri Mezzi di produzione, l’equilibrio tanto paventato dagli economisti di regime sarebbe solo una truffa anti-democratica.

Storicamente parlando, nei paesi appartenenti al continente europeo oppure nei paesi anglo-sassoni, le leggi contro il principio di associazione dei lavoratori – anti-combine laws, in inglese – cadettero in parallele con i principi parziali inerenti alla democrazia liberale classica, per natura sessista e censitaria (cioè, aperta solo ai possedenti capaci di pagare il censo.) La borghesia riuscì poi a fare subire a questa concezione la sorte che fece subire a tutte le altre, una paziente, lunga e sistematica laminazione delle conquiste del proletariato. Così, gli aumenti di salari reali concessi con la mano sinistra furono subito ripresi con la mano destra grazie al paziente lavoro di talpa effettuato dall’inflazione, oppure con « la gestione » capitalista dell’entrata delle donne sul mercato del lavoro.

Quest’ultima venne effettivamente gestita in modo che i « focolari » – nuclei familiari – medi nei quali oggi lavorano due persone non guadagnano in generale la somma che una sola persona poteva guadagnare alla fine degli anni cinquanta. A questo si aggiunge la « femminizzazione » dei salari. Alla fine siamo confrontati con una situazione che non contribuisce molto né all’emancipazione della donna né a quella dei focolari. La parità di genere è cruciale.

In ogni caso, per quello che ci riguarda qui, lo Stato borghese, sdoppiato in uno Stato direttamente padrone, al seguito della nazionalizzazione delle imprese dopo la Seconda Guerra Mondiale, si trova confrontato ad una classe operaia e a dei funzionari dell’amministrazione pubblica molto combattivi. Si adopera allora a salvare la sua pelle di Stato di classe ritornando in modo sbieco al « tripartitismo » scaturito dal Trattato di Versailles all’indomani della rivoluzione bolscevica. Questo portò alla creazione della cosiddetta « monarchica » Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL). Nel suo seno ogni Stato, il padronato e i sindacati si ritrovano per tentare di portare avanti una « democrazia industriale capitalista » mirata a addomesticare i sindacati ed i lavoratori per mezzo di convenzioni collettive, ponendo pero lo Stato come arbitro supreme dei conflitti al nome degli interessi generali. Lo Stato di classe è così eretto come giudice e partita nei conflitti socio-economici.

Questo esercizio rischioso per lo Stato borghese lo diventa ancora di più per lo Stato Sociale – Welfare State – padrone delle sue proprie imprese pubbliche fortemente sindacalizzate. La neutralità poteva solo essere ristabilita usurpando per il conto dello Stato di classe, le rivendicazioni degli « utenti » e dei «consumatori », cioè inventando un surrogato dell’interesse generale capace di occultare con maestria il fatto che la maggioranza degli utenti e dei consumatori non sono altro che i lavoratori stessi.

Ogni legislazione relativa ai « servizi essenziali » minimamente equa mirerebbe inanzi tutto a ritirare allo Stato di classe la sua pretensione ad essere un agente neutrale mosso unicamente dall’interesse generale. Ecco perché, ogni legislazione relativa ad un qualsiasi « servizio minimo » deve rappresentare un passo di civiltà, cioè il riconoscimento da parte del capitale dei diritti imprescindibili del mondo del lavoro. In primo luogo, il diritto di sciopero con la condanna legale di ogni tentativo di intimidazione da parte del capitale. Questa clausola deve ugualmente estendersi al diritto per i sindacati di fare campagna presso i lavoratori non-organizzati per convincerli di aderire alle loro organizzazioni ogni volta che una impresa non disporrà di una rappresentanza sindacale legittima. Di più, nessuno « servizio minimo » dovrebbe restringere il diritto dei lavoratori a portare avanti scioperi legali ma efficaci, ritirando i loro servizi finché degli accordi negoziati in buona fede non siano stati conclusi.

In particolare, questo significa che gli utenti goderanno di un certo servizio, ma all’infuori delle ore di grande intensità – ore di punta nei trasporti collettivi, ad esempio. Il comportamento modello dovrebbe probabilmente ispirarsi da quello degli infermiere e degli infermieri; questi spesso senza legislazione specifica nella materia, dispensano di volontà propria quello che per vocazione sanno essere dei servizi essenziali. In effetti, pensare diversamente entrerebbe in contraddizione con lo spirito e la lettera di tutte le costituzioni nazionali dei paesi membri della UE: tutti riconoscono il diritto di sciopero come un diritto democratico fondamentale e di conseguenza come un diritto suscettibile di essere codificato in modo marginale senza contraddirne il principio stesso. La legittimità dei sindacati ne uscirebbe fortemente rafforzata di fronte a dei governi oggi sempre più duri con una forza di lavoro desiderata da loro spendibile a piacimento con la scusa della « mobilità del fattore lavoro » – fattore di produzione reso flessibile tramite « contratti di impiego » di durata iper-determinata. Il loro potere di pressione sul capitale ne uscirebbe rafforzato per tutte le azioni sostenute dalla base. Questo perché i sindacati rimarrebbero in controllo della situazione tramite l’uso di tattiche conosciute come lo sciopero zelante o lo sciopero a singhiozzo ecc, senza che lo Stato borghese possa indossare l’abito del campione neutrale dei diritti degli utenti.

Quando si ci confronta con una problematica del tipo di quella dei « servizi essenziali », non nuoce conservare in mente la sua origine: si pone sempre in contesti storici precisi secondo lo stato di sviluppo delle leggi vigenti sulle relazioni di lavoro, delle pratiche e della cultura industriale delle regioni e dei paesi in questione, come pure del peso delle alleanze di classe del proletariato secondo l’evoluzione specifica del capitalismo. Oggi le tendenze di fondo dello Stato capitalista, interamente preoccupato a diminuire il potere sindacale per favorire la « mobilità » crescente della forza di lavoro, consistano a propagandare un processo pacificato che congiungerebbe la « consultazione » e il « dialogo sociale » con le pratiche di conciliazione, di mediazione e di arbitraggio dei conflitti lavorativi.

« Natura non facit salta »: nondimeno nella pratica concreta, oramai da oltre tre decenni, va affermandosi una tutt’altra logica di classe, verificabile in tutti i paesi capitalisti avanzati, come pure all’interno dell’OIL. Questo tentativo di pacificare le relazioni di lavoro si riassume concretamente ad una larga preponderanza dell’arbitraggio con arbitri certo acconsentiti dai sindacati ma speso, se non sempre, nominati dal Ministero del lavoro. In tal modo, si liquida de facto il potere di negoziazione dei sindacati in favore di una visione tecnocratica della spartizione del prodotto del lavoro tra profitto e salario.

Ce da dire che la situazione essendo oggi molto degenerata, l’arbitraggio sembra un mal meno peggiore quando viene confrontato alla ristrutturazione chirurgica della forza di lavoro tale che sperimentata dalla AFL-CIO o dalla Chrysler per salvare questa azienda dalla competizione giapponese. Salvataggio avvenuto essenzialmente sacrificando più della metà dei lavoratori dell’azienda con l’accordo dei sindacati, questi ultimi accettando in oltre, ingenti riduzioni dei salari. Questo senza menzionare le leggi che impongo la ripresa del lavoro anche con pesanti multe finanziarie ogni volta che il capitale sceglie di lasciare marcire la situazione per forzare la mano dello Stato, teoricamente neutrale, costringendolo ad intervenire nei conflitti per via legislativa!

Abusando della sua maggioranza parlamentare, la destra può adottare la sua legge sui « servizi essenziali » se vuole purché la sinistra conservasse una coscienza chiara delle poste in gioco e purché si impegnasse, sin da oggi, a difendere la sacralità del diritto di sciopero, incluso appellandosi alla Corte costituzionale se necessario. In realtà, la sinistra dovrebbe prepararsi a riformulare la legge esistente per essere pronte a costituzionalizzarla nell’eventualità del ritorno al potere.

Detto questo, la questione più difficile rimane quella della stesura della lista dei servizi pubblici per i quali una legge sui « servizi essenziali » potrebbe essere mutualmente vantaggiosa per tutte le parti, senza nuocere al potere di negoziazione. Chiaramente, i servizi pubblici dispensati dagli ospedali non sono dello stesso ordine di quelli offerti dal trasporto collettivo urbano, né dalla SNCF. Il caso di EDF è più complicato. I sindacati dovrebbero essere incaricati con la stesura di questa lista. I criteri decisivi più ovvi sono la salute pubblica e la protezione delle infrastrutture, cioè il mezzo di lavoro – assieme alla preservazione dei diritti dei lavoratori a negare l’uso della loro forza di lavoro al padrone, ogni volta che le negoziazioni saranno ostacolate. In altre parole, si tratterà di una codificazione delle pratiche sindacali non-ufficiali oggi effettivamente praticate. Nessuna altra via sembra legittima e non rappresenterebbe una legislazione sul mondo del lavoro ma piuttosto una legge di esproprio del potere di negoziazione, un affronto inaccettabile alla legittimità dei sindacati.

Aggiungo che queste considerazioni non avranno una grande rilevanza se certi dirigenti sindacali, pronti a privilegiare il loro rapporto con il potere invece del loro dovere di rappresentanza della base sindacale, penseranno essere autorizzati a firmare degli accordi senza l’approvazione maggioritaria dei loro membri. Purtroppo questa è una sfortunata tendenza che va crescendo in Francia, in Italia ed altrove a misura che lo Stato borghese e il padronato si accaniscono per smantellare le conquiste sindacali e sociali anteriori, cercando nel medesimo tempo di trovare dei complici per legittimare le loro pratiche regressive. In un tale contesto, i sindacati come la FIOM hanno interamente ragione quando esigono il rispetto della democrazia sindacale intesa come autentico antidoto contro l’usurpazione anti-sindacale effettuata dallo Stato borghese in nome degli utenti. (Vedi ad esempio www.liberazione.it nel quadro dei scioperi nei trasporti pubblici iniziati a dicembre 2003, notabilmente a Milano.) A questo argomento si aggiunge la necessaria e ampia legge contro l’uso dei « crumiri » e la questione generica delle pratiche eque (fair trade practices).

Ogni sistema democratico moderne rimano tragicamente zoppicante senza la consolidazione di una autentica « democrazia economica e sociale ». Questo va ben oltre la vecchia democrazia industriale che accompagnò il sistema « tripartita » di ispirazione versagliese. Si tratta prima di tutto della questione della costituzionalizzazione europea del sistema di pianificazione indicativa e incitativa. Il resto seguirebbe logicamente con le modulazioni normali secondo il colore dei governi europei al potere.

Inanzi tutto l’Europa acquisterebbe una capacità a concepire la sua propria « longer view » – per usare la frase di Paul Baran. In se i lavori di questa Commissione europea di pianificazione indurrebbe gli economisti a stare alla lontana delle inettitudini troppo ovvie legate alla speculazione economica ed alle illusioni di una crescita sopratutto dovuta alle rotazioni monetarie in circuiti chiusi o per lo meno molto lontani dell’economia reale. In effetti, i stessi che svendono i « lemons » – viz Akerlof, Stiiglitz et al. – necessari alla mobilità di una forza di lavoro precaria costretta a comprare a Wal-Mart, nel quadro delle zone di libero-scambio, vi parlano della predominanza dell’« economia dei servizi », o peggio ancora dell’ « economia immateriale », mentre le multinazionali ed i governi federali, regionali e municipali dei loro paesi delocalizzano in Asia i compiti ordinari che rilevano delle burocrazie pubbliche o private (offshoring and outsourcing).

Questi economisti dello serraglio mostrano così la loro profonda comprensione nietzschiana di quello che ho chiamato, contro loro, « la scala del valore aggiunto » ideata secondo i dati dell’IAS o con più di precisione sulla « sovrappiù sociale ». (V. il mio Livre-Book III, in Download Now, sezione Livres-Books di www.la-commune-paraclet.com ) Pensiamo, ad esempio, alle somme esorbitanti rappresentate dai prodotti derivati, i quali valgono spesso solo per l’opacità bancaria che protegge i loro montaggi sui quali le banche centrali evitano chiedere dettagli. Per sfortuna questa pseudo-moneta vale come vale l’oro quando entra nell’economia reale, dato i mezzi considerabile che fornisce per gli LBO ed altre OPA interessate dal corto-temine; o peggio ancora, quando scoppiano le bolle speculative provocando allora l’iscrizione concreta dei loro montanti nei bilanci delle banche centrali, dei fondi mutuali e delle imprese, e di conseguenza, nel risparmio individuale e collettivo dei lavoratori e della comunità in generale.

Gli economisti più in vista ed i governi neoliberali ci vedono solo il miraggio della crescita del « PIL », nello stesso modo in cui i piccoli giocatori in borsa si felicitano ingenuamente della crescita del ratio P/E. Comunque dovrebbe essere intuitivamente chiaro per un paese come i Stati Uniti, con una popolazione nel 2002 di 291 milioni di abitanti, che non può essere gestito come Singapore. Lo stesso vale per la UE. L’evoluzione storica dei settori primari, secondari e terziari in Occidente non dovrebbe portare la gente sensata a farsi illusioni. La pianificazione bolscevica come pure le pianificazioni occidentali in tempo di guerra hanno fornito una lezione inestimabile in questa materia, particolarmente durante la Seconda Guerra Mondiale. Questa necessitò la mobilizzazione di oltre 60 % della ricchezza nazionale americana e delle risorse degli altri paesi in guerra, contro soltanto il 10 % nei paesi più avanzati durante la Prima Guerra Mondiale.

Con Formazioni sociali più moderne e più complesse diventa allora evidente che la priorità data ai Mezzi di produzione (MP) per la produzione di Mezzi di produzione, era primordiale per raggiungere una efficienza massima in un tempo record, almeno finché l’approvvigionamento in energia ed in materie prime seguiva senza ostacoli. Si tratta qui della cosiddetta industria pesante staliniana soggetta ad un vilipendio senza buon senso da tanti sempliciotti capaci di confondere con usuale anacronismo la USSR degli Anni Trenta con l’economia avanzata dei Stati-Uniti degli Anni Sessanta.

Le rivoluzioni informatiche coniugate a quelle delle telecomunicazioni operano in parte come nuovi MP implicati nella produzione di MP nei tre grandi settori primario, secondario e terziario. Ne segue che l’eviscerazione di questa relazione organica con l’accelerazione delle delocalizzazioni industriali potrà solo indebolire le economie costrette a svilupparsi all’interno di Formazioni sociali nazionali o sovra-nazionali, a differenza delle enclave marginali capaci di specializzarsi in un numero ristretto di filiere intermedie di importanza strategica per il commercio internazionale. Singapore può crescere come uno gigantesco magazzino, ma rappresenta il caso limite di una Città-Stato .

Ben inteso, la necessaria e rapida conversione dell’economia di guerra in una economia parzialmente di pace confermò la grande lezione impartita durante la Grande Depressione: In tempo normale, l’economia non può conservare la sua viabilità e la sua vitalità senza appoggiarsi sul ruolo trainante dei settori intermedi. Questo implica il rafforzamento della domanda effettiva – come pure la canalizzazione pubblica del risparmio interno per mezzo dei programmi sociali. In tempo di guerra questi settori intermedi vengono sostituiti con la produzione di armamenti in gran parte finanziata con il debito pubblico. La delocalizzazione di questi settori intermedi non è dunque di migliore auspicio di quello dei settori dei MP per la vitalità dell’economia o per l’aumento dello standard di vita dei cittadini.

Ben inteso, malgrado questi insegnamenti forniti dalla Storia, gli interessi egoisti di classe rendono spesso ciechi. Così, i neoliberali e i monetaristi più legati alla globalizzazione capitalista asimmetrica, danno priorità ai loro propri interessi particolari. Continuano a concepire l’economia secondo il paradigma del settore agricolo americano, capace, come sappiamo tutti, di enormi sovrapproduzioni con la creazione di gigantesche profitti, ma impiegando meno di 3 % della popolazione attiva. Pero questo paradigma non vale un gran che per le nazioni e per i cittadini considerati nel loro insieme. Semplicemente, sopra una tale fragile base, nessuna politica reale di ridistribuzione sociale compatibile con una democrazia avanzata si avverrà possibile, a fortiori una ridistribuzione fondata sulla spartizione del lavoro socialmente disponibile. Rimarrebbe allora come unica alternativa la spartizione della miseria tra la massa dei cittadini con la reintroduzione della schiavitù salariata moderna e della nuova domesticità, ambedue mascherate per un tempo con le illusioni ideologiche di una versione o un’altra del « reddito annuo minimo garantito » immaginato proprio dai monetaristi, ed in particolare da Milton Friedman.

Quello che vale per l’economia americana vale immancabilmente per tutte le economie che imitano il suo modello anche se con quasi due decenni di ritardo – forse molto meno oggi per causa della globalizzazione. Aggiungiamo che questa relazione intima tra settori primario, secondario e terziario crea dei vincoli inevitabili che rimandano alle relazioni tra variabili in tutti i sistemi fondati su un insieme di variabili interdipendenti. Così l’aumento della taglia del settore terziario a scapito dei settori primari e secondari può avvenire unicamente sulla base della precarietà e della pauperizzazione crescente della forza di lavoro e dei focolari, e sulla base di una pauperizzazione senza limiti per un nuovo lumpenproletariat e di una nuova « cour des miracles », non importa se questa ultima sia cacciata in periferia dai vari sindaci Giuliani e dalle loro forze di polizia oppure nei visceri delle stazioni della metropolitana.

La crescita statistica degli impieghi precari e di bassa gamma, oppure del « self-employment » (cosiddette partite IVA ), cioè di un’altra forma di precariato o di tempo-parziale mascherato, erano prevedibili sin dall’origine della rivoluzione monetarista di Volcker-Reagan. Si conferma oggi con un masochismo elitario di cattivissimo stampo. Questo dovrebbe provocare un ritorno salutare alle leggi dell’economia reale prima che i limiti all’accumulazione del capitale, lasciato a se stesso su scala planetaria, no portassero ineluttabilmente ad una nuova e gigantesca conflagrazione, aperta o larvata che sia. (v. “Les conséquences socio-économiques de Volcker, Reagan et Cie”, come pure Tous ensemble, nel mio vecchio sito www.la-commune-paraclet.com, sezione Livres-Books.)

Questo ritorno all’economia reale implicherebbe per lo meno la considerazione sistematica dei settori, delle industrie e delle filiere produttive. Al livello europeo, questa conoscenza approfondita permetterebbe a tutte le istanze europee, notabilmente all’Antitrust ed al Rappresentante europeo per le grandi negoziazioni commerciali e internazionali, di operare con una maggiore trasparenza. La partecipazione istituzionale dei sindacati ne uscirebbe rafforzata. Conferirebbe tutta le legittimità necessaria all’Europa per fare prevalere, almeno al livello europeo, una nuova concezione dell’anti-dumping, coniugata con il pieno-impiego, almeno nelle filiere giudicate strategiche.

Per le altre, l’apertura alla competizione internazionale averebbe in funzione dei bisogni di importazione di nuove tecnologie, oppure in funzione della possibilità verificata delle altre filiere di assorbire i volanti di manodopera così liberati, senza sacrificare la qualità degli impieghi e la qualità di vita dei lavoratori. Andrebbe da se che in un tale sistema gli aiuti come pure gli esoneri elargiti alle imprese sarebbero iscritti sin dall’inizio in una strategia industriale europea. Questo militerebbe in favore dell’adozione al livello europeo dell’equivalente della Legge francese per il controllo dei fondi pubblici versati alle imprese, in modo da responsabilizzare gli attori economici. Pensiamo qui, ad esempio, alle politiche delle grandi opere oppure l’impiego dei fondi strutturali. (Vedi a questo proposito il mio articolo « Riforme democratiche rivoluzionarie o lamentabile Ronzinante del riformismo? » in http://rivincitasociale.altervista.org/riforme-democratiche-rivoluzionari-lamemntabile-rossinante-del-riformismo/ ; questo articolo fu originariamente pubblicato nella seconda parte del mio Tous ensemble, in Downlaod Now nella Sezione Livres-Books del mio vecchio sito www.la-commune-paraclet.com )

(Nota aggiuntiva: La nuova definizione dell’anti-dumping deve essere considerata come un’urgenza. Deve mirare a proteggere le tre forme del reddito dei focolari, cioè il « salario individuale », il «salario differito » (ammortizzatori sociali e pensioni) ed il « reddito globale netto » dei focolari ( in breve, i due primi più l’ammontare dei trasferimenti ai focolari sotto forma di programmi sociali pubblici e universalmente accessibili, e l’accesso alle infrastrutture pubbliche, etc.)

In parallele con la Riduzione del Tempo di Lavoro (RTL), una tale anti-dumping riabiliterebbe i contributi sociali prelevati sulla busta paga lorda, consolidando nel medesimo tempo la base fiscale. Il vantaggio di una tale definizione dell’anti-dumping proverrebbe dal fatto che non necessiterebbe nessuna rinegoziazione, un processo sempre lungo e laborioso visto la regola dell’unanimità alla OMC oppure nella UE. In effetti, permetterebbe semplicemente interpretare i suicidi trattati di libero-scambio esistenti trasformandoli in trattati di commercio equo – fair trade.

Sappiamo che la definizione dell’anti-dumping in vigore fu immaginata all’interno della OMC per accompagnare in modo sotterraneo il libero-scambio corto-termista globale, sopprimendo preventivamente ogni ricorso mirato a proteggere le conquiste sociali dello Stato Sociale o del Welfare State anglo-sassone. Perciò esclude d’ufficio dai suoi calcoli ogni referenza alla OIL – leggi e norme minime del lavoro – assieme ai criteri ambientali.

Da qui segue l’implementazione al livello mondiale dell’inetta « funzione di produzione » di Robert Solow – diciamo più precisamente Solow-Friedman. Questa viene scritta Y = f (K,L) dove K è il capitale e L rappresenta il lavoro disponibile immediatamente oppure in situazione di pieno-impiego, uno ragionamento infra-keynesiano di una inettitudine inconcepibile (ma, in realtà, cinicamente calcolato in modo perfettamente massonico nel senso dell’aggravio delle derive già iniziate con il cosiddetto « keynesianesimo bastardo » tale che ideato da Hicks, Samuelson ecc. (L’espressione fu coniata dagli neo-ricardiani della Cambridge, UK.) E noto ed al stesso tempo emblematico che rispetto alla Teoria generale come pure al Fennegans Wake di James Joyce, Samuelson andava dicendo che desiderava disporre di un riassunto …

La sua funzione di produzione dimostra che Solow non aveva capita un bel niente a Keynes, né nella versione originale né nella versione detta « bastarda » : a meno che, ben inteso, secondo il vecchio approccio anche utilizzato a scapito mio e modestamente verificato da me, non desiderava semplicemente rovesciare la logica …. per effettuare un ritorno alla Tradizione … Non di meno questa funzione di produzione valse il Premio Nobel al suo pitre di autore – il suo articolo del 1956 , il quale pretende essere una confutazione di Keynes e di Harrod, ma che in realtà non vale la carta sulla quale fu stampato, in particolare per quello che concerna il ruolo economico della tecnologica. Questo perché rimane molto al disotto delle critiche offerte da Sraffa sin dall’inizio degli anni 20 con rispetto ai rendimenti crescenti e decrescenti. Basta costatare che per Solow la tecnologa può solo essere introdotta in modo esogeno. Questo è un problema logico letale, rimanda alla contraddizione ex-ante/post hoc inerente a tutte le forme di economia borghese: la tecnologia ha un prezzo che deve essere fornito dal mercato, dunque in modo organico.

Per capire il ruolo economico fondamentale della tecnologia si deve capire la teoria delucidata della produttività razionalmente inserita nella Legge del Valore e nelle Equazioni della Riproduzione Semplice ed Allargata di Marx, che io fui il primo ed il solo ad esporre scientificamente.

Notiamo senza cerimonie che l’inettitudine della « funzione di produzione » di Solow applicata su scala globale è verificata ogni giorno dal comune dei mortali: basta notare che mette in competizione diretta i lavoratori tedeschi e francesi – e, una volta, italiani – con i loro più o meno 10 euro orari più i contributi sociali e la parte dei prelievi fiscali, non solo con quelli dell’Europa dell’Est – attorno a 3 euro orari – ma anche con il mezzo miliardo di compagni Dalits in India retribuiti a 0,50 cent orari, senza servizi sociali e ridotti ad una speranza di vita media di 40 anni. Questo perché l’equilibrio marginalista, dunque anche quello razor-hedge di Solow – riposa sopra la nozione di una soglia fisiologica, mentre sappiamo tutti che tale soglia è anch’essa elastica … Sappiamo che la longevità media all’interno dei paesi sviluppati ha cominciato a rallentare; un calo è pure statisticamente percepibile in un contesto nel quale gli operai muoiano da 7 a 11 anni in media prima dei loro dirigenti, secondo la loro professione.

Ben inteso, questo genere di equilibrio marginalista non è concepibile se non si ribassa il lavoratore allo statuto di un mere « fattore di produzione » soggetto ad una flessibilità ad oltranza e liquefattibile sotto forma denaro – incluso oggi la moneta elettronica scambiata con un semplice clic sulla Borsa globale grazie al Big Bang borsistico che coinvolge oramai anche i cash flow giganteschi delle MNC nel contesto della loro logica del profitto di corto termine o Roe. E tutto questo non rende neanche conto delle crisi, sopratutto delle crisi economiche-speculative, dato che nessuna teoria marginalista è ontologicamente o metodologicamente capace di differenziare tra interesse e profitto e dunque tra economia reale e economia speculativa. Il « credito senza collaterale » – v. sezione International Political Economy in www.la-commune-paraclet.com – non entra neppure nel suo campo ottico, nemmeno quando rovina i Stati sovrani tramite gli assurdi CDS sul debito pubblico, l’ultima scoperta nella cassetta con le papere ideologica del marginalismo neoliberale. In somma, si ha il PIB che si merita … Il resto, filo-semita nietzschiano, è diffuso generosamente in questo tipo di mondo, un’altra volta con la solita chutzpah, aldilà del bene e del male … )

Similarmente, questa pianificazione per lo meno indicativa e incitativa permetterebbe la massimizzazione di nuovi strumenti economici europei post-keynesiani da inventare o, a volta, da rivitalizzare secondo una ottica nuova. Ad esempio, il Fondo di investimenti europeo contro-ciclico da creare attingendo ad una parte delle riserve della BCE. (Ogni anni la BCE riversa delle somme gigantesche alle banche private tramite le banche centrali dei paesi membri.) La sua funzione principale sarebbe di permettere alle istituzioni bancarie e di credito sostenere, fuori del bilancio dello Stato, una politica contro-ciclica senza esporre la UE ad un calo della notazione del suo « rischio sovrano ». Permetterebbe pure, in caso di necessita, di intervenire in proprio, ad esempio, affiancando la creazione di grandi consorzi europei capaci di portare a buon porto le operazioni di consolidamento e di rinnovazione infrastrutturale tramite la tecnica dei « swap debito contro azioni ». Questo avrebbe il vantaggio supplementare per alleggerire il budget dei Stati membri risparmiandoci il ricorso, attualmente in voga, ad una fiscalità regressiva cieca. (In questa ottica precisa, i swap debito contro azioni furono proposti nel mio Tous ensemble. Nello stesso ordine d’idea, avevo anche dimostrato come rilanciare con poca spesa pubblica la necessaria nuova politica per l’alloggio sociale.)

A più lungo termine, vediamo che la visione indotta dal sistema di pianificazione indicativa e incitativa permetterebbe una gestione più raffinata dei settori come pure delle industrie considerate grazie alle Soglie Tobin. Queste soglie completerebbero il dispositivo di inserzione nell’Economia Mondiale, un processo che sarebbe già consolidato, dal punto di vista dei lavoratori e delle imprese realmente produttive, con l’adozione della nuova definizione dell’anti-dumping qui proposta. Nel mio Tous ensemble avevo illustrato il sistema « quadripartito » fondata su i Fondi Operai e le Soglie Tobin. ( Ben inteso, il credito pubblico tramite un polo finanziario-bancario giocherebbe un ruolo simile a quello dei Fondi Operai.) Nel momento in cui i Fondi Operai sarebbero controllati a maggioranza dai lavoratori stessi con il mandato specifico di appoggiare le imprese nazionali o semplicemente quelle presenti sul territorio, si vede subito il ruolo positivo che potrebbero assumere nella implementazione di un sistema di regulation economico fondato sulla spartizione del lavoro. Dato che nessuna nazione può vivere a lungo al di sopra delle sue capacità, questa andrebbe giustamente di pari passo con la produttività microeconomica e la competitività macro-economica più grandi possibili per una dato Formazione sociale inserita nell’Economia Mondiale.

Coesione economica e Europa sociale.

A ) Filosofia generale: Europa sociale intesa come necessaria mediazione regionale.

Nella fase attuale della costruzione europea, con o senza costituzionalizzazione, la priorità va al compimento dei cambiamenti iniziati con l’implementazione dell’Euro. Questo richiede la coordinazione delle principali politiche economiche, tenendo conto che i testi giuridici che concernano l’Euro impediscono de facto alla UE la suicide confusione intrattenuta nei Stati-Uniti tra politica monetaria in quanto tale e politiche economiche e sociali. Gestione monetaria e politiche monetariste sono due cose molto diverse. Sottolineiamo che la prima riguarda la gestione degli aggregati monetari tenendo conto, secondo i casi, dell’inflazione, della disinflazione oppure ancora della deflazione, e almeno parzialmente del tasso di scambio. Il tasso di scambio è un potere congiunto. Le seconde riguardano la forma di regulation economica e sociale ritenuta. Va sottolineato che la definizione dell’inflazione e degli aggregati monetari, oggi gestiti in autonomia dalle banche centrali, rileva di leggi nazionali in materia, dunque dal potere democratico eletto.

(Nota di luglio 2018: nel mio Tous ensemble, scritto durante la creazione della BCE, avevo chiesto l’adozione di ratio Cooke nazionali per le banche centrali membri da coordinare al livello della BCE. Fu preferito il « modello » iper-centralizzato del pitre Mundell, con i risultati ormai noti a tutti. Avevo anche chiesto l’adozione di circuit-brakers per bloccare in anticipo i prevedibili attacchi speculativi del Dollaro americano contro la minacciosa nuova moneta di riserva (conta già più del 20 % al livello mondiale …il dollaro anticamente re conto solo per 60 %, mentre oggi la Cina ha già creato un mercato renminbi-petrolio che sarà presto esteso alle materie prime.) Per fortuna questi circuit-brakers furono adottati. L’Euro permise così alla « gauche plurielle » di portare avanti la sua politica sociale – RTT ecc – la più avanzata sin dal programma comune di Mitterrand-Marchais, proteggendola dagli attacchi speculativi come sarebbe stato inevitabile con il Franc. Purtroppo, l’invenzione e la generalizzazione dei CDS sul debito pubblico non fu contrastata. Questi strumenti finanziari speculativi sono una assoluta assurdità visto che la circolazione legale della moneta e del credito è sancita dallo Stato, non al livello privato da una decina di banche primarie speculative e parassitarie. Il rovinosi e continui salvataggi statali non lasciano il minimo dubbio su questo soggetto. Per sfortuna né la Francia di Hollande né l’Italia ha chiesto l’abolizione dei CDS sul debito pubblico e nemmeno quella delle vendite a nudo, esponendosi dunque finalmente ai nuovi attacchi speculativi immaginati con l’aumento dello spread. Per colmo, ancora oggi, nessuno chiede la creazione dei ratio Cooke nazionali!!! Aumenta dunque il debito pubblico ed i squilibri esterni, anche sotto forma del Target II. Il NIIP attuale mostra come l’Italia sia già stata svenduta al capitale speculativo estero. Vedi:  https://en.wikipedia.org/wiki/Net_international_investment_position )

Per ora, questa coesione riposa sui Criteri di Maastricht e sul Patto di stabilità e di crescita. Ma questi sono attualmente fortemente condizionati da un neoliberalismo che inquina tanto i governi di destra (Francia, Italia, ecc.) quanto quelli di sinistra senza risparmiare l’attuale governo tedesco. La questione di fondo va ben oltre quella del rispetto o meno degli impegni anteriori e del potere giuridico di una istanza – la Commissione – sopra un’altra – il Consiglio europeo via l’Ecofin. In realtà, si tratta semplicemente della natura democratica oppure nietzschiana dell’Europa. Questa Europa sarà una istanza sovranazionale borghese, perciò strettamente censitaria, oppure sarà una ricomposizione regionale necessaria della democrazia europea tenendo conto dell’evoluzione dell’economia mondiale? In breve, preme sapere se si tratta della realizzazione dell’Europa del capitale oppure dell’Europa sociale.

La ragione è semplice benché terribilmente occultata dall’inanità della « scienza » economica oggi insegnata nelle nostre università. Si deve pure tenere conto dei presupposti di classe che impregnano tutte le istanze decisionali legate da vicino o da lontano all’Unione europea. Ad esempio, le burocrazie ed istituti di ricerca europei o nazionali, oppure ancora l’OCSE o il FMI. A parte alcuni economisti rinomati che confondano naturalmente l’obbiettività scientifica con la necessità di preservare la loro reputazione, se non il loro standard sociale, nessuno può ignorare che tutte le varianti della « flat-tax » – fiscalità regressiva – possono solo scaturire dalle prescrizioni degne di una scienza economica voodoo, almeno di esigere tagli sistematici nelle spese dello Stato.

Nessuno ignora che questa esigenza neoliberale implica lo smantellamento completo dello Stato sociale, come pure quello dello Stato smithiano classico. In effetti, quest’ultimo prevedeva come una verità d’evidenza l’intervento dello Stato per garantire i compiti che il capitale privato non è in grado assumere da solo – difesa, sicurezza – e, per implicazione, per edificare le condizioni infrastrutturali – urbanesimo, igiene pubblico, trasporto ecc. – necessarie alla crescita del capitale. Si tratta qui di un obbligo giustificato con l’ideologia dell’interesse generale e dell’equità necessaria alla concorrenza – « comunismo del capitale » secondo Marx. Le formi dominati del capitale all’epoca di A. Smith, erano il capitale mercante e il capitale industriale emergente. Questo aspetto pre-keynesianso del capitalismo classico viene oggi liquidato dall’odierno neoliberalismo. Questo conserva solo il finanziamento e la coordinazione statale della difesa – di cui alcuni compiti maggiori potrebbero, secondo Rumsfeld et al., essere devoluti al privato nel futuro prossimo. La stessa cosa vale per lo sviluppo degli apparati di repressione destinati a garantire il quadro sociale della produzione coniugato al carattere rigorosamente privato dell’accumulazione capitalista.

Nell’occorrenza, parlare di « nietzschianismo » per caratterizzare questo « ritorno ascendente » verso la ridistribuzione disuguale e barbara dei redditi e delle ricchezze non è una parola in aria né un slogan esaltato, ma bensì una descrizione obbiettiva della realtà. Questo « ritorno » volontaristico alla disuguaglianza intrinseca tra le classi non cade dal cielo: ha come antecedenti immediati, notabilmente all’interno del Pentagono del secondo dopo-guerra, in seguito al rilancio della Guerra Fredda, un certo numero di studi segreti squisitamente ufficiali – attestati sull’onore da John Galbraith, in particolare il Report from the Iron Mountain.

Questi documenti nutrirono numerosi studi privati che annunciarono la cosiddetta « rivoluzione tecnotronica » e altri « future shocks ». Con il collasso del modello rivale incarnato dalla USSR, la filosofia capitalista nietzschiana contenuta nei documenti originali acquistò una nuova vita. Molto tempo indietro, le élite borghesi avevano concluso che la crescita continua e sistematica della produttività del capitale e del lavoro dovuta all’approfondimento della composizione organica del capitale, libera masse crescenti di forza di lavoro, ponendo così ineluttabilmente una scelta dolorosa al modo di produzione capitalista.

Da una parte, l’accettazione del suo superamento progressivo con la spartizione del lavoro socialmente disponibile e delle ricchezze prodotte, mantenendo una etica e una cultura « democratica » fondata sul lavoro individuale delle cittadine/i, cioè, almeno parzialmente, sulla proprietà individuale legata ai frutti di questo lavoro. Dall’altra parte, la scelta della perpetuazione delle disuguaglianze di classe portata allora necessariamente al loro parossismo con la crescita simultanea della produttività e della disoccupazione strutturale di massa. Tale scelta non mancherebbe indurre l’istituzionalizzazione di misure di repressione permanenti delle cosiddette « classi pericolose ». La verifica ne è oggi fornita dall’impatto liberticidio del Patriot Act americano e dalla sostituzione ovunque della sicurezza armata alla preminenza dei diritti fondamentali delle cittadine/i. Questa regressione viene compiuta in nome di una minaccia « terrorista » mal definita o meglio ancora ideata interamente per avvalorare questa scellerata scelta.

Per quello che riguarda la prima alternativa, senza rifare tutto Beaumarchais, sottolineiamo che la società borghese si impose contro il feudalismo appoggiando la legittimità dei frutti del lavoro contro l’eredita dei privilegi e delle ricchezze. Hamilton nei possedimenti britannici in America del Nord oppure il Directoire in Francia ebbero rapidamente ragione di Thomas Paine, di Jefferson o ancora di Babeuf e di Robespierre. Nondimeno, l’imprenditore borghese, spesso arrampicato ai furgoni dell’Esercito oppure ai suoi « pantalons garance », conserva sempre l’acuta coscienza di essere uno « self-made man ». L’iniziativa individuale del proprietario, del manager o del lavoratore sarebbe rigorosamente identica dal punto di vista « qualitativo » benché molto diversa dal punto di vista « quantitativo » dato il « merito » rispettivo. Questa uguaglianza formale viene abilmente presentata come tale per ragioni di legittimazione delle pretese universalistiche usuali a tutte le classi dominati. Questo rischia di perdurare a lungo, perciò si impone uno ribilanciamento che solo lo Stato può operare.

Il mondo capitalista rimane un mondo alla rovescia: le illusioni relative al « salario » in quanto proprietà individuale provengano dal fatto che il « salario capitalista » rimane individuale malgrado le forme adottate dalla ridistribuzione sociale legata per conto suo all’instaurazione dei programmi sociali e dunque dell’emergenza della « sovrappiù sociale ». Provengano, in oltre, dall’emergenza della gestione « manageriale » che permise al capitalismo durante le Années Folles di mascherare l’indecenza dei profitti dei « proprietari » dei Mezzi di produzione, spesso assenti, dietro i « salari » dei manager, una distinzione oggi singolarmente indebolita dal capitalismo finanziario speculativo sostenuto da « holding private » che coltivano l’opacità come un’arma contro i concorrenti e contro i loro propri azionari.

Per ora, la borghesia occidentale cede alle illusioni del « schumpeterismo alla rovescia » (« alla rovescia » perché Schumpeter era convinto del deperimento inevitabile del modo di produzione capitalista, la « distruzione creativa » essendo essenzialmente vista come un stratagemma per ritardare l’esito fatale.) Questi si illude potere assorbire le stratte crescenti della disoccupazione con la doppia « distruzione creativa » – secondo il suo punto di vista di classe – della proprietà pubblica e degli impieghi permanenti e sindacalizzati implicati. I disoccupati sono allora destinati ai piccoli lavoretti – precarietà e tempo parziale – tramite il « workfare »; o peggio ancora sembrano destinati al confinamento in istituzioni penali o para-penali anche loro già destinate ad essere privatizzate. Le élite europee attuali sembrano anche pensare che questo « schumpeterismo alla rovescia » gli permetterà sostituire i monopoli economici nazionali in vigore nei loro paesi rispettivi con imprese private europee. Queste sarebbero strutturate al livello regionale europeo nella speranza di aumentare il loro peso nell’economia mondiale. Nondimeno questi « campioni » rimarrebbero aperti al capitale straniero dato il « Big Bang » borsistico fondato sull’apertura dei mercati e la disaggregazione funzionale delle istituzioni finanziarie a favore della banca cosiddetta « universale ». Con la conseguenza che, prima o poi, saranno costrette a fare i conti con i grandi fondi mutuali anglo-sassoni.

L’Europa applica oggi le ricette neo-liberali cucinate nei Stati-Uniti sotto Volcker-Reagan, e attualmente perseguite da G. W. Bush, con il fervore del convertito filosemita nietzschiano. Ma l’Europa lo fa con qualche decenni di ritardo proprio mentre le contraddizioni indotte da questa scelta contro-natura accrescano tutti i problemi e tutti i squilibri esterni e domestici ormai familiari agli Americani. Con cognizione di causa, l’Europa cerca di credere alla virtù delle PMI giudicate essere i principali creatori di lavoro. Sappiamo che in media 70 % tra queste non sopravvivono oltre tre anni mentre il resto rappresenta solo una escrescenza instabile delle politiche del indotto generato dalle grandi imprese pubbliche o dalle entità governative diminuite dalla cosiddetta deregolamentazione e dalla privatizzazione, ambedue accelerate dal fenomeno secolare della decentralizzazione/deconcentrazione.

In effetti, l’attuale « crescita economica » va di pari passo con la deindustrializzazione e la delocalizzazione delle imprese americane e con l’incapacità strutturale di creare impieghi veri. Questo dimostra senza dubbio che, nell’assenza di un nuovo corso (New Deal) in materia di ridistribuzione dei poteri e delle ricchezze, il capitalismo speculativo sfrenato attuale è ridiventato il suo proprio peggiore nemico – John M. Keynes metteva in guarda contro i suoi « spiriti animali »; Galbraith sottolineava assieme ai New Dealers più avanzati che i sindacati costituiscono dei « contrappesi » preziosi per disciplinare il capitalismo.

Una volta ancora il capitalismo moderno, del quale i Stati-Uniti sono la punta avanzata, si schianta con forza contro la sua contraddizione intima, cioè la sovrapproduzione accompagnata dal sotto-consumo. Questa contraddizione è eretta in fatalità sistemica dagli epigoni del neoliberalismo che pagano il loro impiego e la loro riputazione con una sovrappiù di « servitù volontaria ». Ben inteso, questa contraddizione non è risolvibile senza cambiamenti nel modo di produzione o almeno senza una nuova regulation appropriata. ( Il miraggio della New Economy fece illusione grazie alla massificazione dei nuovi settori intermedi che sostituirono o si innescarono in parte sopra gli anziani. Oggi, questo effetto no si fa quasi più sentire e deve fare i conti con l’emergenza dei concorrenti asiatici. La crescita netta della massificazione futura dei nuovi settori legati, ad esempio, allo sviluppo delle nanotecnologie sarà senza dubbio inferiore a quello che seguì la massificazione dei prodotti nati dalla rivoluzione informatica e dalle telecomunicazioni.)

In breve, la politica attuale delle élite europee sembra per molti versi irrisoriamente suicida. Scommettono sulla privatizzazione e sulla deregolamentazione per ristrutturare i loro apparati produttivi al livello europeo con la speranza di fare fronte alla « nuova sfida » americana e mondiale: purtroppo, in termini economici, non è affatto certo che questa privatizzazione si faccia al beneficio degli Europei, dato il sostegno di queste élite europee al libero-scambio sfrenato voluto dagli USA, compreso in materia di prodotti agricoli e di beni e servizi. E certo che i neoliberali stanno forgiando ex novo una vera e propria « crisi fiscale dello Stato » tagliando le ricette ricavate dalle imposte dirette necessarie allo Stato moderno, tanto l’Irpef con la crescita dei lavoratori precari ridotti ad un livello minimo, quanto le tasse sui redditi del capitale e delle successioni.

In oltre, le stesse cause producendo gli stessi effetti, la crescita della disoccupazione strutturale, mal riassorbita da un « workfare » in salsa europea, naturalmente destinata a flessibilizzare la forza di lavoro, provocherà delle chiusure identitarie diametralmente opposte al proseguimento armonioso della costruzione europea. (La capacità di un Le Pen a canalizzare una parte del voto « operaio » nel passato costituisce solo la punta dell’iceberg. Con una variazione di dieci o venti per cento secondo il modo di scrutinio, i vari Le Pen si declinano già in tutte le varianti nei paesi membri, in modo che gli Amici della birra polacchi costituiscono quasi una pausa democratica nel grigiore della rappresentatività odierna. I socio-democratici, sopratutto i filo-sionisti tra loro, hanno una responsabilità paragonabile solo dalla timidezza manifestata dai loro predecessori verso il governi di « unione nazionale » – cioè i « patti repubblicani » ugualitari sotto un’altra forma – destinati a ostacolare la crescita del fascismo.

Si capisce allora a che punto possono essere ciecamente patetiche le politiche che cercano imputare al rispetto dei Criteri di Maastricht e del Patto di Stabilità il risultato diretto delle scelte in materia fiscale e di ridistribuzione dei redditi e delle ricchezze. Ben inteso, gli economisti doc, come pure i giornalisti che « pensano » sulla base delle loro magistrali volgarizzazioni mediatiche, potranno facilmente notare la crescita anche se debole del PIL. Lo faranno senza mai tenere conto del paradosso secondo il quale, malgrado un PIL (nominale ) in crescita, la ridistribuzione sociale diventa comunque sempre più disuguale. Con il risultato che questa disuguaglianza rende più acuta la crisi strutturale del capitalismo opponendo frontalmente la sovrapproduzione e il sotto-consumo cronici senza la minima possibilità di risolverla con un spostamento del problema al livello mondiale.

In effetti, lungo da risolvere questa contraddizione, la globalizzazione attuale ha il potenziale di moltiplicarne gli effetti più nefasti. In oltre, al contrario di quello che si vorrebbe fare credere, l’azione globale delle imprese multinazionali non permette né di pensare né di agire localmente. A questo livello gli agenti si ritrovano de facto tanto atomizzati quanto i chandala descritti da Nietzsche, il cui ritorno è auspicato dalle attuali pseudo-élite occidentali – « erede » dirette, come sanno tutti, dell’umanesimo e della democrazia alle pari con quelli che ereditano una fortuna di famiglia che non hanno contribuito a creare! I vantaggi marshalliani legati ai risparmi realizzati grazie alla localizzazione possono eventualmente sostenere un nuovo artigianato, ma sembra dubbioso volere fondare su di essi una politica industriale e meno ancora una reale politica di pieno-impiego!

In riassunto, diciamo che in ogni sistema fondato su un insieme di variabili interdipendenti ma asimmetriche tra loro, il livello di equilibrio sarà raggiunto secondo l’importanza politica attribuita ad una o alcune variabili specifiche. Nel caso che ci concerna qui sappiamo che il salariato capitalista costituisce la prima relazione politica all’interno del MPC. Questo viene confermato dal fatto che gli ideologhi e le vittime del regime continuano a idealizzare, contro ogni apparenza, una concorrenza perfetta tra « fattori di produzione ». Nell’assenza di una razionalizzazione e di una efficienza minime nella gestione delle imprese – produzione – e del governo – riproduzione e commercio estero – sarà sempre possibile, a volte in modo irrisorio se non criminale, pretendere che il livello di equilibrio ottimale non viene raggiunto a causa dei vincoli dovuti alla mancanza di « flessibilità » del « fattore lavoro » – « fattore » ben inteso monetizzato e « disincarnato », il quale, per colmo, esibisce una ingombrante tendenza ad essere « nominalmente rigido al ribasso », secondo il suo grado di sindacalizzazione.

Le reti di protezione sociali dello Stato sociale stabilite come diritti e conquiste popolari costituiscono degli ostacoli eccellenti contro questa flessibilizzazione. La caduta del Blocco dell’Est – « socialismo reale » – rende ormai politicamente pensabile il loro totale smantellamento. Il fatto che delle frazioni sempre più larghe della popolazione cadano nella miseria ritorna ad essere pensabile per la borghesia perché ci vede la cura contro la « pigrizia » inerente alle « classi pericolose », cioè al lavoro alienato, con la sua crescente Armata di riserva. Ci vede pure la possibilità di imporre la « spartizione della miseria » tramite il tempo parziale ed il precariato sostituiti ad una autentica « spartizione del lavoro » socialmente disponibile, operata grazie alla riduzione della durata del lavoro senza perdita di reddito, una scelta giudicata « socialista » e collettivista.

Questa terzo-mondializzazione all’interno dei paesi sviluppati viene ricercata come un fine in se: dopo tutto, il Messico, un paese oggi membro dell’America del Nord grazie al Trattato Nafta, dimostra emblematicamente come i profitti del capitale compradore e quello delle multinazionali possono accrescersi conservando un volante di disoccupazione e di sotto-impiego attorno al 50 % della popolazione attiva, se non di più. Per preservare questo squisito equilibrio, basta avere il coraggio di sacrificare, l’ora venuta, i capitalisti più deboli, la repressione dei lavoratori, e a volta la loro mattanza, facendo naturalmente parte degli usi e costumi celebrati come dei modelli di comportamento democratico, e come tali, vanno potentemente affiancati dai vari Southern Command e dagli altri servizi occidentali!

La grande lezione del New Deal fu di prendere atto che questa terzo-mondializzazione interna urta una soglia fisiologica che annuncia la rovina della forza di lavoro dopo due anni di inattività in media. Ma questa fu una grande lezione presto dimenticata. Questo oblio giustifica la sostituzione degli ammortizzatori sociali con delle istanze caritative, complete con i loro bassi cleri e la loro « mensa dei poveri ». Questo giochetto della distribuzione dell’oppio sociale, era la condizione sine qua non per permettere ai « pitre » che si prestano servilmente a questa regressione di fondare la loro legittimità, mascherandosi in donne di carità ben quotate nel tempio.

Sarebbe meglio stare attenti: la regressione filo-semita nietzschiana è perfettamente concepita dai dirigenti come unico mezzo per risolvere la contraddizione capitalista tra sovrapproduzione e sotto-consumo, modificando le condizioni di esistenza – o meglio di sopravvivenza – materiali ed ideologiche del proletariato. E vero che la flessibilizzazione del lavoro contiene in essa l’equilibrio sempre ristabilito in modo post hoc delle variabili capitaliste secondo una ridistribuzione delle ricchezze sociali sempre più disuguale idonea a ribassare la soglia fisiologica dei mortali comuni, nel momento in cui i più venali si sentono investiti di un divenire specifico di « post-umanità ». Il tempio dei flussi di informazione autorizzata farà sempre la sua parte per sopprimere la coscienza di classe del proletariato. Nonostante, questa rimane l’unico baluardo concreto che si oppone a questa discesa in inferno forzata del proletariato e della civiltà umana, rivista e corretta da grandi o piccoli cleri auto-proclamati. Ben inteso, questi si reclamano del diritto divino nel tentativo di ristabilimento del loro esclusivista impero di casta.

Chi non vede che la creazione dell’Unione Europa, come blocco economico sempre più coerente, come « mercato comune » primo e come « unione monetaria » dopo e, per finire, come « unione politica », ha solo senso in quanto tentativo sovranazionale di ricomporre lo Stato sociale ad un più alto livello per permettere alle nazioni europee membri, grande o piccole che siano, conservare ai loro cittadini il loro confortevole statuto nell’inserzione nell’Economia Mondiale Capitalista?

I Padri dell’integrazione europea – Jean Monnet, Robert Schuman ecc. – e prima di loro quelli dell’integrazione funzionalista (tale Mitrany) avevano concluso unanimemente che l’integrazione economica doveva precedere l’integrazione politica. Questo pensiero proveniva dalla loro comprensione delle catastrofe umane causate dalla guerra moderna, sempre capace di estendere il suo furore distruttivo su scala planetaria. Ma questo non cambia nulla alla valutazione che traevano dei fini ultimi di questo processo graduale. La sinistra, in particolare la sinistra marxista che nutrì il pensiero anti-militarista in nome dell’internazionalismo proletario, non ha niente da rimproverare a questo cammino funzionalista se non il suo carattere di classe che lo rende parziale e, a volta, contraddittorio e aberrante.

(Non si può parlare sul serio dell’indipendenza economica e politica dell’Europa concependo la Nato come una organizzazione imperiale invece di quello che dovrebbe essere, cioè una organizzazione regionale delle Nazioni Unite. In quanto tale, deve rispettare le esigenze della sua Carta e quelle della Carta fondamentale delle Nazioni Unite. Lo deve fare rigorosamente nell’ottica della « sicurezza collettiva » specificata nel « Capitolo 8, Accordi Regionali ». Né può la UE lasciare a questa organizzazione regionale la prima e ultima parola sulla struttura del suo complesso militare-industriale, oppure sulle sue ricadute economiche civili, notabilmente in materia di finanziamento della ricerca e delle sovvenzioni alle imprese sottratte dalle regole della OMC per causa di « sicurezza nazionale » nonostante i trattati di libero-scambio vigenti.)

Dato la sua eredità culturale propria, questa Europa sociale dovrebbe istintivamente sapere che il « fattore lavoro » è una categoria logica, il valore di scambio della quale non può essere deciso unilateralmente dal Padronato in alleanza con lo Stato padrone. Questa Europa sociale dovrebbe ugualmente sapere d’istinto che né il commercio estero né alcun altro « vincolo esterno » può essere concepito come una variabile indipendente dal livello di vita dei lavoratori. La gestione del commercio mondiale potrebbe mirare ad un’apertura negoziata dei mercati con lo scopo di armonizzare i vantaggi comparativi naturali o acquisiti dalle varie parti con il pieno-impiego: « basterebbe » letteralmente sostituire il distruttore Byrd Amendment americano attualmente in vigore con una nuova concezione dell’anti-dumping, modifica da fare sancire dall’OMC conciliando produttività micro e competitività macro – dunque sociale -, cioè il pieno-impiego secondo i vari settori, industrie e filiere che ogni Stato giudicherà utile preservare. Non è tanto la « società aperta mondiale » ad essere in causa ma la forma di classe che si desidera impartirgli. In effetti, con un PIL nazionale – almeno per i paesi sviluppati dell’OCSE – e mondiale in crescita, è chiaro che l’impoverimento di stratte sempre più larghe di lavoratori non rappresenta a fatto una fatalità legata a qualsiasi « leggi economiche » ma, al contrario, il risultato di scelte politiche deliberate da parte del Padronato e dello Stato borghese.

L’argomento della competitività è altrettanto paffuto con sterilità intellettuale. Rappresenta letteralmente un contro-senso: al contrario di quello che predicano i portavoce della borghesia, la competitività dei settori economici o delle nazioni nel loro inseme non dipende in se dall’apertura alla concorrenza mondiale. I settori agricoli e agroalimentari americani ed europei ne testimoniano pienamente. La competitività in se non è niente altro che la produttività sociale legata alla composizione organica del capitale. Esibisce un doppio carattere quantitativo e qualitativo. Questo dipende dalla soddisfazione dei consumatori come pure dal numero di unità del bene o servizio considerato prodotto in una determinata durata di lavoro, secondo le condizioni specifiche individuali – processo di produzione immediato – o sociali – organizzazione della produttività sociale e gestione dei parametri che definiscono la struttura dei prezzi.

In atri termini, la competitività delle nazioni o dei blocchi economici dipende strettamente delle possibilità tecniche – che non sono spontaneamente disponibili in nessuno modo di produzione come dimostrato da Lenin -, e della volontà politica, come pure delle forme di contabilità adottate. Il confronto con i competitori stranieri può ovviamente dare un contributo positivo in materia di avanzo tecnico o di know-how ma, spesso, questo implica una perdita del controllo domestico che si traduce poi con l’espatrio del profitto e con l’indebitamento correlato delle Formazioni sociali considerate.

Ben inteso, questo si traduce ugualmente con la subordinazione del « fattore lavoro » a questa competizione economica sprovvista di ogni finalità sociale altra che la crescita dei profitti privati. Si spera in questo modo, come notato ironicamente da John Galbraith, potere « nutrire gli uccelli nutrendo i cavalli » (il cosiddetto « trickle down effect ».) Come da me dimostrato nel capitolo relativo al « socialismo cubano » nel mio Pour Marx, contre le nihilisme, liberamente accessibile nella sezione Livres-Books di www.la-commune-paraclet.com, il modo di produzione socialista – oppure l’epoca di ridistribuzione del capitalismo avanzato corrispondente al keneysianesimo – è per parte sua capace di conciliare crescita sistemica della produttività individuale e nazionale – o regionale – e, nel stesso tempo, essere capace di negoziare a livello internazionale il grado di esposizione/competizione settorialmente necessario ad una crescita continua dello standard di vita dei lavoratori e della società intera. Immaginarsi poi senza blocus!

Le doti naturali delle nazioni impediscono de facto l’autocrazia. La spartizione della sovrappiù individuale ne uscirà chiaramente influenzata, mentre in una formazione sociale ben gestita e pianificata democraticamente con buon senso, ogni diminuzione della parte relativa dovuta individualmente al possessore dei Mezzi di produzione – capitalista, cooperativa o Stato – risulterebbe grandemente compensata dal sostegno e dal sviluppo della produttività collettiva – cioè della sovrappiù sociale. Si osserva facilmente che gli USA sprecano da 15 a 16 % del PIL per un scarso sistema di sanità in maggiore parte sotto controllo del settore privato, mentre l’Europa provvede in modo pubblico al mantenimento ed alla riproduzione della forza di lavoro attiva e inattiva spendendo solamente attorno a 9 % del PIL. In ultima istanza, la competitività dipende dalle Formazioni sociali popolate da Esseri umani che sono anche dei cittadini e che, di conseguenza, non si considerano come dei semplici fattori di produzione o altri Golem, sottoposti a corvée. Tra Essere umani, tra cittadini, è sempre possibile concepire la compatibilità tra interessi individuali e interesse nazionale all’interno di un contratto liberamente e coscientemente adattato alle circostanze storiche. Tra « fattori di produzione » può solo prevalere le pseudo-leggi naturali che operano sulla base di una gerarchia disumanizzante, abilmente mascherata ma che nondimeno detta tutte le regole del gioco.

Perciò preme porre chiaramente la questione seguente: A cosa servirebbe fare l’Europa se l’insieme delle variabili determinanti del capitalismo è unilateralmente globalizzato, senza mediazioni regionali possibili, per l’unico profitto del Capitale transnazionale? La Commissione ed il Consiglio europeo possono benissimo concepirsi come delle istanze sovranazionali destinate ad imporre la globalizzazione ai popoli europei aldilà di ogni controllo e di ogni sanzione democratica, ma ovviamente non è questo il loro mandato né il loro ruolo. L’esempio dei paesi europei più avanzati dimostra senza dubbio che la competitività della forza di lavoro è tanto forte quanto è forte la socializzazione degli elementi necessari alla sua riproduzione – educazione, salute, ammortizzatori sociali e pensioni, alloggio, trasporto ecc.

La Francia di M. Jospin ha ugualmente fatto la prova inconfutabile che la crescita della base fiscale dello Stato, come pure il rendimento delle tasse sono molto più compatibili con una regulation economica compiuta sulla base della « spartizione del lavoro » che sull’amministrazione delle medicine fiscali da cavallo ordinate dal neoliberalismo monetarista. Questo spiega senza equivochi la ragione per la quale il capitalismo americano cerca ogni possibile mezzo per distruggere preventivamente, e su scala mondiale, lo Stato sociale. Lo considera fondamentalmente incapace di preservare lo statuto privilegiato del quale godeva nell’immediato dopo-guerra quando concentrava più di uno terzo delle ricchezze mondiali e la maggiore parte delle riserve in oro del Pianeta, oltre ad una struttura industriale uscita indenne dai conflitti armati. Per ora, il capitalismo americano non sembra più avere le risorse morali oppure il coraggio politico necessario per togliere di mezzo gli ostacoli all’accumulazione del capitale con il ricorso ad una grande ridistribuzione interna delle ricchezze – dopo tutto, il consumo dei focolari rappresenta attorno a 70 % della domanda effettiva nelle società avanzate come i Stati Uniti. Ecco perché, oggi a questo nuovo « ritorno » programmato della barbarie deve rispondere la determinazione e la forza implacabile della resistenza del proletariato, di nuovo cosciente delle sue proprie rivendicazioni di classe.

B ) Parametri economici generali.

 

Commenti disabilitati su IMMIGRATION: A EUROPEAN MARSHALL PLAN FOR INTEGRATION AND DEVELOPMENT IS URGENTLY NEEDED. June 17, 2018.

Table of content:

Introduction

Essential facts vs. manipulated perceptions

The Law of the Sea, the SAR Convention, Human Rights and Art. 79 – ex Art. 63 – of TFEU

Conclusion: a reinforced and enlarged Frontex is definitively not the answer.

Introduction

We all know that millions of persons are and will be displaced and forced to immigrate. Since 2007 Italy itself has lost about 5 million citizens and residents. These massive population flows can perhaps be slowed down but in the end they are unstoppable. Whenever a phenomenon is inevitable it must be transformed into an opportunity.

Facts must also be re-established away from any demagoguery. Inciting war among the poor is not proper for leaders worthy of their institutional responsibilities. Mutatis mutandis population growth induces GDP growth. In Italy we are now witnessing a tragic demographic collapse, one that can only be reversed with recourse to energetic birth and integration policies.

Essential facts vs manipulated perceptions

Let us start with some data as of January 1st , 2018:

In Italy : « the mortality rate increases dramatically (647.000 persons, 5.1% more than the year before) while births fell at an historical low (464.000, that is to say 2 % less). This negative balance amounts to 183.000 less inhabitants. » (1)

Meanwhile, some 153 000 migrants fled from Italy, 112 000 Italians among them. Arrivals from other countries reached 337 000, the highest score in the last 5 years; among these were 45 000 Italians coming back. (idem) Working conditions being poor everywhere, immigration can no longer play the role of the main socio-economic adjustment variable for our country.

According to INPS, the public pension plan: « Closing the doors to immigration? Boeri: ‘’It would cost us 38 billions’’» (2)

Jokes aside, our country really needs strong socio-economic policies aimed at the integration of more immigrants, including our own citizens who are now forced to flee from Italy by the very same politicians who wash profusely and demagogically about security and immigration.

Birth policies should be compatible with women’s rights. This implies an authentic national division of socially available work among all citizens capable of working so that the individual work-week will be shorter with the same initial paycheck but with increased social contributions – differed salary – levied on the gross paycheck. It also implies a universal and public kindergarten policy backed up by the socialization of many other domestic tasks.

With its induced social and cultural métissage immigration represents an added collective wealth. Thus one can easily think of an integration and development policy just by imagining the city of Riace being able to tap into real and substantial national and European dedicated funds. The expansion and consolidation of the current European funds destined to the immigration sector into a big European Fund for Integration and Development is urgently needed. This Fund should supplement the existing structural funds. This will induce socio-economic development, especially if priority would be given to reverse current regional and social disparity within the EU, thus arresting and counter-acting the present depopulation process. Additionally this would modify the perceptions of the mass of citizens, in particular within peripheral areas, both in the South and in the North of Europe.

The creation of this Fund offers an alternative that is not yet perverted by a regressive security motivation. It is the only positive mode available to simultaneously respect basic Human Rights as well as the crucial principle of free circulation within the borders of the EU. This could be achieved without inducing unmanageable immigrant concentrations in the wealthiest European regions.

The EU should also establish two priorities: first, the ending of colonialism and second the incrementation of the funds destined to international aid. The level of the latter should reach the threshold of 0.7 % of GDP that had been decided upon years ago but never reached. The main flows of migrants in the Mediterranean Sea originate in African countries and transit through Libya. Those who travel along the Eastern European routes, now mainly absorbed by Turkey, are increased by the over 5-million Syrians forced to flee their country due to a criminal warmongering regime change failed attempt.  We should underline the fact that the World-wide majority of migrants and refugees is currently accommodated by the emerging and under-developed countries – the so-called South. This is done with the help of UNCHR backed up by various ONG. For years now the UNHCR has denounced the tragic lack of funds.

Lest us start with a plain question: Is it true that Italy is left alone to manage the immigration phenomenon?  Leaving apart any demagogic manipulation, there exists no immigration emergency whatsoever in Italy aside from the massive flight outside Italy by residents of both genders that still can afford it. I have already dealt with this issue in June-August 2015 in an essay entitled « L’Italia alle prese con le migrazioni moderne » (3)

Here is a fact-grounded answer:

« Is there a real immigration emergency in Italy? Alberto Negri: “Malta presently receives 7.948 migrants who represent 18.3 over a thousand. France receives 304.000, 4 over a thousand. Austria 93.000, that is 10 over a thousand. Germany 669.5000, namely 8.1 over a thousand. Greece receives 21.500, that is 2 over a thousand. Italy receives 147.000 migrants or 2.4 over a thousand. These are the numbers. The rest is propaganda. Let us say that Italy’s reception policies are disorganised at best and that is the real Achilles’ heel of the country » (4)

According to the World Immigration Organization (5) the first arrivals in Europe up to June 10, 2018 were:

« 44.570 arrivals in Europe 2018. 35.455 by sea. 792 dead or missing – Mediterranean Sea.

For 2017:

186.768 arrivals in Europe.

3.116 dead or missing – Mediterranean Sea

For 2016

390.432 arrivals in Europe

5.143 dead or missing – Mediterranean Sea »

The same source provides the respective number of arrivals from 2015 to June 9, 2018:

Spain: 71,347 – Total 2018: 11 792 – 9 315 by sea

Italy: 468 977 – Total 2018: 14 330 all by sea. Annual average for 2015/17: 151 549.

Greece: 1 087 204 – Total 2018: 17 883 – 11 763 by sea »

The cost of sending back an immigrant amounts to at least 4000 Euros and would concern a person who is likely to come back as soon as s/he can. Such returns are not automatic either because most migrants have no valid documents and because it is difficult to return an immigrant without the prior agreement of the eventual host country. Forceful returns are thus a costly policy and one that is lost even before it starts.

Even taking into account the fact that the first semester is not favorable to such sea crossings and the added fact that, under pressure from Italy, Libya is now managing a huge maritime SAR Zone, these numbers are far from indicating an out-of-control emergency, one that could not be faced with ordinary means as before. Adding to this diagnostic, one must note that the reputation of the Search and Rescue operations conducted by Libyans is not great. Remains the fact that this constructed security drive has caused the drastic and counter-productive diminution of the ONG activities, which means that the number of dead and missing is certainly highly under-estimated. (6)

The Law of the Sea, the SAR Convention, Human Rights and Art. 79 – ex Art. 63 – of TFEU

Among the oldest human customs that are synonymous with civilization are found three sacred duties which are well-rooted on both shores of the Mediterranean Sea: hospitality, lending help to persons at risk, a principle naturally extended to the maritime domain, and the safety of ambassadors. Modern natural law, anticipated by our great Giambattista Vico’s  « diritto delle genti », was codified in the universal individual and social fundamental rights as well as in modern international treaties.

According to the Law of the Sea (7) the ship nearest to a shipwreck has the duty to change its course in order to rescue the victims and bring them to the closest and most secure port. The key term here is « closest »; the reason is obvious because before the emergence of the modern massive population flows, merchant ships were mainly involved. The question of cost did emerge but in my opinion this should be taken care of by public insurance companies. It would be greatly more affordable. Obviously, the migrants saved either on land or at sea cannot be landed in a country that does not respect fundamental rights and which would therefore be susceptible to endanger their life and their political freedom. Article 10 of our Constitution enshrines the asylum right. Recently the French Conseil d’Etat has courageously reaffirmed the right to political asylum in France. (8)

With respect to the shameful Italian treatment inflicted upon the « Aquarius », Prof. Paleologo of Palermo remarked that the patrol boats which brought the shipwrecked victims on board were flying the Italian flag and are thus considered « Italian territory ». He also noted that Article 19 of the Testo Unico sull’Immigrazione (http://www.altalex.com/documents/codici-altalex/2014/04/09/testo-unico-sull-immigrazione ) forbids any forceful collective return, particularly when dealing with pregnant women, children or persons with an Italian parent. In such cases, the matter falls within the precinct of the European Court and of the International Court of Justice at the Hague. In some cases, it might even concern the Penal Court of Justice located in … Rome.

The case of the « Aquarius » is emblematic because it summarizes all the aspects of search and rescue missions at sea. It initiated with a far from honorable diatribe with Malta. To understand the issue, one must take a look at the so-called SAR Zones. (9) The Convention on Search and Rescue – SAR – dates back to 1979. It provided for maritime zones in the Mediterranean Sea placed under the responsibility of a specific State. However, it did so without modifying the duties derived from the Law of the Sea or from Human Rights. Inheriting a SAR Zone deemed to overwhelm its operational capacities, Malta did not sign in on all the articles of the SAR. Furthermore, Italian and Maltese SAR Zones do overlap.  Malta took pretext of this to refuse permission to the « Aquarius » to dock at La Valletta. It argued that the Search and Rescue operation had been coordinated by the Italian Coastal Guard.

It is true that Malta hosts proportionally more migrants than Italy, but it is equally true that the concept of « safe port » was here used in a distorted fashion. This is a direct result of the failed European reallocation of refugees already present within the EU borders. One must underline the fact that even if it had worked, this reallocation would have concerned a tiny fraction of the migrant phenomenon. (10)

Lately a huge SAR Zone was established by Libya. This happened in a context in which this country is victim of the most complete anarchy and has a deplorable reputation for its Search and Rescue operations at sea. In effect, all the ONG involved testify to the fact that migrants prefer to throw themselves to the sea rather than be rescued from the Libyan Costal Guard. The honor of the Libyan and of European peoples forces us to add that backdoors negotiations with Libyans are not foreign to this poorly « dissuasive » behavior. There has been talks of occult financing to the tribes …

It would seem, even if unconsciously (?), that the creation of Frontex – that is to say the regressive choice to militarize the immigration issue and to grotesquely attempt to build a maritime Maginot Line in the Mediterranean Sea – has aggravated this drifting along that regressive choice. Similarly, it is illegitimate to abuse the principle of « innocent passage » in the territorial sea in order to criminalise the ONG and the other actors from civil society which are now active on the immigration front. If some individuals are suspected to manipulate mass immigration to destabilise specific countries or blocs of countries, the solution lies in a national and European law that would forbid the implicated ONG to dock on Italian shores when they are effectively financed by these individuals, their foundations or other like them. In any case, without the principled repudiation of neo-colonialism with its warmongering regime change and without the return to the full independence of Libya – and, for that matter, of Syria –, there does not exist the slightest hope to contain and to stabilise migration flows within Europe’s borders. It would help initiating new and serious negotiations to clarify all these concepts and specific responsibilities, taking due account of the long-term saliency of the mass immigration phenomenon.

Aside from these international considerations was also brought to light a damaging and in part electoralist confusion within the newly formed Italian government. In effect, the Coastal Guard and the Port Authorities fall under the Ministry of Infrastructures and Transport. The sad reality is that our country cannot afford the luxury to act in a disorderly and ad hoc fashion in such a serious dossier. On the contrary, it should avoid media hype and concentrate on a vast diplomatic offensive to arrive at a really viable European immigration policy.

It should be underlined that one of the major and most progressive conquests of the European integration process, one built from the bottom up, is embodied in Article 79 of the Consolidated Treaty of Functioning of the EU (TFEU). Recent agreements like the now de facto defunct Dublin Treaty have always seemed ultra-vires to me. This is because unless specifically specified, current treaties cannot contradict previous ones, especially not on such fundamental issues like freedom of circulation within the EU borders.

We can safely contend that without Article 79, immigration, which is by definition a transborder phenomenon, would not have been established as a joint power in the EU. The EU has nothing to do with the doctrine of « preventive war », one that is illegal and criminal by definition,  and Italy even less given the Article 11 of its Constitution which repudiates war as a mean of resolving conflict (aside from self-defence on its national territory in accordance with the UN Charter.)  The current regressive all-out security choice causes a pernicious and purely nationalist/chauvinistic trend, which in turns leads to dangerous restrictions of basic freedoms, for instance freedom of circulation. Thus the Schengen Treaty became the object of too many restrictions over and above what could have been explained advocating exceptional and by definition transitory measures. I tried to explain elsewhere that this trend to abuse the security issue, in order to militarize civil and democratic life, is not at all innocent. (12)

The already de facto failed attempt to negotiate a repartition of refugees who have been granted asylum within the EU has always seemed to me a losing and inadequate strategy. Accepted refugees are but a tiny part of the overall immigration issue. In any case, it is one that would be detrimental to Italy although this is not always understood by our political leaders. The same could be said of the anti-human rights and of the demagogical rhetoric, which equally displays a poor understanding of the real costs involved. This is particularly true for the unbelievable calls to have closed migrant reception centers. (13)

In Italy, these migrant reception centers are already overcrowded due to unacceptable public neglect. Their management is often in the hands of the mafias or of otherwise corrupt hands. This is mainly due to the often private nature of these centers, a reality that has already brought the unanimous condemnation of our country as well as that of the Public Prosecutor, judge Gratteri. (14) The criminalization – Bossi-Fini/Minniti laws and decrees – of the migrants and of the Roms, leads to an unhelpful and counter-productive over-crowding of Italian jails, a tragic situation which already triggered the European condemnation of Italy for torture and for the inhuman treatment of detainees.

It remains that were the other European partners of Italy successful in encouraging this regressive choice in the mind of our leaders, freedom of circulation within European borders would be strictly regimented while hotspots would be imposed on border-countries with one and only one mission, namely to register first arrivals and returning them to the registration point whenever they are caught crossing an internal European border! This happens already at Ventimiglia and on the Brenner pass and elsewhere, and it is susceptible to create a gross injustice which will inevitably foster a very serious and multifaceted problem. European integration, particularly that which strive for the slow but coherent construction of a Social Europe based on a confederation of member National States, would be the first victim.

Conclusion: a reinforced and enlarged Frontex is definitively not the answer.

The same criticism applies for the various proposals which purport to confront the current immigration phenomenon with a massive enlargement of Frontex. « The actual plan provides that the Frontex staff be increased from 1.500 to 10.000 men within 2027. » (15) Such an increase would constitute a further proof to the underlying barbarous trend embarked upon by the blind current EU leadership with its all-out militarised security choice, one which is, in fact, squarely aimed at the European peoples themselves. In such conditions, in 2027 just like today, none of the problems revealed by the tragic and lamentable treatment of the « Aquarius », has any chance to be solved. But the cost for the public purse would be considerable. Italy being one of the main European countries will have to participate at least proportionally to its GDP. And this just to badly carry out what our Coastal Guard with the help of few ONG were doing fine up to now. ONG are financed by citizens’ donations. It is true that such donations are in part deductable from income tax but then the burden is shared internationally by the fortunately growing international civil society. A global democratic world cannot abstract from this trend.

Despite the incomprehensible illusion of some politicians, this regressive militarization trend is in effect antithetical to the best interest of our and other border European States. The most serious result induced by it would actually concretise itself in the context of a proposed though largely inacceptable reform of the current EU Budget. The neoliberal monetarist Eurocrates simply propose further cuts in an already dismantled PAC in order to finance the unneeded enlargement of Frontex! This is serious enough even without having to mention the cost of the immigration Accord negotiated with Turkey … (16)

These funds would be much more useful if they were destined to the creation of the new Integration and Development Fund which I have been requesting since at least 2015. This seems to be the unique method to arrive at an equitable reallocation of the migrants’ flows within member States, without infringing upon the cherished freedom of movement. It would offer the added promise to induce real socio-economic and cultural development within the member States without having to transform them into ersatz of the accord imposed on Turkey.

But in this case, it would go without saying that the priority of priorities for Italy consists in cleaning up its own act in the management of this dossier. In particular, migrant reception centers and accompanying programs must quickly be brought under rigorous public control and be subjected to regular and strict auditing. If only because as was demonstrated yesterday by Badolato and today by Riace, in this case even the existing funds would do.

Paul De Marco

June 17, 2018, translated on June 19, 2018. San Giovanni in Fiore (CS), a city founded by Joachim of Fiore « the Calabrian endowed with a prophetic spirit » which knew how to use asylum right to foster growth even though it is a mountainous city located at more than 1000 m. above the level of the sea. (17)

Notes:

1 ) « Cala la popolazione e sale la mortalità. Ma non è un caso… » di Redazione Contropiano http://contropiano.org/news/politica-news/2018/02/08/cala-la-popolazione-sale-la-mortalita-non-un-caso-0100621

2 ) « Porte chiuse agli immigrati? Boeri: “Ci costerebbe 38 miliardi”» Rapporto Inps: senza i lavoratori dall’estero in 22 anni si avrebbero 35 miliardi in meno di uscite, ma anche 73 in meno di entrate. Il presidente: “Si completino le riforme del lavoro e della previdenza: serve un reddito minimo d’inclusione, un salario minimo e il ricongiungimento gratuito dei contributi”. Una proposta: “L’Inps eroga 440 prestazioni, solo 150 sono di natura pensionistica: lo si chiami Istituto della Protezione sociale”. L’abuso della Cig: per il 20% delle imprese dura cinque anni o più, di ROSARIA AMATO 04 luglio 2017 http://www.repubblica.it/economia/2017/07/04/news/porte_chiuse_agli_immigrati_boeri_ci_costerebbe_38_miliardi_-169891511/

3 ) See http://rivincitasociale.altervista.org/litalia-alle-prese-con-le-migrazioni-moderne/ . The table of content is reproduced below.

4 ) Una nave apre lo squarcio sul mondo che ci attende, di Alessandro Bianchi* http://contropiano.org/news/politica-news/2018/06/13/104902-0104902

5 ) http://migration.iom.int/europe/

6 ) « According to some sources, in 2016 the ONG were responsible for around 40 % of all rescue operations. The rest was taken care of by the Italian navy, by the European agency Frontex and by merchant ships forced to modify their routes to search and rescue according to the law of the sea » (translation mine ) in « En Méditerranée, les opérations de sauvetage des ONG de plus en plus compliquées », A l’été 2017, une douzaine de navires intervenaient au large de l’Italie. Ils ne sont plus que trois. Les premiers migrants recueillis par l’« Aquarius » sont arrivés en Espagne, dimanche à l’aube, LE MONDE | 15.06.2018 à 18h12 • Mis à jour le 17.06.2018 à 06h57 | Par Charlotte Chabas et Caroline Vinet https://www.lemonde.fr/international/article/2018/06/15/en-mediterranee-les-operations-de-sauvetage-des-ong-de-plus-en-plus-compliquees_5315946_3210.html

7 ) Vedi: Aquarius, l’esperto: “Illegale il respingimento collettivo di donne incinte e bambini, l’Italia rischia”, (afp), Fulvio Vassallo Paleologo, giurista e professore di Diritto dell’asilo all’Università di Palermo: “E’ come si si trovassero su suolo italiano, violato l’articolo 19 del Testo unico sull’immigrazione. Potrebbe intervenire la Corte europea dei diritti umani”. E ci sono anche le “responsabilità penali internazionali” paventate dalla ministra spagnola Delgado, di FABIO TONACCI 14 giugno 2018 http://www.repubblica.it/cronaca/2018/06/14/news/migranti_respingimenti-198966855/?ref=RHPPLF-BH-I0-C8-P2-S2.4-T1 .

See aslo:

United Nations Convention on the Law of the Sea (UNCLOS) http://www.admiraltylawguide.com/conven/unclostable.html

Testo unico sull’immigrazione http://www.meltingpot.org/Testo-unico-sull-immigrazione-e-recenti-modifiche.html#.WyI_fWD2bIV )

8 ) « La réforme du droit d’asile voulue par l’Europe jugée inconstitutionnelle par le Conseil d’Etat », Une note, que « Le Monde » s’est procurée, rejette le renvoi des demandeurs d’asile vers des « pays tiers sûrs » sans examen de leur dossier, LE MONDE | 13.06.2018 à 06h16 • Mis à jour le 13.06.2018 à 11h00 | Par Maryline Baumard https://www.lemonde.fr/international/article/2018/06/13/pour-le-conseil-d-etat-les-pays-tiers-surs-voulus-par-l-europe-pour-stopper-les-migrants-sont-inconstitutionnels_5313885_3210.html . Let us hope that the French courts will likewise intervene to declare ultra vires all the laws aimed at criminalizing the persons who come to the rescue of persons in distress, including immigrants.

9 ) For SAR Zones see : http://www.fondazionemichelagnoli.it/files/Leanza-Caffio_RM.pdf . See also the map provided in this article: http://www.repubblica.it/cronaca/2018/06/12/news/aquarius_sos_mediterrane_e_i_migranti_saranno_portati_a_valencia_da_navi_italiane-198786734/?ref=RHPPTP-BH-I0-C12-P2-S1.8-T1#gallery-slider=198771703

10 ) See the graphs in « I numeri Ue inchiodano Merkel e Macron: da Francia e Germania respinti 35mila migranti », Giuliano Balestreri Matteo Zorzoli https://it.businessinsider.com/numeri-ue-macron-merkel-35mila-migranti/  e in « Due numeri – ufficiali – sull’accoglienza »,  di Potere al Popolo http://contropiano.org/altro/2018/06/17/due-numeri-ufficiali-sullaccoglienza-0105051

11 ) « Comunali trash. Si sgonfia la bolla grillina, bucata dall’abbraccio con la Lega », di Redazione Contropiano http://contropiano.org/altro/2018/06/11/comunali-trash-si-sgonfia-la-bolla-grillina-bucata-dallabbraccio-con-la-lega-0104856 . Vedi pure: « Risultati elezioni comunali: avanzata del centrodestra a guida Lega, il M5s soffre. Centrosinistra bene a Brescia, ma perde Terni » http://www.repubblica.it/politica/2018/06/10/news/risultati_elezioni_comunali_pisa_siena_ancona_catania_avellino_brindisi_brescia_imola_viterbo-198687343/?ref=RHPPLF-BH-I0-C8-P2-S1.8-T1

12 ) Vedi http://rivincitasociale.altervista.org/ne-sagit-pas-uniquement-dal-qudsjerusalem-et-de-la-palestine-mais-bien-degalite-humaine-et-de-democratie-5-decembre-2017/ . For the english vertion see: http://rivincitasociale.altervista.org/it-is-not-only-about-al-qudsjerusalem-and-palestine-but-about-human-equality-and-democracy-december-5-2017/ Vedi pure: http://rivincitasociale.altervista.org/la-palestinisation-de-la-france/

13 ) « Migranti, Salvini: “Basta immigrati a spasso, i Centri saranno chiusi”», Un Centro di accoglienza migranti, Il ministro dell’Interno torna ad annunciare più espulsioni. Pronto un provvedimento per garantire ‘spiagge sicure’ in vista dell’estate, 06 giugno 2018 http://www.repubblica.it/politica/2018/06/06/news/salvini_basta_migranti_a_spasso_i_centri_saranno_chiusi-198351830/?ref=RHPPLF-BH-I0-C8-P1-S1.8-T2

14 ) « “Cibo per maiali ai migranti”. L’inchiesta choc sull’accoglienza al Cara Sant’Anna », Gratteri condanna i clan: “Sfruttano i bisogni dei disperati”. E sul parroco: “Centinaia di migliaia euro per l’assistenza spirituale”, Sergio Rame – Lun, 15/05/2017 – 17:09 http://www.ilgiornale.it/news/cronache/cibo-maiali-ai-migranti-linchiesta-choc-sullaccoglienza-cara-1397437.html (Prosecutor Gratteri was denouncing here the fact that the food served in the reception center was not even good to feed pigs! )

15) Vedi « L’austriaco Kurz invoca un “asse Roma-Vienna-Berlino” sui migranti », di Thomas Schnee – Mediapart , http://contropiano.org/news/internazionale-news/2018/06/16/laustriaco-kurz-invoca-un-asse-roma-vienna-berlino-sui-migranti-0105008

16 ) These accords cost 6 billion euros, see the synthesis here : http://www.stranieriinitalia.it/attualita/attualita/attualita-sp-754/ue-turchia-si-all-accordo-migranti-irregolari-riportati-indietro.html . Unfortunately, the repartition of the cost among member countries is not provided.

17 ) See the pertinent articles in the section « Italia » of my old site www.la-commune-paraclet.com in particular the one entitled « Brevi appunti su Gioacchino da Fiore pitagorico »

XXX

« L’Italia alle prese con le migrazioni moderne » in http://rivincitasociale.altervista.org/litalia-alle-prese-con-le-migrazioni-moderne/

(Sul soggetto vedi pure The Migrants Files http://www.themigrantsfiles.com/ )

 Indice

1) Flussi di popolazioni e rifugiati

2) Migranti in Europa e in Italia

3) Migranti europei nella EU ed i « Roms »

4) Quadro legale nella UE.

5) Accoglienza, prigioni e sfruttamento degli migranti

6) Fondi europei esistenti ed il Fondo europeo per l’integrazione e lo sviluppo da creare.

7) Epilogo 10 agosto (EU, Papa Francesco e le cavolate grilline e leghiste)

Commenti disabilitati su IMMIGRAZIONE: CREARE UNO PIANO MARSHALL EUROPEO PER L’INTEGRAZIONE E LO SVILUPPO. 17 giugno 2018

Indice

Introduzione

Dati essenziali versus percezioni strumentalizzate

Diritto del Mare, Convezione SAR, diritti umani e Art. 79 – ex Art. 63 – del TFUE

Conclusione: l’ampliamento di Frontex non serve.

Introduzione

Sappiamo che milioni di persone nel mondo sono e saranno costretti ad immigrare. Sin dal 2007 anche l’Italia ha perso attorno a 5 milioni dei sui cittadini e residenti. Questi flussi massicci di popolazione possono essere rallentati ma alla fine sono inarrestabili. Quando un fenomeno è inevitabile conviene trasformare il problema in opportunità.

Preme anche ristabilire i fatti e ripudiare ogni demagogia. Fomentare la guerra tra poveri non è degno di dirigenti degni delle loro responsabilità istituzionali. Mutatis mutandis, il PIL cresce con l’aumento della popolazione. In Italia è iniziato un tragico calo demografico che può solo essere colmato con il ricorso ad energiche politiche per la natalità e di integrazione degli immigranti.

Dati essenziali versus percezioni strumentalizzate

Ecco alcuni dati al 1 gennaio 2018:

In Italia: « aumenta considerevolmente la mortalità (647.000 persone, il 5,1% in più) mentre calano al minimo storico le nascite (appena 464.000, il 2% in meno). Questo dà un saldo naturale negativo pari a 183.000 abitanti in meno. » (1)

Furono 153 000 i migrati in fuga dall’Italia tra i quali 112 000 Italiani. Gli ingressi dall’estero ammontarono a 337 000, il numero più alto del quinquennio, tra questi 45 000 Italiani ritornati in Italia. (idem) Le condizioni lavorative essendo degradate ovunque, l’immigrazione non può più essere la principale variabile di aggiustamento socio-economica per l’Italia.

Secondo l’Inps « Porte chiuse agli immigrati? Boeri: “Ci costerebbe 38 miliardi”» (2)

Scherzi a parte, al nostro Paese servirebbero politiche socio-economiche adatte per attirare più migranti inclusi i nostri concittadini oggi costretti a fuggire fuori d’Italia proprio da quelli che fanno demagogia sulla sicurezza e l’immigrazione.

Le politiche per la natalità devono essere compatibili con i diritti delle donne. Questo implica una autentica politica di spartizione nazionale del lavoro – lavorare tutte/i, lavorare meno a parità iniziale di salario ma con contributi sociali riabilitati. Implica pure uno sistema pubblico di asili nidi. La politica di integrazione e di sviluppo socio-economico e culturale – l’immigrazione rappresenta una ricchezza aggiuntiva – può essere facilmente concepita immaginando Riace capace di attingere a veri ed ingenti fondi europei e nazionali. Necessita d’urgenza la consolidazione e l’espansione dei fondi europei destinati al settore immigrazione in uno grande Fondo Europeo per l’Integrazione e lo Sviluppo. Questo Fondo dovrebbe complementare gli altri fondi strutturali. In questo modo si creerebbe sviluppo, in priorità nelle zone europee oggi svantaggiate ed in processo di spopolamento, cambiando nel medesimo tempo le percezioni delle masse delle cittadine/i, in particolare nelle zone periferiche del Sud e del Nord.

La creazione di questo Fondo sembra l’unico modo positivo, privo di derive sicuritarie, per rispettare, assieme ai diritti umani più basici, il principio cardine della libera di circolazione all’interno delle frontiere della UE senza provocare ingestibili concentrazioni di migranti nelle aree più ricche.

La UE deve pure darsi come priorità la fine delle politiche colonialiste e l’aumento dei fondi destinati all’aiuto internazionale il quale livello dovrebbe raggiungere la soglia del 0,7% del PIL fissata anni fa ma mai raggiunta. La massa dei migranti nel Mediterraneo proviene dai paesi africani e transita dalla Libia mentre quella che transita nelle rotte dell’Europa dell’Est, per altro in gran parte assorbita dalla Turchia, viene alimentata dagli oltre 5 milioni di Siriani in fuga per causa di un criminale tentativo di regime change. Va ricordato che la grandissima parte dei rifugiati e profughi nel mondo sono accolto nei paesi del Sud con l’aiuto della UNHCR appoggiata da varie ONG. Già da qualche anni la UNHCR allerta sul fatto che non ha abbastanza fondi per fare fronte alla situazione.

Cominciamo con la questione : E vero che l’Italia fu lasciata sola di fronte al fenomeno migratore? Fuori strumentalizzazione demagogica non esiste nessuna emergenza migratoria in Italia a parte la fuga fuori dal nostro Paese da quelle e quelli che possono ancora permetterselo. Ho già trattato tutto questo dossier nel mio articolo del giungo-agosto 2015, intitolato « L’Italia alle prese con le migrazioni moderne » (3)

Ecco una risposta obbiettiva:

« In Italia esiste davvero un’emergenza “immigrazione”?
Alberto Negri
: Malta attualmente accoglie 7.948 profughi, che in rapporto alla popolazione fanno 18,3 ogni mille abitanti. La Francia ne accoglie 304.500, 4 ogni mille abitanti. L’Austria 93mila, 10 ogni 1000 abitanti. La Germania 669.500, 8,1 ogni mille abitanti. La Grecia ne accoglie 21.500, 2 ogni 1.000 abitanti.
L’Italia, accoglie 147.300 profughi, 2,4 ogni mille abitanti. Questi i numeri, tutto il resto è propaganda. Diciamo che siamo molto disorganizzati nell’accoglienza, il vero tallone d’Achille dell’Italia. »
(4)

Secondo i numeri della Organizzazione Mondiale per l’Immigrazione (5) i primi arrivi in Europa fine al 10 giugno sono di:

« 44,570 arrivi in EUROPE 2018. 35,455 via mare. (Aggiornamento al 10 giugno 2018) : 792 morti/dispersi – Mediterraneo 2018.

2017

186,768 arrivi in EUROPE
3,116 morti/dispersi – Mediterraneo

2016

390,432 arrivi in EUROPE
5,143 morti/dispersi – Mediterraneo »

La stessa fonte fornisce i numeri rispettivi di arrivi dal 2015 al 9 giugno 2018:

Spagna: 71,347 – Totale 2018: 11 792 – 9 315 via mare

Italia: 468 977 – Totale 2018: 14 330 tutti via mare. Triennio 2015/17: 151 549 annui.

Grecia: 1 087 204 – Totale 2018: 17 883 – 11 763 via mare.

Il costo del ritorno ammonta attorno a 4000 euro per migrate, il quale ritornerebbe sicuramente al più presto. Di più, il ritorno non è affatto automatico dato che spesso i migranti non hanno documenti validi; in oltre, risulta molto difficile ottenere l’accordo dei paesi destinatari. Il ritorno forzoso è dunque una battaglia costosa e persa anche prima che iniziasse.

Anche tenendo conto del fatto che il primo semestre è poco navigabile e che, messa sotto pressione dall’Italia, la Libia abbia stabilito una Zona marittima SAR, questi numeri non indicano una emergenza ingestibile con metodi ordinari e umani. A parte il fatto che la reputazione delle missioni Search and Rescue libiche non sia altissima. In oltre, questa deriva sicuritaria ha causato la drastica e contro-produttiva diminuzione degli interventi delle ONG in modo che il numero di morti e dispersi sarà drammaticamente sottovalutato. (6)

Diritto del Mare, Convezione SAR, diritti umani e Art. 79 – ex Art. 63 – del TFUE

Tra i costumi umani più antichi sinonimi di civiltà vi sono tre doveri sacri, tra l’altro ben radicati sulle due sponde del Mediterraneo : l’ospitalità, il soccorso alle persone in pericolo esteso al soccorso in mare e l’incolumità degli ambasciatori. La legge naturale moderna anticipata dal « diritto delle genti » del nostro Giambattista Vico viene così in parte codificata dai diritti umani individuali e sociali e nei trattati internazionali.

Secondo il Diritto del Mare (7) le navi più vicine dal luogo di uno naufragio hanno l’obbligo di dirottarsi per portare soccorso ai naufragati e portarli al salvo nel porto più vicino e sicuro. Il termine chiave è « vicino », anche per ragioni ovvie dato che prima che si affermasse il fenomeno dell’immigrazione marittima di massa erano sopratutto navi mercantili ad essere coinvolte. Emerge dunque la questione del costo che dovrebbe essere preso in carica da compagnie di assicurazioni pubbliche. Ovviamente, i profughi salvati in terra o in mare non possono essere riportati in dietro oppure in un paese che non rispettasse i diritti umani o che fosse suscettibile di mettere la loro vita e la loro libertà in pericolo. L’Articolo 10 della nostra Costituzione tutela il diritto di asilo; recentemente il Consiglio di Stato francese ha coraggiosamente riaffermato il diritto di asilo politico in Francia. (8)

Rispetto al vergognoso trattamento italiano dell’« Aquarius », il Prof. Paleologo di Palermo fa notare che le motovedette che hanno portato i naufragati su questa nave battevano bandiera italiana essendo dunque considerate « suolo italiano ». Fa pure notare che l’Articolo 19 del Testo Unico sull’Immigrazione ( http://www.altalex.com/documents/codici-altalex/2014/04/09/testo-unico-sull-immigrazione ) impedisce ogni respingimento collettivo, sopratutto quando si tratta di donne incinte, di bambini o di persone con un parente di nazionalità italiana. In tali casi, subentra la questione dei diritti umani suscettibili dell’intervento della Corte Europea e della Corte Internazionale di Giustizia della Aia. In certi casi potrebbe anche rilevare della Corte Penale Internazionale con seda a … Roma.

Il caso dell’«Aquarius » è emblematico anche perché riassume in se tutti gli aspetti del salvataggio in mare. Iniziò con una diatribe poco decorosa con Malta. Per capire bisogno dare una occhiata alle cosiddette Zone SAR. (9) La Convenzione Search and Rescue data dal 1979. Stabilisce delle zone marittime nel Mediterraneo poste sotto responsabilità di uno Stato specifico, senza pero contravvenire minimamente agli obblighi scaturiti dal Diritto del Mare oppure dai Diritti Umani. Ereditando di una vasta Zone SAR giudicata oltrepassare le sue possibilità operazionali, Malta non ha sottoscritto alcuni articoli del SAR. In oltre, le Zone SAR italiane e maltesi essendo a volta sovraimposte, Malta ne prese pretesto per rifiutare all’ « Aquarius » accostare a La Valletta. Pretestò il fatto che le operazioni di salvataggio erano state coordinate dalla Guardia Costiera italiana.

E vero che Malta ospita proporzionalmente molto più profughi rispetto all’Italia ma è anche vero che il concetto di « safe port » o porto sicuro fu qui utilizzato in modo distorto. Questo è anche dovuto al fallimento della politica europea di allocazione degli immigrati con statuto di rifugiato approdati nei paesi europei di frontiera. Sottolineo che questa ri-allocazione rappresenterebbe comunque una piccola porzione dei migranti. (10)

Ultimamente fu aggiunta una vastissima Zona SAR libica, in un contesto nel quale la Libia versa nell’anarchia la più totale con una riputazione deplorabile rispetto alle missioni di salvataggio in mare. In effetti, tutte le ONG testimoniano del fatto che i profughi preferiscono buttarsi in mare piuttosto che essere salvati dalla Guardia Costiera libica. L’onore del popolo libico e dei popoli europei impone aggiungere che i negoziati sottomano con i Libici non sono del tutto estranei a questo comportamento poveramente « dissuasivo ». Si è per fine parlato di finanziamento delle tribù …

Sembrerebbe che la creazione di Frontex – cioè la deriva militarista che consiste nel modo più ridicolo a creare una Linea Maginot in Mare – abbia, anche se non-volontariamente (?), aggravato queste derive. Similarmente, non si può abusare furori luogo del principio di « innocent passage » per criminalizzare le ONG o gli altri agenti della società civile che agisco sul fronte dell’immigrazione. Se per caso alcuni individui sono sospettati di strumentalizzare l’immigrazione di massa per destabilizzare certi paesi, basta adottare una legge nazionale e europea per impedire alle ONG implicate di approdare alle frontiere italiane quando risultano essere finanziate da questi individui o dalle loro fondazioni ed altre simili. Senza il ritorno all’indipendenza libica – e siriana –, priva di ogni tentativo neo-colonialista di imporre dei regime change, non esiste una minima speranza di stabilizzare i flussi migratori alle frontiere della UE. Converrebbe forse aprire nuovi e seri negoziati per chiarire tutti questi concetti e responsabilità tenendo conto della salienza duratura del fenomeno di immigrazione di massa.

Oltre a queste questioni internazionali fu anche messo in luce una confusione dannosa ed in parte elettoralistica (11) interna alle Autorità competenti italiane visto che la Capitaneria dei porti e la Guardia Costiera sono di competenza del Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti. La realtà è che il nostro Paese non può trattare questo dossier nel disordine ed in un modo ad hoc. Al contrario dovrebbe vietare il chiasso mediatico e lanciare una grande offensiva diplomatica per arrivare ad una vera politica europea dell’immigrazione.

Sottolineo che una delle conquiste principali del migliore processo di integrazione europeo, cioè dell’integrazione costruita dal basso, è sancita dall’Articolo 79 del Trattato di Funzionamento della UE. Le modifiche tali l’attuale e de facto decaduto Trattato di Dublino mi sono sempre sembrate ultra-vires. Questo perché, almeno che non sia formalmente previsto nei trattati, i trattati vigenti non possono contraddirsi e ancora meno quando si tratta di una questione così essenziale come quella della libertà di circolazione all’interno della UE. Si può affermare che senza l’Articolo 79, l’immigrazione – fenomeno per definizione transfrontaliero – non sarebbe stata costituita come una competenza congiunta all’interno della UE. La UE non ha niente a che vedere con la dottrina per definizione illegale e criminale della « guerra preventiva », e l’Italia meno ancora visto l’Articolo 11 della sua Costituzione. La deriva securitaria attuale causò una deriva puramente nazionalista che portò a restringere la libera circolazione. Fu inasprendo così il Trattato di Schengen oltre a quello che potevano solo essere delle misure eccezionali e dunque transitorie. Ho piegato altrove come questa deriva sicuritaria non sia del tutto innocente. (12)

Il tentativo oggi de facto fallito di negoziare una ripartizione europea dei rifugiati con diritto di asilo mi è sempre sembrato una strategia fuorviante, dannosa per il nostro Paese, ma non sempre capita dai nostri dirigenti. La stessa cosa può essere detta della demagogia contraria ai diritti umani ed a una giusta analisi dei costi, contenuta nelle esternazioni di chi vorrebbe dei centri di accoglienza chiusi. (13) In Italia, i centri di accoglienza sono già sovraffollati per incuria delle autorità pubbliche. La gestione spesso mafiosa o per lo meno corrotta derivante dalla gestione privata dei vari centri, ci valse già condanne unanime incluso ultimamente quelle del Procuratore di Catanzaro, Gratteri (14) La criminalizzazione – Bossi-Fini/Minniti – dei migranti e dei Rom porta ad un inutile e contro-produttivo sovraffollamento dei carceri portando alle condanne europee per tortura e violazione dei diritti dei detenuti. Rimane che se gli altri partner europei riescono cinicamente ad incoraggiare i nostri dirigenti in questa direzione mentre si sopprima de facto la libera circolazione all’interno delle frontiere europee e mentre si impongono degli hotspot col unico scopo di ritornare i profughi che avranno passato la frontiera – a Ventimiglia o nel Brenner, ad esempio – allora si creerà una gravissima ingiustizia e un grossissimo problema.

Conclusione: l’ampliamento di Frontex non serve.

La stessa critica vale per le proposte di confrontare il presente fenomeno di immigrazione massiccio rafforzando Frontex. « Il piano attuale prevede che lo staff di Frontex aumenti da 1.500 a 10.000 uomini entro il 2027 » (15) Un tale incremento di Frontex costituirebbe una prova ulteriore di imbarbarimento della UE nella sua deriva securitaria ideata, in effetti, contro i suoi propri popoli. Intanto nel 2027 come oggi non risolverebbe nessuno dei problemi di fondo sollevati dal caso dell’« Aquarius ». Costerebbe però moltissimo in termini di fondi pubblici di cui la parte che l’Italia, uno dei paesi membri più grandi, dovrà contribuire in proporzione al suo PIL. E questo solo per fare male quello che la nostra Guardia Costiera e le ONG facevano bene fine a poco fa, ma con soldi proveniente della società civile. E pure vero che i doni alle ONG sono in parte deducibili dalle tasse, ma non solo e neanche in maggioranza in Italia …

Il più grave risulta nel fatto che questa deriva, contraria agli interessi obbiettivi del nostro Paese, malgrado le strani illusioni dei nostri dirigenti, averebbe nel quadro di una riforma largamente inaccettabile del budget europeo. Con questa riforma si taglierebbe nella già mal-ridotta PAC per finanziare la deriva securitaria europea sull’immigrazione, incluso questo tanto osceno quanto inutile allargamento di Frontex! Per non parlare poi degli accordi con la Turchia … (16)

Questi fondi sarebbero più utili se fossero spesi per la creazione del Fondo di Integrazione e di Sviluppo da me richiesto ormai da anni. E l’unico metodo per arrivare ad una ripartizione equa degli immigrati nei paesi membri, creando simultaneamente sviluppo socio-economico e culturale e vietando di trasformare i paesi frontalieri in erzatz del inaccettabile accordo imposto alla Turchia. Ma in tale caso andrebbe di se che la priorità delle priorità in Italia sarebbe di fare pulizia nella gestione del dossier. In particolare, i centri di accoglienza ed i programmi annessi devono essere sottoposti ad uno rigoroso controllo pubblico con audit regolari. Anche perché se questo fosse il caso, come dimostrato da Badolato ieri e da Riace oggi, i fondi già esistenti basterebbero per fare la differenza.

Paolo De Marco

17 giungo 2018. San Giovanni in Fiore (CS) città fondata da Gioacchino da Fiore, « calabrese di spirito profetico dotato » che seppe utilizzare il diritto di asilo per svilupparsi pure essendo localizzata ad oltre 1000 m d’altitudine. (17)

Note:

1 ) « Cala la popolazione e sale la mortalità. Ma non è un caso… » di Redazione Contropiano http://contropiano.org/news/politica-news/2018/02/08/cala-la-popolazione-sale-la-mortalita-non-un-caso-0100621

2 ) « Porte chiuse agli immigrati? Boeri: “Ci costerebbe 38 miliardi”» Rapporto Inps: senza i lavoratori dall’estero in 22 anni si avrebbero 35 miliardi in meno di uscite, ma anche 73 in meno di entrate. Il presidente: “Si completino le riforme del lavoro e della previdenza: serve un reddito minimo d’inclusione, un salario minimo e il ricongiungimento gratuito dei contributi”. Una proposta: “L’Inps eroga 440 prestazioni, solo 150 sono di natura pensionistica: lo si chiami Istituto della Protezione sociale”. L’abuso della Cig: per il 20% delle imprese dura cinque anni o più, di ROSARIA AMATO 04 luglio 2017 http://www.repubblica.it/economia/2017/07/04/news/porte_chiuse_agli_immigrati_boeri_ci_costerebbe_38_miliardi_-169891511/

3 ) Vedi http://rivincitasociale.altervista.org/litalia-alle-prese-con-le-migrazioni-moderne/ L’Indice è riprodotto qui sotto.

4 ) Una nave apre lo squarcio sul mondo che ci attende, di Alessandro Bianchi* http://contropiano.org/news/politica-news/2018/06/13/104902-0104902

5 ) http://migration.iom.int/europe/

6 ) « Secondo alcune fonti, nel 2016 le ONG assunsero attorno a 40 % delle operazioni di salvataggio. Il resto viene preso in carica dalla marina italiana, l’agenzia europea Frontex a dalle navi della marina mercantile costrette secondo il diritto del mare a dirottarsi per soccorrere le persone in pericolo » in « En Méditerranée, les opérations de sauvetage des ONG de plus en plus compliquées », A l’été 2017, une douzaine de navires intervenaient au large de l’Italie. Ils ne sont plus que trois. Les premiers migrants recueillis par l’« Aquarius » sont arrivés en Espagne, dimanche à l’aube, LE MONDE | 15.06.2018 à 18h12 • Mis à jour le 17.06.2018 à 06h57 | Par Charlotte Chabas et Caroline Vinet https://www.lemonde.fr/international/article/2018/06/15/en-mediterranee-les-operations-de-sauvetage-des-ong-de-plus-en-plus-compliquees_5315946_3210.html

7 ) Vedi: Aquarius, l’esperto: “Illegale il respingimento collettivo di donne incinte e bambini, l’Italia rischia”, (afp), Fulvio Vassallo Paleologo, giurista e professore di Diritto dell’asilo all’Università di Palermo: “E’ come si si trovassero su suolo italiano, violato l’articolo 19 del Testo unico sull’immigrazione. Potrebbe intervenire la Corte europea dei diritti umani”. E ci sono anche le “responsabilità penali internazionali” paventate dalla ministra spagnola Delgado, di FABIO TONACCI 14 giugno 2018 http://www.repubblica.it/cronaca/2018/06/14/news/migranti_respingimenti-198966855/?ref=RHPPLF-BH-I0-C8-P2-S2.4-T1 .

Vedi pure:

United Nations Convention on the Law of the Sea (UNCLOS) http://www.admiraltylawguide.com/conven/unclostable.html

Testo unico sull’immigrazione http://www.meltingpot.org/Testo-unico-sull-immigrazione-e-recenti-modifiche.html#.WyI_fWD2bIV )

8 ) « La réforme du droit d’asile voulue par l’Europe jugée inconstitutionnelle par le Conseil d’Etat », Une note, que « Le Monde » s’est procurée, rejette le renvoi des demandeurs d’asile vers des « pays tiers sûrs » sans examen de leur dossier, LE MONDE | 13.06.2018 à 06h16 • Mis à jour le 13.06.2018 à 11h00 | Par Maryline Baumard https://www.lemonde.fr/international/article/2018/06/13/pour-le-conseil-d-etat-les-pays-tiers-surs-voulus-par-l-europe-pour-stopper-les-migrants-sont-inconstitutionnels_5313885_3210.html . Speriamo che le Corte francesi interverrano pure nel caso delle leggi ultra-vires che portano a criminalizzare le persone che assistono altre persone in pericolo incluse gli immigranti

9 ) Per le Zone SAR vedi: http://www.fondazionemichelagnoli.it/files/Leanza-Caffio_RM.pdf . Vedi pure la mappa fornita da questo articolo: http://www.repubblica.it/cronaca/2018/06/12/news/aquarius_sos_mediterrane_e_i_migranti_saranno_portati_a_valencia_da_navi_italiane-198786734/?ref=RHPPTP-BH-I0-C12-P2-S1.8-T1#gallery-slider=198771703

10 ) Vedi le tabelle in « I numeri Ue inchiodano Merkel e Macron: da Francia e Germania respinti 35mila migranti », Giuliano Balestreri Matteo Zorzoli https://it.businessinsider.com/numeri-ue-macron-merkel-35mila-migranti/  e in « Due numeri – ufficiali – sull’accoglienza »,  di Potere al Popolo http://contropiano.org/altro/2018/06/17/due-numeri-ufficiali-sullaccoglienza-0105051

11 ) « Comunali trash. Si sgonfia la bolla grillina, bucata dall’abbraccio con la Lega », di Redazione Contropiano http://contropiano.org/altro/2018/06/11/comunali-trash-si-sgonfia-la-bolla-grillina-bucata-dallabbraccio-con-la-lega-0104856 . Vedi pure: « Risultati elezioni comunali: avanzata del centrodestra a guida Lega, il M5s soffre. Centrosinistra bene a Brescia, ma perde Terni » http://www.repubblica.it/politica/2018/06/10/news/risultati_elezioni_comunali_pisa_siena_ancona_catania_avellino_brindisi_brescia_imola_viterbo-198687343/?ref=RHPPLF-BH-I0-C8-P2-S1.8-T1

12 ) Vedi http://rivincitasociale.altervista.org/ne-sagit-pas-uniquement-dal-qudsjerusalem-et-de-la-palestine-mais-bien-degalite-humaine-et-de-democratie-5-decembre-2017/ . La versione inglese qui: http://rivincitasociale.altervista.org/it-is-not-only-about-al-qudsjerusalem-and-palestine-but-about-human-equality-and-democracy-december-5-2017/ Vedi pure: http://rivincitasociale.altervista.org/la-palestinisation-de-la-france/

13 ) « Migranti, Salvini: “Basta immigrati a spasso, i Centri saranno chiusi”», Un Centro di accoglienza migranti, Il ministro dell’Interno torna ad annunciare più espulsioni. Pronto un provvedimento per garantire ‘spiagge sicure’ in vista dell’estate, 06 giugno 2018 http://www.repubblica.it/politica/2018/06/06/news/salvini_basta_migranti_a_spasso_i_centri_saranno_chiusi-198351830/?ref=RHPPLF-BH-I0-C8-P1-S1.8-T2

14 ) « “Cibo per maiali ai migranti”. L’inchiesta choc sull’accoglienza al Cara Sant’Anna », Gratteri condanna i clan: “Sfruttano i bisogni dei disperati”. E sul parroco: “Centinaia di migliaia euro per l’assistenza spirituale”, Sergio Rame – Lun, 15/05/2017 – 17:09 http://www.ilgiornale.it/news/cronache/cibo-maiali-ai-migranti-linchiesta-choc-sullaccoglienza-cara-1397437.html

15) Vedi « L’austriaco Kurz invoca un “asse Roma-Vienna-Berlino” sui migranti », di Thomas Schnee – Mediapart , http://contropiano.org/news/internazionale-news/2018/06/16/laustriaco-kurz-invoca-un-asse-roma-vienna-berlino-sui-migranti-0105008

16 ) Questi accordi costano 6 miliardi di euro vedi la sintesi qui : http://www.stranieriinitalia.it/attualita/attualita/attualita-sp-754/ue-turchia-si-all-accordo-migranti-irregolari-riportati-indietro.html . Si dovrebbe pure dare la ripartizione del costo tra i paesi membri …

17 ) Vedi gli articoli pertinenti nel Sezione « Italia » del mio vecchio sito www.la-commune-paraclet.com in particolare quello intitolato « Brevi appunti su Gioacchino da Fiore pitagorico »

XXX

« L’Italia alle prese con le migrazioni moderne » in http://rivincitasociale.altervista.org/litalia-alle-prese-con-le-migrazioni-moderne/

(Sul soggetto vedi pure The Migrants Files http://www.themigrantsfiles.com/ )

 Indice

1) Flussi di popolazioni e rifugiati

2) Migranti in Europa e in Italia

3) Migranti europei nella EU ed i « Roms »

4) Quadro legale nella UE.

5) Accoglienza, prigioni e sfruttamento degli migranti

6) Fondi europei esistenti ed il Fondo europeo per l’integrazione e lo sviluppo da creare.

7) Epilogo 10 agosto (EU, Papa Francesco e le cavolate grilline e leghiste)

Commenti disabilitati su Tribute to Paul Sweezy: A rapid comment on the article « A Marxist Correspondence »

Tribute to Paul Sweezy: A rapid comment on the article « A Marxist Correspondence », by Tom Mayer, (Jun 01, 2018) in https://monthlyreview.org/2018/06/01/a-marxist-correspondence/

Comment: All those who like me have learned much from Paul Sweezy’s down-to-hearth, pragmatic but scientifically loyal Marxist approach will be delighted by Tom Mayer’s review of the book written by Nicholas Baran and John Bellamy Foster, editors, The Age of Monopoly Capital: Selected Correspondence of Paul A. Baran and Paul M. Sweezy, 1949–1964 (New York: Monthly Review Press, 2017), 528 pages, $59, cloth.

The author makes two important comments, the first concerns « economic surplus », the key concept proposed by Baran and Sweezy in their Monopoly Capital, the second touches on these authors methodology.

Mayer acknowledges his : « longstanding suspicion that economic surplus is a slippery concept, whose principles may not withstand scientific scrutiny. » He is right. At the same time, the « economic surplus » is an authentically Marxist concept, but not yet what Marx called a « concrete in thought ». (1) It is very different from that of Leibniz and of all those who irrationally diminish the importance of manual work compared to intellectual work. (2) In effect, this concept turns out to be Sweezy’s most apt defense of Marxism. In his mind it was aimed at saving the essential contributions of the Marxist approach to economic science and to the study of economic history.

During his early academic formation, Sweezy was confronted with the affirmation of Marginalism as the pseudo-scientific dominant paradigm in the discipline. This trend did not convinced him because he saw it as a model that was inherently incapable to account for social relations, and, in particular, for social relations of production and distribution, which remained for him the crux of the discipline.

At the same time, during his travels in Europe, he was confronted with Marxism and with the problem of transformation of values into prices of production. The scientific grandeur of Sweezy was that he honestly acknowledged that there was a logical problem to be solved. Unfortunately, he did not realized that the problem did not lie with Marx but rather with the way it had been formulated by Bortkiewicz and Tugan-Baranosvky among others, following the initial falsification due to Böhm-Bawerk. However, failing to be convinced by the pseudo-solution provided by these two theoreticians – and soon even by Piero Sraffa et al. – he honestly insisted on the fact that the question needed to be scientifically solved within a Marxist framework. The simple explanation for this scholarly attitude was that Sweezy was convinced of the unquestionable truth laid out in Capital, Book I, namely the fact that the genesis of profit cannot be scientifically explained without taking into account the exploitation of the labor force. (3) In effect, Book I is the only volume of Capital written and edited by Marx himself as Louis Althusser rightly stressed.

The main conclusions drawn by Sweezy were first laid out in his important work entitled « The theory of capitalist development: Principles of Marxist Political Economy », Copyright 1942 by Paul M. Sweezy, First published in Great Britain in 1946 by Dennis Dobson LTD. The subtitle points to Sweezy’s attachment to political economy as a discipline, one that was established as a science by Marx’s critique of classical political economy, thanks to his scientific explanation of the genesis of profit. In effect, Adam Smith equally saw human labor as the only factor of production capable of creating new exchange values – i.e. economic goods and services. But he had been forced to recognize that profit was not accounted for. In his Wealth of Nations he wrote that capitalists : « love to reap where they never sowed » ( K. Sutherland ed., 1993, p 47)

This book testifies to Paul Sweezy’s honest confrontation with the transformation problem. Unable to solve the problem of transformation mischievously invented by Böhm-Bawerk and swallowed whole by everyone until I dealt with it (4), he first published a collection of essential articles dealing with this problem. He did so with the laudable scholarly intention to launch more research on the subject.

As far as he was concerned he was convinced that bourgeois economics was wrong because it cannot account for the genesis of profit. He was further convinced that Marxism was right in the sense that the value schema provided by Capital, Book I has a logical and diachronic priority. Hence it lays under the historical forms of exchange value, be they the fluctuating market prices or the alleged prices of production etc. He also honestly acknowledged that the relationships between exchange value and its historical forms of expression were not yet scientifically understood. This reinforced his inherent (American) pragmatism and paradoxically made him more pertinent that a verbose Bettelheim – who, contrary to Sweezy, ended up betraying socialism as many others like him. I personally like to see here the intellectual heritage of Thomas Paine and of John Brown among others, a secular and egalitarian republican « mind set » that also shinned with an Edgar Snow

Sweezy’s solution to this quandary was directly derived from Marx’s own work. To sum up: Profit and derived concepts such as interest are subtracted from what I called « social surplus value », namely from the social surplus produced by the workers and pocketed by the capitalist as a class. The concept sends one back to the Equations of Simple and Enlarged Reproduction, to macro-economy if you will. Just like Che Guevara in his crucial article of 1964 (5) dealing with the presupuesto – Sweezy took his cue from the concept of Social Funds laid out by Marx in his « Critique of the Gotha programme ». (6)

Although Sweezy was not able to provide the complete scientific genesis of this « social surplus value » which he empirically understood as the « economic surplus », he reinforced the historical and sociological status of Marxist analysis and he maintained the crucial idea of exploitation, hence that of the necessary social redistribution of wealth. Likewise, pointing to the contradictions – disproportions – induced by the accumulation process, he clarified some aspects of the analysis of structural capitalist crises, correctly understood as crises of overproduction and under-consumption.

All these and other issues – for instance, the difference between money and credit or that between classical and speculative interests – are now scientifically elucidated in my Synopsis of Marxist Political Economy freely accessible in the Livres-Books section of my old site www.la-commune-paraclet.com .

Mayer also touches on Sweezy’s and Baran’s understanding of Marxist methodology. Here are the quotes:

« In December 1958, Sweezy writes that

Marxism is on the one hand what Marx said and implied about a lot of subjects and things. On the other hand, it is a living set of principles and doctrines which must in the nature of the case change with time. Since many of the things Marx said or implied are dated and have since been disproved or become irrelevant, does it not follow that Marxism the living set of ideas grows progressively away from Marxism the creation of Marx? (223)

A few days later, Baran responds:

I would agree with you that abstractly speaking there is a tendency for the individual Marxian statements to become irrelevant with the progress of science. De facto, however, this tendency is not quite as strong as one might think, simply because in the realm of social sciences there has been very much less progress since the days of Marx than one would think on the basis of what has happened in the field of natural sciences. (225) »

I believe that scientific methodology is not historically dated and that theories try to apprehend the historical forms they relate to. One must carefully distinguish between ontology, epistemology and methodology, theories and ideologies. This was also demonstrated by Marx with the extension of his analysis to other Modes of production. (7) Hence, the importance of the forms of extraction of surplus value, namely absolute surplus value which is the dominant form of extraction for pre-capitalist Modes of production; however these pre-capitalist Modes of production differ according to their civilizational level and to the epochs of redistribution they can accommodate. Intensity is a form of extraction compatible with all Modes of production but can only be conjonctural; it tends to be stabilized by customary or legal norms regulating labor time and conditions. Structural intensity or productivity is the dominant form of extraction of surplus value of the capitalist Mode of production. And finally « social surplus value » which as such will become the dominant form of extraction of surplus value in Socialist and Communist Modes of production.

Advanced capitalist societies such as those embodied by the Welfare or Keynesian State or by the Social State in Europe, have tried to reestablish the hegemony of capitalism that had been badly shaken by the Great Depression. Up until the Volcker-Reagan’s counter-revolution (8), advanced capitalist States attempted to enforce a better redistribution of wealth. To do so they intervened in the economy and tried to ensure full full-time employment with the hope of sustaining economic growth and simultaneously avoiding the most damning structural crises. (9)

Of course, this is bound to fail at least up until the State does away with the hegemony of private property. This is simply because the « invisible hand », established as the main market mechanism enforced by private property, cannot induce an harmonious economic reproduction or, in mainstream parlance « dynamic equilibrium ». Indeed, basic social needs remain unmet amid economic plenty and huge capitalist waste, a process which also adversely affects the environment. Nor can it provide full-employment to the labor force fatally « liberated » by the secular increase of the productivity specifically unleashed by the capitalist Mode of production.

As we know, Keynes was ready to go very far to save the system from its own « animal spirits »: Taking his cue from the great but undervalued Marxist Paul Lafargue without acknowledging it, in his Essays in persuasion Keynes envisaged the reduction of the legal duration of work to a 15-Hour week. (10) However, he never understood that real demo-cracy which I conceived as « socialist democracy » – see my Synopsis – was, by definition, antithetical to the hegemony of private property conceived as the main agent of resources allocation.

However, as even the Bolsheviks recognized – with the dachas etc. – private possession is key to the harmonious development of the citizen’s personality. The harmonious relationship between city and countryside was one their main victory. The citizen has to be understood in Hegel’s sense as the Individual with a capitalized « I », hence as both the Object and Subject of his/her own History. But private possession makes sense only when Human society learns to walk away from its present-day lingering Prehistory and finally learns to rationally manage the Realm of Necessity – in which every adult capable to work must work – with the Realm of Liberty – in which every individuals must have guaranteed access to all the material and other conditions needed to ensure what K. Polanyi called Man’s « livelihood » in order to develop his/her own personality. Marx’s sums up saying that Communism will finally enable a citizen who wants to become a Raphael to effectively become a Raphael.

The great and revolutionary historical contribution made by the capitalist Mode of production is the unleashing of productivity. This aspect will be kept and reinforced by progressive post-capitalist Modes production. Thanks to the cyclical reduction of the working week, Socialist and Communist – i.e. demo-cratic – Modes of production will reconcile the unstoppable development of the productive forces – Necessity – with the necessary simultaneous development of the social relations of production, hence Liberty. The current neoliberal and Monetarist dream to engineer a « return » to a new domesticity and a new salaried slavery is doomed to fail, and as a matter of fact it is now travelling through the last phases of its regressive historical cycle.

Socialism is the transition to Communism. With Socialist Modes of production the rule will be: « From each according to his/her capacity, to each according to his/her labor ». With Communism, the rule will be: « From each according to his/her capacity, to each according to his/her needs ».

The March towards a truly demo-cratic and strictly egalitarian society implies a great leap forward for Human civilization. As Rosa Luxemburg aptly phrased it and as the current ethico-political and socio-economic crises « once again » demonstrate, the choice is between Socialism and Barbarism.

Paul De Marco,                                                                                                     San Giovanni in Fiore (Cs) June 15, 2018.

Notes:

1 ) See my Methodological introduction freely accessible in the Livres-Books section of my old site www.la-commune-paraclet.com .

2 ) The generalization of robots and of AI will somewhat reformulate this class discriminatory thinking and send one back to a simple truth: were education freely and always accessible, there would be no reason to pay for a type of labor more than for another type. In fact, Marx quickly abandoned Smith’s dualist and « empirical Baconian » (Koyré) distinction between complex and simple labor in favor of the scientific concept of « abstract labor », the exchange value of which is determined by what is « socially necessary to reproduce it ».  To put it in another way, here too, as even Léon Walras recognized, « scarcity is socially produced »

3 ) I have since demonstrated that Marginalism is built on a conscious series of falsifications starting with Böhm-Bawerk. A quick summary is provided in my aforementioned  Methodological introduction . The aim of the chief bourgeois ideologues was to cancel the role of exploitation and thus to try legitimate profit as a risk taking strategy deployed by the owners of the Means of production. The result of my demonstration is that there is no logical contradiction attributable to Marx but instead a blatant logical contradiction inherent to all brands of Marginalism from the Austrian School to Samuelson, Solow and all the others. The ex ante/post hoc contradiction wrongly attributed to Marx by Böhm-Bawerk on the basis of the un-Marxist cooked-up « transformation problem » constitutes instead the ontological, hence lethal, contradiction of bourgeois economics. In fact, it can never reconcile micro and macro-economics simply because contrary to Marx’s dual use and exchange values, the one-sided fraudulent bourgeois concept of marginal utility cannot allow the reconciliation of quantity and quality in its equations. Miserably Marginalism cannot deal with quantities of goods and services and with their prices at the same time.

I am sending the reader back to my draft entitled « Hi-Ha; the bourgeois economist’s donkish visual hallucinations » freely accessible in Download Now, Libres-Books section of my old site www.la-commune-paraclet.com . We can even simplify the critique of Marginalism in this way: The so-called market price is given by the crossing of two curves that of Supply and that of Demand. Now, in order to draw the Supply curve you must somehow provide beforehand the Demand schedules in prices! Vice-versa in order to draw the Demand curve you must likewise provide the Supply schedules . Then you overlap the two curves and Voilà! The miraculous market price appears at the intersection. Then if you modify a bit either schedules you can even see the curves moving to the left or the right, but unfortunately not in a softly synchronised fashion! In one of his song Bob Dylan comically spoke about a mattress dancing on a bottle of wine! Given the « elasticity » of some commodities, any other substitute, beer, vodka, schnapps etc will do.  If you are capable of crossing this Pons asinorum you can even hope to eventually get an analog to the Nobel Prize in the bourgeois dismal science. Without this philo-Semite Nietzschean leap into self-induced obscurantism, you can hardly hope to obtain and maintain academic tenure.

4 ) This goes back to my graduate studies in the late 70s and beginning of the 80s. I then published Tous ensemble (1998) which disposed of the problem definitively, both in scientific and in historical terms, because I was also able to show the genesis of the Marginalist falsification. See the aforementioned draft « Hi-ha » ( 2009) and the Methodological introduction (2012, translated in English in 2016).  My Synopsis of Marxist Political Economy (2012-2013) extends Marx’s analysis to the analysis of money and credit – hence to the hegemony of speculative finance. These are freely accessible in the Livres-Books section of my old site www.la-commune-paraclet.com, either on that page or at the « Download Now » link provided there. As for the theory of socialist planning see my « Marginalist socialism or how to chain oneself in the capitalist cavern » (Dec. 2014-Jan. 2015) in the International Political Economy section of the same old site. The « Note on socialist planning 2 » is available in the Category « Another America is possible » in http://rivincitasociale.altervista.org/note-socialist-planning-2/

5 ) See « On the budgetary finance system » Feb. 1964, in Che Guevara Reader , Ocean Press, 1998 . Che had a solid scientific formation being an authentic Marxist that had been trained as a doctor.

6 ) See https://www.marxists.org/archive/marx/works/1875/gotha/

7 ) On the abundant literature on comparative Modes of production one might want to check the work of P.P. Rey. Allan Foster Carter did provide a useful review of these analysis in English.

8 ) See my « Les conséquences socio-économiques de MM. Volcker, Reagan et Cie », March 1985, freely accessible in the International Political Economy section of my old site www.la-commune-paraclet.com

9 ) Full full-time employment is the key because it adds to the individual capitalist salary the « differed salary » – UI and public pension programs – as well as the State’s transfer of money to the households in the form of universal access to social security, social safety nets and to public infrastructures. These three components make up what I called the « global net revenue » of the household, not to be confused with the inadequate Marginalist « disposable income». Early liberal and Censitarian capitalism, just like the actual anti-dumping definition enshrined at the WTO, relied solely on the lowest individual capitalist salary, thus forgetting that the worker needs to reproduced his labor force as an individual and as a social class within an household. Fatally as New Dealers had understood, households have different sizes and needs.

Differed salary goes hand in hand with a positive and counter-cyclical capital circuit embodied in the institutional saving it induces. The accumulation of this institutionalised saving, for instance in public pension plans, can also act as pools of capital. As a matter of fact, their control were the object of hard-fought class struggles at their creation just after the Second World War. Keynes understood this perfectly. The best literature on the New Deal clearly illustrates this point. In effect President Hoover’s ad hoc assistance plans inspired by his so-called « rugged individualism » did cost much more than the albeit incomplete but public social programs implemented by the New Deal during the FDR Administration. The same truth applies today but in reverse because of the privatisation and deregulation of the socio-economic sphere. On that subject, see my Book III entitled Marxism, Keynesianism, Economic Stability and Growth (2005) and in particular the Note 15 on John Galbraith, always in the Livres-Books section of my old site www.la-commune-paraclet.com . By the way, this book was the first one to announce and explain what the subprime crisis eventually illustrated. To check this modest affirmation just use to word « montage » in the Search function.

10 ) See « Economic possibilities for our grandchildren », 1930, in Essays in persuasion, in http://www.gbv.de/dms/zbw/73041079X.pdf

Commenti disabilitati su LA SANITÀ TRA TAGLI E CORRUZIONE: una vittima eccellente del federalismo fiscale, 11 giugno 2016.

Riproduciamo qui sotto la CONCLUSIONE. L’articolo è accessibile all’indirizzo seguente:

http://rivincitasociale.altervista.org/la-sanita-tra-tagli-e-corruzione-una-vittima-eccellente-del-federalismo-fiscale/

Indice:

Trattiamo qui dell’effetto devastante del federalismo fiscale sulla Sanità. Questo testo è la forma scritta completa del mio contributo durante la Conferenza tenutasi a Reggio Calabria e disponibile in: https://www.facebook.com/FedericaDieniM5S/videos/vb.296261957143986/718701461566698/?type=2&theater .

Possiamo benissimo immaginare quello che succederebbe con l’ulteriore deriva del « federalismo competitivo ».

Contenuto dell’articolo:

1) Illustrazioni introduttive

2) Monetarismo neoliberale e federalismo fiscale

3) Public policy monetarista, leggi di Stabilità e tagli strutturali

4) Monetarismo e federalismo fiscale applicati al livello provinciale (Calabria)

a) Piano di Rientro e ristrutturazione economica-finanziera (i.e., disavanzi)

b) Politica del farmaco

c) Politica del Personale

5) Conclusioni.)

XXX

CONCLUSIONI

Sarebbe forse il caso di trarre alcune conclusioni tratte da questa analisi. Preme farlo in un modo non tanto formalmente normativo quando operativo.

a) Sintetizzare, aggiornare e diffondere l’informazione. Oggi anche le vittime del Piano di Rientro pensano che sia necessario portarlo a termine senza nemmeno sapere cosa questo PdR monetarista raccomanda in termini di ristrutturazioni e di privatizzazioni. (Per norma non più del 30 % delle strutture sanitarie può essere lasciato al privato; in Calabria, questo ratio non viene neanche rispettato per gli ospedali, in quanto tali!) Siamo tutti convinti che il sistema va risanato ma deve esserlo mettendo la salute delle cittadine/i al centro del processo. Oggi abbiamo tutti sotto gli occhi i risultati della catastrofica scelta di riconvertire una ventina di presidi ospedalieri e di diminuire di 65 000 i ricoveri nelle strutture pubbliche e solo di 7000 nelle strutture private. L’enormità della mobilità passiva non necessita altri commenti. Forse l’elemento più emblematico dell’ignoranza mantenuta dal sistema al soggetto riguarda l’impossibilità di determinare il numero di impiegati nella sanità calabrese e dunque le loro condizioni di lavoro ecc. Questo non succede nemmeno nei paesi del Terzo Mondo.

b) Trasparenza e obbligazione di seguire un processo pubblico per tutti gli appalti. Abbiamo visto come le soglie per gli appalti esonerati di ogni obbligatorietà sono determinate ad arte causando uno immenso trasferimento di soldi pubblici nelle tasche private senza nessuna possibilità di controllo. Perciò, tutti gli acquisti, indipendentemente delle somme considerate, debbono imperativamente far l’oggetto di appalti pubblici con dei cahiers des charges verificabili e pubblicati. La competenza della SUA deve essere estesa a tutti gli appalti con verifica dell’ANAC. La divulgazione deve essere automatica anche se, in generale, il Freedom of Information Act italiano deve essere esteso.

c) Creare una Ombudsperson regionale dedicata al settore della Sanità e rafforzare la class action. Tutti i rapporti, incluso il PdR stesso, insistono sopra quello che viene chiamato eufemisticamente « inappropriatezze ». Questo stato di affare risulta solo dalla mancanza di responsabilizzazione nel settore, almeno per quello che riguarda i servizi ricevuti dai pazienti. E vero che le Standard Operating Procedures (SOP) sono importantissime per il buono funzionamento delle burocrazie e dei sistemi sociali complessi. Queste vengono introdotte assieme alle nuove tecnologie nell’ottica della privatizzazione o del monitoring delle spese. Si dimentica l’essenziale, cioè la relazione con i pazienti. Solo creando canali istituzionali di responsabilizzazione si potrà sperare uscire dal drammatico quadro disfunzionale attuale.

d) Modificare il mandato ed i poteri del Commissario ad acta. Oggi il Commissario ad acta è legato alle decisioni giuridiche preliminari alla sua nomina. In oltre, rimane prigioniero della spartizione delle competenze tra livello nazionale e regionale. Questo rimane vero nel caso del commissariamento dei comuni in dissesto. In effetti, il Commissario ad acta vede la sua funzione circoscritta al riassorbimento dei disavanzi. Si limita il più spesso a stilare una lista di debitori da rimborsare in priorità. Questo viene fatto senza nessuno auditing che sarebbe di rigore per tutti i contratti visto l’opacità degli appalti, per mettere fine al malaffare che troppo speso li caratterizza. Alcuni vengono rimborsati in priorità invece di finire in prigione. In effetti, la funzione del Commissario ad acta, specialmente nel Mezzogiorno, consiste nel salvare il sistema, sopratutto il più marcio, senza mai pulire le stalle di Augia. I politici hanno subito capito come sfruttare questa inappropriata istituzione, hanno capito che se gli eletti vengono a volte sospesi tutta la burocrazia rimane intatta, ovviamente con tutti i suoi collegamenti clientelari ed altri. Per essere efficace, il Commissario ad acta deve basarsi sopra un auditing completo e rigoroso ed avere il potere di sanzionare tutti quelli che non hanno rispettato l’interesse pubblico e le leggi, senza nessuna eccezione. Altrimenti, diventa fatalmente il garante del sistema di malaffare e la sua migliore legittimazione anche se al suo malgrado.

e) Cambiare il paradigma economico di referenza. Abbiamo dimostrato qui sopra il legame di causa a effetto tra monetarismo neoliberale e federalismo fiscale, e tra questi ed il collasso del sistema sanitario italiano come pure dell’intero sistema Paese. Non si può più pensare in termini di eccezioni, ad esempio nell’ottica dell’Articolo 107 del Trattato di funzionamento dell’Unione Europea. Questo articolo permette misure diverse ma teoricamente transitorie in caso di forte disaggio strutturale in termini di disoccupazione, di disparità regionale ecc. Oppure nell’ottica dell’Articolo 44 della Costituzione, ad esempio per gli ospedali di montagna. Oggi, il libero-scambio globale e la speculazione egemonica hanno drasticamente ridotto l’efficacia di queste eccezioni. Basta aggiungere che il marginalismo, particolarmente il marginalismo speculativo monetarista, è solo una cinica narrazione a-scientifica. Il suo scopo è di imporre il « ritorno forzoso ad una società della nuova domesticità e della nuova schiavitù ». Rimando per la dimostrazione a 1) Hi-Ha. Le asinesche allucinazioni visuali degli economisti borghesi (2009); 2)  Compendio di Economia Politica Marxista. Ambedue nel sito www.la-commune-paraclet.com, il primo disponibile in Download Now nella Sezione Livres-Books ed il secondo nella stessa Sezione.

f) Per finire può essere utile dire quale sarebbe il modello sanitario ideale. Le percentuali del settore sul PIL dimostrano che il sistema è più razionale, più efficace e molto meno costoso quando è pubblico. Nel contesto attuale, il sistema pubblico è spesso insidiosamente spinto a diventare disfunzionale per legittimare la sua privatizzazione. Gli esempi nazionali e regionali sono molteplici. Basta citare la recente sparizione di attorno a 50 milioni di euro in Calabria Verde senza che nessuno se ne sia accorto (!), per capire il trucchetto. Il altre parole, quando un sistema pubblico non funziona basta mandare tutti i dirigenti a casa e riorganizzarlo per rendere il sistema nuovamente operazionale ed efficiente senza privatizzarlo. In questo modo, si evita di dovere affrontare i sprechi del sistema privato e la tragica trasformazione degli utenti in clienti. Detto questo, il sistema pubblico sanitario dovrebbe seguire le linee strategiche seguenti:

  • Primo e Secondo livelli. Il primo livello è quello posto in prima linea: include gli uffici medici ed i laboratori. E ben inteso le cliniche di prima linea da non confondere con i proto soccorso. Con una medicina socializzata si può facilmente raggruppare i medici mettendo a loro disposizione dei laboratori di prima linea e le cliniche di prima linea. Questo favorirebbe la medicina preventiva. In oltre, la professione medica è fra le più propense ad utilizzare le nuove tecnologie, incluso per il monitoraggio epidemiologico e per quello relativo alle prescrizioni. La centralizzazione di queste informazioni nel rispetto della privacy, permetterebbe una migliore pianificazione nazionale e regionale. Di più, favorirebbe la ricerca: in effetti, le banche dati così costituite sarebbero di una grandissima utilità per i medici di medicina generale ma specializzati in ricerche epidemiologiche, dunque conoscitori sul terreno. Questo implica che siano prese in linea di conto le ore lavorative, quelle destinate ai pazienti e quelle destinate alla ricerca. Il tutto potrebbe essere coordinato al livello universitario, non solo nazionale ma internazionale.

  • Il secondo livello include quello che il PdR chiama Hub, Spoke e ospedali generali senza dimenticare gli ospedali di montagna o quelli delle isole poco accessibili. Non serve chiudere l’ospedale di San Giovanni in Fiore con il suo importante bacino silano solo per rendere profittevole certi ospedali privati, situati nelle grandi città più vicine, ma difficilmente accessibili in meno di 60 minuti con l’ambulanza. Precisiamo che l’elisoccorso è necessario ma non può giustificare la chiusura degli ospedali di montagna perché l’elicottero non può sempre decollare. In montagna o in mare le turbolenze sono spesso importanti, per non parlare delle condizioni invernali. Il problema dell’urgenza non va affatto risolto con lunghe attese dissuasive, contrarie allo spirito del sistema per non dire allo Giuramento di Ippocrate. Basta prevedere un buono triage all’Urgenza negli ospedali e prevedere a fianco una clinica di prima linea attrezzata con un laboratorio di prima linea. In questo modo si prende cura dei pazienti e del loro disaggio favorendo pure la costituzione di una banca dati relativa a questo tipo di visite. Per risolvere problemi reali o presunti si deve prima studiare la loro genesi.

  • Sviluppare ricerche e servizi di gerontologia, di geriatria e di mantenimento a domicilio. La popolazione invecchia. Il mantenimento a domicilio, oltre a preservare l’autonomia dei senior, costa molto meno. Perciò, la ripartizione degli ospedali sul territorio non può prescindere dei specifici bacini da servire in tempi rapidissimi, in particolare nelle zone montane e nelle isole. Da sottolineare che il turismo costituisce un investimento importante: di fatti, secondo le infrastrutture disponibili, il Moltiplicatore settoriale si aggira attorno a 4 o 7 euro per un euro investito. I senior costituiscono una grande fetta della clientela turistica. Di più, dato l’invecchiamento generale, le cure di geriatria rappresenteranno oltre a 4 % del PIL mondiale, una fonte da sapere sfruttare.

  • La socializzazione dei farmaci, con il pagamento all’atto dei medici rimane una delle voci più costosa del sistema sanitario. La scelta di fondi sanitari e assicurativi privati costa molto più caro perché non risponde alla logica mutualistica pura, ma al contrario a quella dell’ottimizzazione dei dividendi per gli azionari. Di più risulta antitetica alla logica odierna della generalizzazione della precarietà. La precarietà diminuisce i contributi sociali e le entrate della fiscalità generale. Questo vale pure per il ticket detto moderatore. Ripetiamo che il fallimento annunciato, e oggi già vistoso, della Obamacare fu proprio dovuto alla scelta di favorire Big Pharma e le grande compagnie di assicurazioni. In modo transitorio, prima di arrivare alla totale socializzazione della politica del farmaco, si può pensare ad estendere l’uso dei generici ed a favorire l’introduzione dei nuovi farmaci di ultima generazione quando questi sono stimati necessari, ma farlo a prezzo quasi di generico. Ne abbiamo già parlato sopra. Questo può essere fatto negoziando volumi di acquisti per un tempo determinato – garantendo così ricette assicurate per le aziende, più i risparmi sul marketing ecc – ed adeguati compensi per il finanziamento delle loro attività di R&S, il nervo della « guerra » in questo dominio. Va sottolineato che i Stati sovrani hanno il diritto, sancito dalla Organizzazione Mondiale per la Salute, di sospendere i brevetti in caso di emergenza sociale. In breve, se lo Stato decide di tutelare la salute delle sue cittadine/i, le aziende farmaceutiche hanno interesse a negoziare. (Nota aggiunta il 15 giugno 2016: vedi l’importante articolo di Médecins du monde e la loro petizione da emulare in Italia: Prix des médicaments : la campagne que les labos ne veulent pas voir Entretien réalisé par Alexandre Fache Lundi, 13 Juin, 2016, L’Humanité http://www.humanite.fr/prix-des-medicaments-la-campagne-que-les-labos-ne-veulent-pas-voir-609422 . L’articolo sottolinea che in Francia una cura per l’Epatite C di 12 settimane costa 41 000 euro per un costo di produzione di solo 100 euro.)

  • La stessa cosa può essere detta per la socializzazione delle apparecchiature medicali e ospedaliere visto l’importante percentuale di denaro pubblico speso nel settore. In altre parole, difendere un settore industriale di punta, settore che necessità una forza di lavoro spesso molto qualificata e dunque propensa a dare sbocchi ai giovani.

    Paolo De Marco

Nota aggiuntiva di aggiornamento:

Nel 2014: Nel testo scrivevo così « Non stupisce affatto l’enormità della mobilità passiva: cioè, nel 2014, più di 60 000 calabresi si curarono fuori per un costo esorbitante di 214 256 688 euro. ».

Nel 2016: « Con un debito per il 2016 – certificato dal tavolo di monitoraggio – che supera gli 88 milioni di euro, più di 5mila operatori fuori dal sistema e nessuna riorganizzazione strutturale, in una Regione in cui la spesa sanitaria rappresenta circa il 65% del bilancio e la migrazione per le cure pesa più di 300 milioni di euro … », vedi « Disastro Calabria, faccia a faccia Oliverio-Lorenzin: «Ne parleremo in Cdm» », di Donata Marrazzo http://www.sanita24.ilsole24ore.com/art/dal-governo/2017-12-06/disastro-calabria-faccia-faccia-oliverio-lorenzin-ne-parleremo-cdm–134343.php?uuid=AErHlAOD

Nel 2017: « a fronte di poco meno di 60 mila ricoveri fuori regione, ha maturato un debito pari a oltre 319 milioni di euro. » Ancora: « Nel 2017 ben 13 milioni di italiani hanno rinunciato a curarsi per motivi economici, per le lunghe liste di attesa o perché non si fidano del sistema sanitario della loro regione. Oltre 320 mila “viaggi della speranza” dal Sud con bilanci in rosso per ben 1,2 miliardi di euro.» in La performance sanitaria” di Demoskopika. Calabria prima per mobilità “passiva” AUDIO), in RedazioneMar 28, 2018Calabria, Italiahttps://www.quicosenza.it/news/calabria/209208-sanita-sul-podio-emilia-romagna-giu-sicilia-molise-risale-la-calabria

Commenti disabilitati su Extraterritorialità, legalità e necessarie contro-misure. Maggio-Giugno 2018

Quanti miliardi perde l’Italia con le ingiuste (1) e inutili sanzioni imposte alla Federazione di Russia? (2) Quanti miliardi perderà ancora con quelle imposte all’Iran, per non parlare delle conseguenze della guerra delle tariffe lanciato dal Presidente Trump? Esiste un serio problema di legalità internazionale scaturito dalle pretese americane all’extraterritorialità delle loro decisioni.

Da quello che traspira da parte delle imprese europee (3) sembrerebbe che la UE stia comportandosi come un protettorato imperiale tanto per le sanzioni imposte alla Federazione russa quanto per quelle imposte all’Iran, paese che nel 2015 ha firmato di buona fede un accordo sul nucleare militare con i Stati-Uniti e vari altri grande potenze. L’Iran ha rigorosamente rispettato questi accordi che l’Amministrazione Trump, in tandem con l’Israele del sionista-fascista e criminale di guerra Netanyahu, ha unilateralmente ripudiato imponendo per colmo sanzioni illegali. (4)

A dire vero, i Stati-Uniti hanno perso il gioco del libero scambio globale che, dall’inizio degli anni 80, credettero potere dominare con la loro pratica della « interdipendenza asimmetrica ». (5)

I Stati-Uniti, cioè un paese che copra mezzo continente, hanno dilapidato tutti i margini a loro disposizione e rimangono confrontati ad un Fiscal Cliff legato al finanziamento di un debito pubblico crescente, incluso quello della Social Security. La politica fiscale regressiva dell’Amministrazione Trump aggiungerà un altro trilione (americano) al debito federale, mentre ha già permesso di distribuire grosso modo la stessa somma agli azionari del solo S&P 500 (6) Hanno dilapidato il vantaggio conferito dalla loro recente quasi autonomia in materia di petrolio e di gas. Hanno dilapidato pure quello vantaggio legato al basso costo del petrolio – il quale rimane poco tassato nei Stati-Uniti come già menzionato da Heilbroner negli anni 1980. Hanno dilapidato il margine conferito dai cosiddetti « shitty jobs » e dei bassi salari; questo perché, sin dagli anni di Ronald Reagan, non hanno minimamente distribuito gli ingenti guadagni procurati dalla produttività reale crescente Il dominio internazionale del dollaro americano è in calo. Non si tratta solo del ruolo di monete di riserva conquistato dall’Euro (20.15 % nel 2017 rispetto a 62.7% per il dollaro US) ma anche, in modo ancora marginale ma crescente, dal renminbi. (7) Questo è ancora spinto dal suo più recente ruolo nella notazione cinese del petrolio e presto delle altre materie prime.

Di conseguenza, i Stati-uniti si illudano ancora, come al tempo del roller-coster monetarista unilateralmente lanciato da Volcker-Regan negli anni 1979-1981 (8), di essere ancora in grado di cambiare le condizioni parametriche dell’Ordine mondiale con la forza. Da qui l’offensiva su i dazi e la riaffermazione dell’extraterritorialità assieme alla volontà esplicita di ritornare alla logica della guerra preventiva.

In tali condizioni, pensare, come propone timidamente il governo francese, a misure come il « Règlement del 1996 », oppure alla negoziazione di un trattamento speciale per le grandi imprese europee impattate da questa nuova extraterritorialità, dimostra solo che i dirigenti europei non hanno analizzato bene le poste in gioco inerenti a questi nuovi conflitti commerciali. Nei documenti segreti del US State Department e del Pentagono venuti alla conoscenza del pubblico durante l’Amministrazione del Presidente Bush Sr., era chiaro che la dottrina, per definizione illegale, della guerra preventiva concerneva tutti i rivali commerciali o militari del putativo impero, incluso dunque la Germania e la UE. A prova, il recente annuncio sui dazi imposti sull’importazione delle automobili negli Stati-Uniti.

Se deve dunque:

1 ) Portare la questione dell’extraterritorialità davanti alla Corte Internazionale di Giustizia della Aia in modo da fare condannare questa pratica arcaica e guerrafondaia e fare ristabilire la legalità. Per definizione, l’extraterritorialità è contraria al diritto naturale – « diritto delle genti » diceva il nostro G. Vico -, è contraria al diritto positivo, al diritto internazionale ed alla Carta della ONU, come pure delle sue Agenzie specializzate e dell’OMC. Il ricorso all’OMC è la minima delle cose.

2 ) Adottare contro-misure tariffarie o sovrattasse sulle importazioni americane nella UE almeno per potere negoziare in modo concreto.

3 ) Utilizzare i ricavi di queste sovrattasse, anche minime, in modo da compensare i danni – effettivi o potenziali – subiti dalle imprese europee.

4 ) In particolare, le entrate di queste sovrattasse potrebbero permettere la creazione di Stocks Companies nazionali, le quali permetteranno di vendere all’Iran e ad altri paesi senza dovere subire gli effetti dell’abusiva legislazione commerciale americana. Ex: Per vendere gli Airbus si creerebbe una Flying Stock Company; questa comprerà gli Airbus per rivenderli in modo indipendente ai paesi sanzionati dai Stati-Uniti – fornendo tutto il supporto tecnico necessario. Idem per i TGV con la creazione di Rolling Stocks Companies, e via dicendo.

5 ) Sopratutto si dovrebbe adottare al più presto una nuova definizione dell’anti-dumping alla OMC legata alla protezione del « reddito globale netto » dei focolari ed ai criteri di protezione dell’ambiente secondo il principio di precauzione. Vedi il mio Appello in http://rivincitasociale.altervista.org . Questa nuova definizione dell’anti-dumping potrebbe rapidamente fare l’oggetto di un accordo tra China, Russia, Gruppo dei 77 e tutti gli altri paesi interessati, incluso i Stati membri della UE. Non necessiterebbe nessuna modifica dei trattati di libero scambio attuali – cosa molto ardua visto la regola dell’unanimità all’OMC. Funzionerebbe come una regola di interpretazione mutualmente benefica. Andrebbe aggiunta la riaffermazione della « clausola della nazione più favoreggiata » per permettere pari accesso pacifico e non ideologicamente contaminato alle materie prime ed a tutti i beni e servizi scambiati internazionalmente. Emergerebbe così quasi di colpo un nuovo ordine mondiale di pace e di prosperità.

6 ) In fine, i squilibri commerciali rimandano alla produttività micro-economica ed alla competitività macro-economica di una data Formazione Sociale ed alla sua inserzione dell’Economia Mondiale. La competitività può essere mediata dallo tasso di scambio ma questo rimane sempre sovra-determinato dalla performance dell’economia reale. Perciò, sarebbe il caso di rivisitare la proposta di Oscar Lafontaine sull’alienamento delle principali monete. Già in se questo eliminerebbe tanti squilibri – ad es. all’interno del Nafta. (9) Coniugata con la nuova definizione dell’anti-dumping, questa proposta indurrebbe una grande stabilità nei scambi internazionali, favorendo anche i sforzi nazionali per raggiungere un più altro livello di sviluppo socio-economico.

Paolo De Marco

13 maggio 2018 – aggiornato il 7 giugno 2018.

NOTE:

1 ) Secondo i Principi cardini dei cruciali Accordi di Helsinki – https://it.wikipedia.org/wiki/Accordi_di_Helsinki – le frontiere dovevano essere inviolabili. In cambio, ai popoli era riconosciuto il diritto alle loro specificità linguistiche ed all’autonomia. Con il collasso dell’Unione Sovietica, gli USA affiancati dalla Nato furono i primi a violare unilateralmente questo principio. La violazione americana fu particolarmente micidiale e viziosa nella ex-Iugoslavia. Lo è oggi similarmente con l’appoggio spudorato ai fascisti ucraini. La Crimea è sempre stata parte integrante della Russia. Il 19 febbraio 1954, subito dopo la morte di Stalin (5 marzo 1953) la Crimea passò all’Ucraina come riconoscimento al suo contributo all’aspra lotta durante la Grande Guerra Patriottica. Ma questa cessione avveniva all’interno dell’Unione Sovietica. Dopo lo smembramento di quest’ultima, il ritorno della Crimea alla Russia non faceva una piega, come pure la sorte delle armi nucleari o della Flotta del Mare Nero. Si tratta, al massimo, di una questione interna che non riguarda certo i Stati-Uniti oppure la Nato. Il ruolo aggressivo dei Stati-Uniti in Palestina, sopratutto con l’illegale spostamento dell’ambasciata a Al Quds/Gerusalemme, non è neanche di buono augurio. Legalmente parlando, lo Stato di Israele esiste solo se esiste lo Stato palestinese stabilito secondo il Piano di Spartizione dell’ONU del 1947 e forse secondo altre Risoluzioni dell’ONU come la 242 e la 338.