APPELLO / APPEL / APPEAL

Posted: 4th marzo 2014 by rivincitasociale in Politica

PROEMIO - AVANT-PROPOS - FOREWORD (go to the Posts section)

« La politica non è l’arte del possibile bensì l’arte di fare emergere nuove possibilità socialmente più umane » (Marzo 1985)

                                Jure Vetere : l’unico vero tempio è la coscienza umana.

ITALIANO. Vai all’Appello

Care compagne, cari compagni,

E arrivata l’ora della rivincita sociale dei popoli, in Italia ed in Europa. E arrivata l’ora di lavorare tutte/i insieme alla nascita di Comitati cittadini per la Rivincita Sociale capaci di condurre all’emergenza del Partito della Rivincita Sociale. Questi partiti nazionali comporrebbero poi una Federazione Per l’Europa Sociale, che al suo turno farebbe parte di una Nuova Internazionale (senza cifra). Il nome mi sembra importantissimo, perché corrisponde al programma come pure alla voglia di ricatto oggi molto diffusa tra le nostre cittadine e i nostri cittadini.

A questo link troverete un Appello intitolato « E arrivata l’ora della rivincita sociale dei popoli, in Italia ed in Europa ». In riassunto il programma proposto, da dettagliare in comune, è lo seguente:

a) Una nuova definizione dell’anti-dumping – per i dettagli vedi l’Appendice dell’Appello. Nel sistema commerciale globale attuale, la base del calcolo dell’anti-dumping è il salario senza contributi sociali. Noi chiediamo semplicemente che sia il salario con tutti i contributi sociali.

b) La nazionalizzazione del credito per eliminare simultaneamente il debito pubblico ed il « credit crunch », e per toglierci il Fiscal Compact dalle spalle, assieme ai banchieri ed alle loro banche cosiddette « universali » .

c) La laicità, la parità donna-uomo e i diritti civili;

d) L’ecomarxismo, il ripristino del Territorio ed il principio di precauzione;

e) La democratizzazione dell’educazione e della cultura, ed il finanziamento pubblico della Ricerca & dello Sviluppo;

f) La fine della sovra rappresentanza socio-economica e mediatica, come pure la fine della falsa rappresentanza elettorale e democratica – cioè, la fine della falsa rappresentanza elettorale a tutti i livelli, anche al livello sindacale, a dispetto della Costituzione.

g) Il ripudio di ogni intervento estero o di guerra che non sia strettamente difensivo, assieme al ritorno allo spirito ed alla lettera della sicurezza collettiva.

Sottometto quest’Appello alla vostra attenzione, chiedendo cortesemente una risposta. Per arricchire la riflessione comune potete aggiungere un commento a questo Appello – i commenti giudicati non idonei alla deontologia scientifica o cittadina saranno cancellati. Oppure i Comitati in formazione potranno contattarmi all’indirizzo qui sotto per trovare il migliore modo di coordinamento. Mi permetto sopratutto di chiedervi la più ampia diffusione possibile dell’indirizzo di questo sito tra le vostre conoscenze, tra i vostri membri ed altri gruppi amici, almeno se giudicati che questo possa essere utile per lanciare il dibattito e creare una dinamica rivendicativa di fondo. Il sito stesso dovrebbe diventare il vettore di una creazione collettiva. L’emergenza capillare dei Comitati dovrebbe presto trasformarsi in un’onda gigantesca ed autonoma ma organica al popolo delle lavoratrici e dei lavoratori intellettuali e manovali, in breve organica a tutte le nostre e tutti i nostri concittadine/i di buona volontà.  

La rottura radicale col sistema neoliberale attuale non si fa a parole ma bensì militando e organizzandoci per cambiare l’attuale definizione dell’anti-dumping, costruendo il programma attorno a questa domande chiave. Questo renderà tutto il resto possibile.

Perciò, questa nuova definizione deve ricevere priorità assoluta anche perché, interiorizzandone la logica, si muterà radicalmente il « senso comune » della gente, e si creerà gli anticorpi ideologici – nel senso nobile del termine – necessari al nostro popolo, aprendo così la strada alla concezione pratica di un nuovo modello sociale, sostenuto dall’evidenza scientifica, come pure dai principi cardini della nostra Costituzione. Su questa base risulterà possibile costruire una vasta alleanza di classi in vista di « una riforma democratica rivoluzionaria », tranquilla ma capace di andare alle radici dei problemi che confrontano il nostro Paese e la nostra gente.

Alcune/i di voi mi conoscono già tramite le mie e-mail inviate a [email protected], e forse anche grazie al mio sito www.la-commune-paraclet.com. Da qualche mesi, ho effettuato il mio rimpatrio in Italia, a San Giovanni in Fiore, nella mia città nativa in Calabria, col desiderio di essere utile al lavoro di militanza e di organizzazione comune, oggi più urgente che mai.

Vostro,

Paolo De Marco

Per contattarmi: [email protected]

Il venerabile vecchio Arco costituzionale ha funzionato a pieno per la difesa della Costituzione, nata dalla Resistenza, che andava ovviamente di pari passo con un voto anti-Renzi-Gutgeld. Rimane l’illegittimità del congelare la legge finanziaria benché sia già contestata dalla Commissione europea. Prevale quindi l’attitudine a-democratica di andare comunque contro le chiare indicazioni espresse dal popolo sovrano.

Questo voto di sanzione fu spettacolare. (1) Se il risultato nel Trentino potrebbe essere spiegato con la deriva della « devolution regionale » – federalismo competitivo aggiunto al fallito federalismo fiscale – contenuta nell’Articolo 116 della controriforma renzi-gutgeldiana (2), i risultati in Emilia Romagna e in Toscana dimostrano tutta l’insidiosa perversità della falsa rappresentanza e della sovra-rappresentanza socio-politica e culturale, derive oggi esacerbate in Italia. (3) Per fortuna, la stragrande maggioranza dei giovani hanno ripudiato le prese in giro del Jobs Act, della cosiddetta Garanzia giovane, della privatizzazione rampante delle scuole e delle università – « buona scuola » (?) ecc. La strategia condiscendente delle noccioline « americane » e del nudging economico ha dimostrato tutta la sua inettitudine culturalmente congenita. 

Per il Jobs Act e per il mio giudizio iniziale sul governo Renzi, personalità di dubbioso tenore mai eletto dal popolo italiano in quanto Presidente del consiglio, vedi i vari articoli su questo medesimo sito. Per quello che riguarda la sua « eminence grise » – ovvero in italiano la sua « anima dannata » (?) – vedi la mia critica di Gutgeld (4). In questo Renzi fu solo una espressione peggiorata della denaturazione delle nostre « elite » spinelliane, sevi in camera ubbidienti e « useful idiots » nella strategia del « ritorno » alla società della nuova domesticità e della nuova schiavitù. E proprio la chutzpah di questo ultimo, la stessa chutzpah della JP Morgan et al., contro le costituzioni nate dalla Resistenza che fu sconfitta con questo referendum costituzionale. Perciò il referendum costituzionale italiano del 4 dicembre 2016 è molto più importante del Brexit o degli altri eventi politici recenti di questa natura.

Sembra pero che non hanno ancora capito. Bisognerà insistere. Su base ugualitarie e scientifiche, espressione per me ridondante. (5)

Vostro,

Paolo De Marco.

Note:  

  1. http://tg24.sky.it/tg24/politica/mappe/la-mappa-del-voto-del-referendum-costituzionale–i-comuni.html
  2. vedi Categoria Costituzione in questo medesimo sito.
  3. Su questi due concetti vedi « L’Appello ». Vedi pure i vari articoli nella Sezione Italia del sito www.la-commune-paraclet.com, in particolare  San Francesco “padrone” d’Italia, Fiore e Marx compagni del mondo, come pure «  Le nuove forme di democrazia socialiste da inventare » in « Salvare il Partito comunista dai suoi nemici interni »,
  4. Vedi l’articolo pertinente in italiano nella Sezione Critique de Livres-Book reviews, in www.la-commune-paraclet.com
  5. Rimando qui alla mia « Introduzione metodologica » ed al mio » Compendio di economia politica marxista » ambedue liberamente accessibili nella sezione Livres-Books del sito www.la-commune-paraclet.com 

Vedi pure: « Jobs Act, 80 euro, referendum: parabola del governo Renzi. FOTOSTORIA » http://tg24.sky.it/tg24/politica/photogallery/2016/12/05/governo-renzi-fotostoria.html?ref=virgilio#1

 

La manifestazione indetta dal Comitato Cittadino per il Lavoro Dignitoso e dall’Associazione La Voce di Fiore è aperta a tutte/i, istituzioni, partiti, sindacati e organizzazioni varie della società civile.

Il Corteo partirà dal Piazzale « SIMET » alle ore 9:00.

Vedi sotto: a) Il volantino: « Le ragioni dell’iniziativa »; b) una copia del manifesto.

1)   VOLANTINO

INSIEME PER IL FUTURO DI SAN GIOVANNI IN FIORE

LAVORO, SANITÀ E DIRITTI sono fondamentali per la sopravvivenza della comunità di San Giovanni in Fiore, che è il centro montano più popoloso d’Europa.

Il futuro comune dipende dalla nostra capacità di unire le forze, di reagire, di proporre e imporre misure efficaci per la nostra montagna.

La crisi finanziaria ed economica sta aumentando l’emigrazione, riducendo i servizi e cancellando i diritti.

Lo spopolamento è sotto gli occhi di tutti, a San Giovanni in Fiore. Chi parte, difficilmente ritorna. I pullman sono pieni; ormai nonni, genitori e figli prendono la direzione nord. È una storia triste, stiamo perdendo risorse, ricchezze e speranze.

Manca il lavoro, non ci sono opportunità, i servizi sanitari sono tagliati ogni giorno e si stava meglio prima. Il progresso ha portato disagi, carenze e disperazione. Per questo non possiamo permetterci di tacere o di rimanere a casa a guardare.

Serve uno sforzo, da parte di tutti, indipendentemente dalle rappartenenze e dalle opinioni politiche. Occorre un’azione popolare, civile ma decisa. Dobbiamo puntare sull’occupazione, sull’aiuto ai più deboli, sulla ripresa dell’economia e sulla buona sanità, altrimenti non ci resta che andare via.

La Costituzione repubblicana prevede, all’articolo 44, che la legge disponga provvedimenti a favore delle zone di montagna. Ciononostante, la nostra bella San Giovanni in Fiore è trattata come se non fosse sopra i mille metri e come se non avesse tutte le difficoltà correlate.

Invitiamo tutti, nessuno escluso, a partecipare alla manifestazione del 26 novembre, che vuole essere il punto di partenza per difendere il diritto di vivere dignitosamente nella nostra terra.

C’è sviluppo vero soltanto se stiamo bene tutti.

“Comitato cittadino per il Lavoro dignitoso” e “La Voce di Fiore” 

2)   IL MANIFESTO DELLA MANIFESTAZIONE.

Oltre al sito Facebook di Emiliano Morrone, vedi questo eccellente articolo, il quale include i 7 progetti presentati dal Comitato:

« Fondi per creare lavoro, 230 corsi per 5.500 disoccupati. Protesta dal Prefetto di Cosenza: “A cosa servono?” »

 RedazioneNov 04, 2016CosenzaNessun commento

L’assessore Roccisano non si è presentata all’incontro mentre i disoccupati dopo aver illustrato le drammatiche condizioni economiche in cui vivono e l’urgenza di creare posti di lavoro hanno fatto notare che le loro proposte sono state ignorate. E hanno ripresentato i progetti.

http://www.quicosenza.it/news/le-notizie-dell-area-urbana-di-cosenza/cosenza/118849-fondi-per-loccupazione-220-corsi-per-5-500-disoccupati-protesta-dal-prefetto-di-cosenza-a-cosa-servono

Aggiornamento:

8 novembre 2016 : invio, in nome del Comitato, della sollecitazione intitolata « Disoccupati di San Giovanni in Fiore del Comitato cittadino per il lavoro dignitoso, sollecitazione per tavolo tecnico della Regione Calabria » a cura di Emiliano Morrone.

20 novembre 2016 : Non abbiamo ancora ricevuto nessuna risposta da parte del Comune o della Regione per quello che riguarda l’apertura del tavolo tecnico, benché questa sia stata concordata tra tutte le parti presenti alla riunione del 3 novembre 2016 tenutasi sotto l’egida del Prefetto di Cosenza.

Come concordato durante lo stesso incontro, il Comitato ha anche portato all’attenzione della Prefettura il caso delle persone in deroga. Molte di queste persone sono in deroga da più anni ma non sono stati pagati ormai da parecchi mesi. Questo avviene nel contesto della soppressione prevista a gennaio 2017 della deroga.

Il Comitato ribadisce che non è concepibile: a) che il dovuto non sia pagato, e di preferenza in tempo, oppure con gli interessi accumulati; b) che si continua a proclamare diritti senza copertura, inclusi diritti sociali essenziali, cosa purtroppo anti-costituzionale oggi in Italia, Paese dove la famigerata riforma relativa al pareggio di bilancio (Art 81) impone che per ogni legge o decreto siano previste le coperture adatte.

Il Comitato Cittadino per il Lavoro Dignitoso.

Le CETA, cheval de Troie du TTIP

Posted: 31st ottobre 2016 by rivincitasociale in Internazionale, Politica

Chères camarades, chers camarades,

Le traité CETA (Comprehensive Economic and Trade Agreement) (a) est essentiellement un cheval de Troie pour le TTIP, et ce plus encore dans le cadre du Brexit.

Selon toutes les études, le TTIP n’ajoutera rien ou presque au volume des échanges internationaux. (b) Le CETA encore moins ! Par conséquent, il est clair que ce qui est véritablement en jeu n’est rien d’autre que l’ouverture des marchés nationaux des services – sociaux et autres – au capital transnational.

Ceci vaudra au niveau local. Or, après 35 ans de contre-réforme reaganienne-thatchérienne, l’essentiel des investissements publics qui soutiennent encore la croissance – et le niveau de vie des gens – relève aujourd’hui des collectivités territoriales. Tous les services publics résiduels (mal nommés « biens communs » (c) ) sont donc en danger de démantèlement. Ce démantèlement vaudra également pour les règles et les normes – y compris lorsqu’elles seront contraires au principe de précaution car freinant la logique du profit des transnationales et des entreprises privées en général. Dans un tel contexte délétère, le tribunal des différends prévu penchera encore plus que la Tour de Pise mais uniquement du côté du capital. Ceci aggravera fatalement les conséquences sociales néfastes découlant déjà de la promotion de « la concurrence libre et non faussée » déjà inscrite dans le traité de fonctionnement de l’UE.

Les soi-disant « Clauses interprétatives », genre CETA, ne changent rien à cela puisque les Etats n’ont pas fait valoir le principe sacrosaint selon lequel les entreprises publiques n’ont pas à répondre à la loi de la concurrence puisqu’elles répondent à des besoins sociaux collectifs et à l’intérêt national. En outre, les Etats européens actuels n’ont même pas jugé bon rappeler à la Commission européenne que les Affaires sociales – donc le droit du travail, les pensions, la santé etc. – relèvent d’une compétence nationale exclusive selon le Traité de fonctionnement de l’UE.

On se rappellera que Cameron avait tenté de négocier des exemptions  avant de lancer son référendum, cherchant à se placer ainsi dans une optique gagnant-gagnant. C’est pourquoi l’UE, aujourd’hui vendue à la « gouvernance globale privée » néolibérale-monétariste, octroya sans broncher toutes les exemptions demandées. L’optique n’est plus celle de l’intégration européenne classique – l’Europe sociale fondée sur l’Europe des Etas-nations, berceaux de la démocratie entendue comme souveraineté des citoyennes/citoyens – mais celle d’une Europe subordonnée à un espace de libre-échange transatlantique spinellien, sans autonomie politique et sans autonomie au niveau de la défense.

Dans un tel espace, le suffrage universel redeviendra de plus en plus censitaire et subordonné à la démocratie d’actionnariat. On passera de : 1 électrice/électeur = 1 vote, à 1 euro = 1 vote. Cette régression, une fois tolérée, sera très difficile à renverser.

Les électrices et électeurs britanniques en ont décidé différemment en exerçant leur droit démocratique lors du référendum. Il reste donc à l’UE du capital à passer outre à ce vote. Comment ? D’abord en tordant les bras à la Wallonie pour lui faire accepter le CETA au niveau de son parlement régional. En effet, les parlements européens qui devront se prononcer pour ratifier l’accord, tout comme le parlement canadien, sont déjà fortement épurés et ils passeront docilement outre aux vœux de leurs électrices et électeurs.

Il reste une seule solution pour bloquer le CETA et le TTIP qu’il annonce. Cette solution se décline en deux variantes référendaires :

1) exiger que la ratification soit soumise à référendum dans chaque pays membre ;

2) tenir un référendum européen sur la question.

Simultanément, il faut lancer un vaste débat européen et mondial sur la nécessité d’adopter une nouvelle définition de l’anti-dumping à l’OMC capable de protéger les droits des travailleurs, les services sociaux et l’environnement. Voir à ce sujet mon « Appel » dans http://rivincitasociale.altervista.org .

Ne pas le faire reviendra à une collaboration avec les tenants du paradigme socio-économique dominant bien qu’aujourd’hui il soit mis en échec par la réalité partout et de ceci manière patente.

Votre,

Paul De Marco

Notes :

a)    Voir par exemple : « Au cœur du CETA », épisode 1 : les tribunaux d’arbitrage menacent-ils la démocratie ?

« Le Monde » et le site allemand Correctiv se plongent dans l’accord entre l’Europe et le Canada.

« Au cœur du CETA »

Toute la semaine, Le Monde et correctiv.org se plongent dans les 2 000 pages de l’accord commercial CETA, conclu dimanche 30 octobre entre l’Union européenne et le Canada, pour tenter de savoir si les craintes de ses opposants sont fondées ou non.

Notre premier épisode se concentre sur les tribunaux d’arbitrage qui vont permettre aux entreprises d’attaquer les gouvernements en dehors des juridictions publiques traditionnelles.

b) Sur le TTIP voir http://rivincitasociale.altervista.org/traite-transatlantique-fusions-du-capital-transnational-et-necessaire-nouvelle-definition-de-lanti-dumping/

c) Voir le chapitre « Biens publics: sauvons ce qui peut encore être sauvé » dans Tous ensemble, librement accessible dans la Section Livres-Books du site www.la-commune-paraclet.com

Contributo dato durante l’incontro tenutosi l’8 ottobre 2016 nell’ex-convento francescano di Pedace, nel Cosentino, promosso dal segretario della FIOM Calabria, Massimo Covello.

Premessa: La Battaglia delle Idee è altrettanto importante come la lotta sindacale o politica. Fa parte della lotta di classe. Vi è una grande differenza se l’informazione viene raccolta e articolata sotto forma di programmi da narratori, con o senza « Premio Nobel » di economia, oppure se viene raccolta e articolata in modo scientifico. Il marxismo è scientifico se non non esiste e vice-verso. Permette al proletariato di pesare con la propria testa nell’interesse comune. La scienza, al contrario delle narrazioni, è fondata sull’uguaglianza di tutte/i gli interlocutori. Partendo dal concreto, cioè il contratto di lavoro, proponiamo qui una critica definitiva del paradigma borghese dominante in materia di relazioni industriali e sociali moderne e di democrazia sindacale.  

La base economica si trova nel Compendio di economia politica marxista nella Sezione Livres-Books del sito www.la-commune-paraclet.com )

Per capire l’evoluzione della società capitalista e delle sue epoche di ridistribuzione storiche, importa capire quella del contratto di lavoro e quella della produttività, cioè della capacità di produrre più merci e servici nel stesso tempo con meno lavoratori.

La questione fondamentale diventa allora: come assorbire la manodopera « liberata » dalla produttività crescente?

Con lo Stato Sociale questo avveniva tramite la spartizione dei benefici della produttività tra capitale e lavoro, e grazie all’introduzione di nuovi settori e di settori intermediari intensivi in manodopera – automobile e trasporto, elettrodomestici, aeronautica ecc. Erano settori trainanti perché dipendenti da altri settori per il loro approvvigionamento, e perché necessitavano un grande indotto.

Oggi i benefici degli incrementi di produttività non vengono più spartiti. Secondo i dati dall’OCSE 2012, la parte del valore aggiunto totale devoluta al lavoro diminuì del 9% tra il 1990 e il 2005. In Italia, si arresta ora attorno al 55 % del totale. 

I nuovi settori sono sempre più intensivi in capitale in modo che l’assorbimento della manodopera non avviene più come prima. Nel secondo trimestre del 2016, secondo l’ISTAT, il tasso di occupazione in Italia era del 57,3 %  – rimane ancora vicino al 80 % nei paesi del Nord Europa. In Calabria, il tasso di occupazione è del 39,8 % – ovvero, 50,6% per gli Uomini e 29,3 % per le Donne. Solo che ISTAT da le statistiche in modo poco chiaro; a parte la questione metodologica delle interviste, usa le classe di età 15-64 anni e altre volte 15 e oltre, mentre oggi l’età pensionistica è stabilita a 66 anni e 7 mesi.

Secondo un recente studio del Forum Mondiale di Davos intitolato « The Future of Jobs » tra il 2015 e il 2020, i 15 paesi più importanti dell’OCSE subiranno una perdita netta di 5 milioni di posti di lavoro, cioè – 7,1 milioni e + 2,1milioni. (Tutti i studi prospettivi confermano la tendenza anche se con stime diverse. Ad esempio nel 2013, Carl Frey e Michael Osborne per la Oxford Uni. stimarono la perdita potenziale di posti di lavoro dovuta alla robotizzazione e agli algoritmi a 47 % nei Stati Uniti. In un studio del 2016, Andrew McAfee e Erik Brynjolfesson del MIT stimano la perdita a 9 % per i 21 paesi dell’OCSE, il che significa comunque oltre 2 milioni di posti di lavoro perduti per la Francia e quasi lo stesso numero per l’Italia.)(I)

Fra poco la questione chiave diventerà allora: se tendenzialmente 20 % o 30 % della popolazione attiva basterà per produrre tutto quello che c’è da produrre, cosa fare con i rimanenti 80 % o 70 %? Non si tratta di questione di fantascienza: In Calabria la questione è già di attualità immediata.

Esistono solo due soluzioni:

A) Ritornare a politiche economiche e di lavoro attive e dividere il lavoro socialmente disponibile tra tutte/i le cittadine/i idonei al lavoro come fece, con grande successo, la « gauche plurielle » in Francia quando introdusse la settimana lavorativa di 35 ore. In questo quadro serve pure ritornare alla tendenza secolare di abbassamento dell’età pensionabile sopratutto per i lavori usurati e aumentare i giorni festivi, inaugurando una repubblica del lavoro dignitoso e del tempo libero. Questo permetterebbe il ritorno al sistema nel quale l’assicurazione sociale viene vissuta come un diritto sociale fondamentale sancito nei primissimi articoli della Costituzione.

B) Oppure spartire la povertà crescente tra le masse popolari, nuovamente concepite come classe pericolose, in uno « ritorno » pianificato all’oscurantismo della società della nuova domesticità e della nuova schiavitù salariale – buona scuola, traduzione in italiano del Patriot Act US crociato, Jobs Act, ISE indegno ecc. In questo quadro domina l’assistenza sociale caritativa, stigmatizzante e spesso confessionale. Sfortunatamente l’Italia – « una volta ancora » come negli anni 20 e 30 – si pone all’avanguardia di questo processo regressivo.

Si tratta di uno processo di smantellamento neoliberale monetarista dello Stato Sociale e della sua Costituzione, nata dalla Resistenza, ovvero dello smantellamento di tutte le conquiste popolari democratiche realizzate sin dal Dopo-Guerra.  

Dopo avere descritto l’emergenza e la consolidazione dello Stato Sociale, descriverò quelle dello Stato minimo neoliberale monetarista attuale, concentrandomi sull’evoluzione del contratto di lavoro.

In conclusione, vedremo come questa epoca neoliberale monetarista cerca disperatamente salvare la pelle dall’inevitabile declino sanctuarizzando le sue narrazioni e le sue regole anti-economiche nella contro-riforma costituzionale. Lo fa secondo gli auspici dei poteri forti domestici ed internazionali. Questi sono emblematicamente rappresentati da Yoram Gutgeld, un israeliano-italiano, attuale Dottore Forbici della Spending review e autore del programma del PD del non-eletto Renzi, e da Filippo Taddei, preso in prestito dalla John Hopkins americana di Bologna. Durante la guerra fredda questa istituzione nel cuore dell’Italia Rossa aveva anche altri compiti. Se Gutgeld deve rimanere famoso per avere chiesto : che differenza c’è tra un contratto a tempo indeterminato e un contratto a tempo determinato con licenziamento facile, il Taddei partecipò alla traduzione in italiano del contratto unico – contrat unique – di Jean Tirole nel già fallito Jobs Act.

Cominciamo con l’emergenza e il consolidamento dello Stato Sociale visto sotto l’angolo del contratto di lavoro e dello sviluppo delle relazioni industriali moderne.

Il contratto di lavoro è la base fondamentale di tutto l’edificio socio-economico micro e macroeconomico di qualsiasi Formazione sociale, e ne riflette la relativa coerenza come pure la forma di inserzione dell’Economia Mondiale Capitalista.

La funzione di produzione scientifica, cioè il processo di produzione immediato, comprende 4 termini:

     1) « c », il capitale costante – macchine, organizzazione della produzione.

     2) « v », il capitale variabile – ovvero la forza di lavoro.

    3) « pv », il profitto.

    4) « p », il prodotto – merci o servizi. 

Con Adam Smith, padre dell’Economia Politica Classica, la funzione di produzione, giustamente fondata sul carattere cruciale del lavoro umano, si limitava ai tre termini, capitale + lavoro = prodotto, in tal modo che la genesi del profitto non poteva essere spiegata. Smith lo riconobbe lui stesso con grande onesta nella sua opera maggiore scrivendo che « il capitalista ama raccogliere la dove non ha mai seminato. » 

Il profitto non può venire dall’astinenza del proprietario dei Mezzi di produzione – es l’Etica protestante di Max Weber ecc.  Non può neanche venire dalla presa di rischio del capitalista, un processo non organico, naturalmente evanescente dato la competizione, e comunque eliminato dalla risultante inflazione dei prezzi.

Il profitto proviene dallo sfruttamento della forza di lavoro: in effetti, con il contratto di lavoro, il padrone acquista legalmente il diritto di fare lavorare il lavoratore per un dato tempo in date condizioni, diciamo 8 ore al giorno. Se durante questo tempo 4 ore bastano per comprare tutte le merci e servizi necessari alla ricostituzione delle forze mentali e fisiche del lavoratore, il prodotto delle 4 ore supplementari, o sovra-lavoro, sarà intascato dal padrone come profitto. 

Perciò, il contratto di lavoro contiene tutta la logica organica del sistema e delle sue lotte di classe per la spartizione tra capitale e lavoro del prodotto del sovra-lavoro.

Ma la storia non finisce qui:

Il fatto sta che il lavoratore appartiene ad una specie a riproduzione sessuata. Non gli basta riprodursi come forza di lavoro a disposizione del padrone per potere ricominciare un’altra giornata di lavoro. Deve pure riprodursi come classe lavorativa, cioè in quanto proletariato, nel seno di focolari di taglie diverse, dunque con bisogni diversi.

Tutte le lotte di classe, tutte le battaglie politiche per la spartizione della sovrappiù socialmente disponibile tra profitto capitalista e reddito del lavoro trovano la loro origine qui.

Possiamo riassumere la situazione con il concetto di « reddito globale netto » dei focolari, il quale comprende:

a) il salario individuale capitalista

b) il salario differito – cioè, principalmente gli ammortizzatori sociali e le pensioni finanziati con i contributi sulla busta paga lorda. 

c) i trasferimenti di risorse ai focolari sotto forma di accesso universale ai programmi sociali e alle infrastrutture pubblici. Il che rimanda alla fiscalità.

Al contrario di quello che pretende la teoria economica borghese in tutte le sue nuance sin da J. B. Say e Léon Walras, il lavoratore non è un fattore di produzione come un altro e non può essere liquefatto in forma monetaria e scambiato con un semplice clic su scala globale. In oltre, la precarietà non favorisce l’attrattività della Formazione sociale come sembra credere l’attuale Ministero dell’Economia e delle Finanze quando vanta i vantaggi del basso costo di lavoro italiano agli investitori stranieri. Da Alfred Marshall alle teorie moderne dei tecnopoli tutti sanno che i fattori di localizzazione delle imprese sono ben altri, essendo legati alla produttività e alla competitività, come pure all’ambiente culturale e paesaggistico delle regioni e dei Paesi considerati. La connessione di Gioia Tauro al nuovo Tunnel del San Gottardo sarebbe ben più utile.

Oltre a doversi riprodurre nel seno di un focolare, il lavoratore non lavora per fare piacere al padrone, lavora per vivere. Nella sua opera maggiore La Grande trasformazione, Karl Polanyi parlava di « livelihood » criticando la fredda tendenza del capitale a reificare ed a de-socializzare – anzi a disumanizzare – il lavoratore. Forgiò per questo il concetto di « disembedding ».

In quanto essere umano, con il suo diritto al lavoro, il lavoratore deve potere fare crescere e educare i suoi figli e proteggersi assieme alla sua famiglia contro i disaggi causati dai periodi di inattività dovuti a ragioni fuori del suo controllo – accidenti sul lavoro (una vera e propria ecatombe in Italia), malattia, vecchiaia, crisi economiche ecc. 

Il suo interesse personale sta nel fare crescere, oltre al potere di acquisto del suo salario individuale, i due altri componenti del « reddito globale netto ». 

Al contrario, il capitalista, come individuo e come classe sociale, vorrebbe sempre ridurre il reddito del lavoratore al solo salario individuale, considerando il lavoratore come una merce qualsiasi, come un costo. Nel migliore dei casi, lo fa incrementando la produttività reale della sua impresa. Ma spesso questo processo impegnativo – investimenti e R&S – viene compiuto sostituendo il semplice costo di lavoro al costo di produzione, benché solo quest’ultimo risultasse cruciale per sopravvivere contro la competizione nel medio e lungo termine. 

Il capitalista crede che l’offerta capitalista crea la domanda necessaria, in altre parole crede che quando esiste un bisogno da soddisfare il mercato sa soddisfarlo. In realtà, il sistema capitalista soddisfa soltanto i bisogni solvibili; ecco perché, quando non vengono presi in carica dallo Stato, i bisogni sociali essenziali vengono disattesi malgrado l’ingente spreco capitalista che non concerna solo  l’iper-sviluppo del settore del Lusso. Quando i servizi sociali sono privatizzati l’utente diventa un mere cliente degno di attenzione solo se è capace di pagare. Al contrario, già nel suo Manoscritto parigino del 1844 e poi nelle Equazioni della riproduzione Semplice ed Allargata nel Libro II del Capitale, Marx analizzò la « domanda sociale » necessaria alla riproduzione armoniosa del sistema. Con la sua comprensione del fatto che, per
mass-produrre le sue automobili, i suoi operai dovevano potere comprarle, H. Ford sembra essere una eccezione. Troppo spesso quando si parla con leggerezza di « fine del Fordismo » si confonde il Fordismo – cioè l’aspetto riproduzione – con il taylorismo, il quale rimanda alla ricerca tecnica della produttività nel processo di produzione immediato.

Dal lato del lavoro, questa evoluzione del contratto di lavoro corrispose allo sviluppo delle relazioni industriali e della democrazia sindacale, in accordo con i principi cardini della Costituzione del 1948 – diritto al lavoro, solidarietà nazionale, diritti di organizzazione sindacale ecc. -, con il suo carattere di economia mista – Art. 41 – e con l’Articolo 99 che istituì il CNEL, cioè l’istituzionalizzazione della concertazione sociale con l’obbiettivo di affiancare la pianificazione strategica, ovvero l’intervento dello Stato per favorire un equilibrio dinamico più o meno armonioso.

Se già negli anni 1920 – e prima ancora con Bismarck alle prese con la potente sociale-democrazia marxizzante tedesca – Lord Beveridge aveva concepito i diritti del mondo del lavoro come diritti sociali umani fondamentali e, nello stesso tempo, come utili ammortizzatori socio-economici in tempo di crisi, negli anni 30 la borghesia cominciò a capire le conseguenze della concentrazione e della centralizzazione del capitale. 

Ad esempio, già negli Anni 2 Gardiner Means, un teorico destinato ad influire sul New Deal americano, descrisse quello che chiamò le Big Corporations. (Anni prima, Hobson, Hilferding avevano già analizzato l’emergenza del capitale finanziario …) Così, la realizzazione dello strapotere del capitale finanziario, così diverso del botteghino e del macellaio del rione, attori della concorrenza perfetta classica e del suo liberalismo politico, portò la borghesia a teorizzare la necessità di contrappesi per salvare il sistema dai suoi propri « spiriti animali » – secondo l’abile frase di Keynes.

Ad esempio, John Galbraith concepì due istituzioni capaci di giocare questo ruolo: da un lato, la tecnostruttura necessaria per permettere l’intervento ragionato dello Stato capitalista nell’economia e, dall’altro lato, l’emergenza di sindacati forti ma disciplinati. Con le loro negoziazioni settoriali, di industria e aziendali, questi potevano utilmente equilibrare la costellazione delle forze nelle grandi imprese senza nuocere alla loro produttività micro-economica e alla loro competitività macro-economica.

Dal lato del capitale, l’evoluzione del contratto di lavoro progredì in parallelo con quella, contraddittoria, della « scienza » economica dominante.

L’aumento del potere di acquisto del salario individuale sosteneva la domanda interna per oltre il 70 % nei Stati Uniti e oltre il 60 % in Europa – senza tenere conto dei programmi sociali più socializzati ma più efficienti in Europa.

Lo sviluppo del salario differito era intimamente legato ad una migliore comprensione dei circuiti virtuosi del capitale legati all’emergenza dei programmi sociali, ad esempio i fondi pensioni contributivi o per ripartizione. In oltre, operava come importante fattore di stabilizzazione anti-ciclico.

Tramite Piero Sraffa, ispirata da Gramsci a sua volta ispirato da Marx, Keynes aveva capito l’importanza primordiale dei circuiti del capitale legati ai tre componenti del « reddito globale netto » dei focolari, cioè il consumo immediato, i contributi sociali e le tasse dirette e indirette. Non per niente, la sua opera maggiore pubblicata in piena Grande Depressione nel 1936, era intitolata  Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta. Il pieno impiego a tempo pieno – benché con frizioni stagionali – e l’eutanasia del rentier – cioè in termini pratici la segregazione funzionale dei 4 pilastri del mondo della finanza, banche di depositi, banche commerciali, assicurazioni e casse mutualistiche o credit union – dovevano regolamentare il capitalismo e assicurare una domanda aggregata effettiva, almeno sufficiente per garantire la riproduzione stazionaria del sistema. Harrod, il suo biografo della Oxford University, si ispirò poi dall’esperienza sovietica per dinamizzare il sistema concepito da Keynes.  

Questi circuiti del capitale legati alla struttura del « reddito globale netto » dei focolari sono importantissimi. Diedero luogo ad aspre battaglie per determinare come i fondi accumulati disponibili, ad esempio nei fondi pensioni, venissero utilizzati. In effetti, in un modo o nell’altro – fondi contributivi o sistema per ripartizione europeo – furono sempre controllati dallo Stato capitalista eretto come arbitre parziale tra il capitale e il lavoro.

Notiamo che prima dell’istituzionalizzazione di questo risparmio salariale, le misure di assistenza sociali ad hoc dello Stato liberale pre-Stato Sociale, costavano molto di più rispetto alle spese pubbliche legate allo Stato sociale. (ad es. le iniziative inoperanti di Hoover vs il New Deal di FDR) Oggi assistiamo al ritorno a quello spreco assistenziale anti-economico.

A contrario, sottolineiamo l’isteria della borghesia svedese, malgrado le sue pretese sociale-democratiche, quando fu confrontata con la pubblicazione del Piano di Rudolf Meidner nel 1976 a favore di Fondi Operai. Se fossero stati adottati, la rapida accumulazione dei contributi avrebbe permesso alla classe operaia di controllare oltre il 52 % dei Mezzi di produzione in meno di 20 anni.

La terza parte del « reddito globale netto » dei focolari rinvia all’evoluzione della fiscalità verso una forma più repubblicana e progressista, ma con una generalizzazione delle tasse sui redditi del lavoro, del capitale e sulle successioni. Il che ci rimanda all’intervento pianificato dello Stato per mezzo dello
sviluppo della fiscalità moderna e del credito pubblico. Questo sistema fiscale riuscì a reggere fino alla contro-riforma volckero-reaganiana e thatcheriana lanciata tra il 1979 e il 1982. 

Nel Dopo-Guerra, la rivoluzione fiscale vide la generalizzazione delle tasse dirette sui redditi del lavoro e del capitale, assieme ad una imposizione più alta delle successioni nel quadro di un sistema formalmente progressista. Il divario tra alti e bassi salari era di 1 a 14, mentre all’inizio del Millennio Maurice Allais aveva denunciata una ineguaglianza di 1 a oltre 400-500 volte. Oggi si cammina a passi di giganti verso una fiscalità interamente regressiva che aggrava le disuguaglianze tra redditi e patrimoni.

La forza di intervento dello Stato Sociale veniva anche dal carattere pubblico o sotto controllo pubblico della Banca Centrale e dunque della maggiore parte del credito. Fu così possibile finanziare rapidamente la Ricostruzione del Dopo-guerra, assieme a tutte le imprese pubbliche giudicate strategicamente necessarie. 

La ricerca naturale di una maggiore coerenza sistemica si fracassò contro gli interessi di classe della borghesia con l’aggravio delle contraddizioni crescenti nella teoria economica dominante che portò alla sostituzione del keynesianesimo e delle teorie europee della regolamentazione economica con la teoria neoliberale monetarista.

In realtà, se Keynes fu celebrato come un genio dalla borghesia mondiale, almeno finché la Unione sovietica fu risentita come un pericoloso esempio per le classi lavorative occidentali, non fu mai realmente messo in pratica. Quello che prevalse fu la cosiddetta teoria del « keynesianesimo bastardo », ovvero una sintesi neoliberale regressiva dovuta essenzialmente a Irving Fisher, Hicks, Paul Samuelson e Robert Solow. 

Questa sintesi neoliberale messe da parte le lezioni della Grande Depressione e ritornò in modo regressivo all’assioma fallito del pieno impiego creato automaticamente dal mercato e dalla « mano invisibile ». Il fatto sta che il mercato capitalista non può raggiungere automaticamente il suo equilibrio assicurando automaticamente il pieno-impiego anche se, come pretende R. Solow (1956), questo « razor-hedge equilibrium » fosse basato sulla soglia fisiologica per i lavoratori. Non solo questa soglia neo-malthusiana non esiste, ma questa logica – J. B. Say, Walras, Solow ecc – è fondata sopra un errore madornale che consiste ne credere che per ogni bisogno ci sarà un offerta. L’offerta suppone una domanda solvibile. In effetti molti bisogni umani essenziali vengono ignorati dal capitalismo, una evidenza che si verifica tutti i giorni costatando gli ingenti sprechi capitalisti in un contesto di ineguaglianze esasperate– incluso per l’impronta ambientale – mentre i servizi sociali essenziali vengono sempre più sacrificati. Ad esempio, pochi anni fa, i Stati Uniti rifiutarono di riconoscere che la protezione contro la fame fosse un diritto sociale fondamentale.

Con la sua equazione risparmio = investimenti, questa sintesi dimostrò di non avere capito nulla relativamente all’importanza del risparmio operaio istituzionalizzato col salario differito e operando come circuiti virtuosi del capitale. In oltre, non aveva nemmeno capito la differenza tra credito, autofinanziamento delle imprese e risparmio dei focolari.

Questo si rivelò gravissimo. Già per cominciare, nessuna versione del marginalismo fu mai capace di distinguere tra profitto e interesse. L’interesse bancario-finanziario viene sempre dedotto dal profitto creato nell’economia reale. Il marginalismo non sa neanche distinguere tra interesse classico e interesse speculativo. Eppure, la discrepanza spiega la periodicità dei cicli economici causati dalle espansioni e dalle contrazioni settoriali erratiche (le cosiddette « bolle speculative »), ma mai spiegate dal paradigma marginalista, proprio perché prende l’assioma della « mano invisibile » sul serio, senza badare che l’accesso differenziale delle imprese al credito dipende, in genere, dalla loro importanza respettiva.

Fine alla contro-riforma volckero-reaganiana con la sua deregolamentazione finanziaria, la connessione tra economia reale e credito fu mantenuta essenzialmente grazie alla segregazione funzionale dei 4 pilastri del mondo bancario-finanziario, e con le purghe periodiche effettuate dai cicli economici. Questi 4 pilastri erano le banche di depositi, le banche commerciali, le assicurazioni e le casse mutualistiche, tutte mantenute sotto controllo dal ratio prudenziale e dalla banca centrale.

Queste regole furono progressivamente smantellate a partire degli anni 80, un processo che culminò nell’abrogazione del Glass Steagall Act nel 1999, causa maggiore dell’emergenza della speculazione egemonica e della crisi delle subprime nel 2007-2008.

Con la nascita della cosiddetta banca universale – lo sportello unico -, il settore bancario-finanziario si istituì come settore autonomo vero e proprio, dunque con una « produttività » molto superiore agli altri settori dell’economia reale, segnati da un rapporto capitale/massa salariale più sfavorevole.

In questo modo, l’interesse speculativo giocò il ruolo del profitto. Tramite la mobilità del capitale, il settore con la più alta « produttività » determina la forza relativa delle frazioni del capitale assieme ai prezzi relativi dei beni e dei servizi. I livelli insostenibili per l’economia reale del ROE – return over equity – simboleggia questa distruttiva relazione asimmetrica. Per sopravvivere una gran parte dell’industria dovette esternalizzare e espatriarsi. Nella sola UE, il divario tra bassi e alti salari varia tra 4 euro e 41 euro!!! (Italia con 20 euro è all’undicesimo (11e) posto nella UE ) (2)

Similarmente, lo Stato Sociale era debilitato sin dall’inizio con la creazione del nuovo ordine mondiale e commerciale post-bellico, posto saldamente sotto egemonia americana. Alla fine degli anni 40, il FMI, la Banca Mondiale e il GATT furono operativi.

Il GATT, in particolare, con il suo smantellamento sistematico delle barriere tariffarie portò all’estroversione del Moltiplicatore economico, rendono sempre più inoperanti le misure classiche di rilancio, dette keynesiane, contribuendo così a legittimare i Chicago Boys del neoliberalismo monetarista e la loro Public Policy – deregolamentazione, privatizzazione, flat tax philosophy, Stato minimo, workfare invece di Welfare ecc. Questa Public Policy presume una dicotomia tra economia capitalista e Stato capitalista mentre questo ultimo è solo l’espressione più efficacia della divisione sociale del lavoro, evidenza verificata dalla maggiore potenza del Moltiplicatore dei settori pubblici. I settori pubblici ad esempio la Sanità hanno un moltiplicatore settoriale di 3,% % in media, e non da 0,5 o 1 %.  Questa verità Blanchard e Rogoff e tanti altri sono incapaci di capirla. Continuano perciò a parlare di un semplice « errore di calcolo » nell’equazione del reddito nazionale, mentre si tratta di un errore madornale di fondo. Con risultati drammatici per la crescita qualitativa e quantitativa delle nostre economie. Tagliando questi settori pubblici, la dinamica della crescita ne risente subito, e si apre una spirala socio-economica negativa poi difficile da contrastare.

Il passaggio del GATT all’OMC nel 1 gennaio 1995 rappresentò l’ultimo chiodo nella barra dello Stato Sociale. Questo perché l’OMC istituzionalizzava due regole iper-destrutrici del mondo del lavoro e dei Stati Nazioni a favore della « global private governance », ovvero delle aziende transnazionali apolidi.

  • Prima, una definizione dell’anti-dumping che fa astrazione dei diritti dei lavoratori, incluso i diritti minimi sanciti dall’OIL. La competizione globale si fa dunque sulla base dell’unico costo del lavoro ridotto al solo salario individuale capitalista. Certi, come Solow, si erano inventati una soglia fisiologica che non esiste neanche per il ½ miliardo di compagni Dalits con una aspettativa di vita di 40 anni in media … Su questa base, si smantella il contratto nazionale – settore, industria, aziende – per puntare sul solo contratto aziendale e, peggio ancora con i voucher, il contratto diretto col lavoratore isolato e senza ricorsi giuridici. Ecco perché serve l’abolizione del CNEL nella contro-riforma costituzionale. 

  • Secondo, ogni referenza ai criteri ambientali, incluso il mere principio di precauzione, fu proibita.

Tutto questo avveniva nel contesto generale che vide l’emergenza di nuovi settori intensivi in capitale, assieme all’emergenza di rivali commerciali come la Cina. Come previsto, al  contrario della predizione dei teorici occidentali dell’interdipendenza asimmetrica a favore dell’Occidente, ragione per la quale spinsero per un libero-scambio globale, la Cina laurea più ingegneri e depone più patenti dei Stati Uniti! In oltre, come il modello neoliberale monetarista produce i stessi effetti su scala europea e globale l’Italia non può più scaricare il suoi problemi di manodopera sull’emigrazione massiccia degli Italiani. Neanche dal Sud al Nord dato che il salario precario non basta neanche più per pagare gli affitti.

Tutti questi elementi portarono inesorabilmente alla distruzione della struttura positiva del « reddito globale netto » dei focolari, il quale strutturava a sua volta le relazioni micro-economiche come pure il sistema distributivo – equilibrio generale sotto-giacente – e il sistema di ri-distribuzione, cioè l’equilibrio dinamico organizzato dallo Stato per correggere le derive della cieca « mano invisibile » del mercato, con l’aiuto della concertazione sociale, in modo da implementare le priorità strategiche e le priorità di utilità sociali (Art. 41) determinate dal confronto democratico e parlamentare.

Basta allora elencare le istituzioni sociali attuali, tutte fondate sul solo salario individuale, e la privatizzazione crescente dei contributi che formavano il salario differito per capirne subito l’incoerenza, sopratutto nel quadro dell’egemonia della finanza speculativa.

E facile capire: se il salario individuale proviene da lavori sempre più precari, con poco o niente contributi e con salari così bassi da no pagare molto IRPEF, allora i circuiti più virtuosi del capitale – quelli appunto legati al risparmio salariale istituzionalizzato – vengono pervertiti in modo speculativo mentre la fiscalità generale attuale, sempre più regressiva, sarà incapace di compensare. Di fatti, oggi, molti programmi sociali annunciati sono condizionali alle risorse possedute dai focolari (means tested) ed ai fondi messi a disposizione, creando così una nuova categoria di aventi diritti che in pratica non ricevano un euro. Ma anche una logica di pauperizzazione crescente delle masse studiata al tavolino. Questo senza parlare degli esodati della Fornero. Un caso tra tutti, la difficoltà del rinnovo della mobilità in deroga – missione in parte trasferita alla ASDI ma senza i fondi necessari …-, mentre le deroghe dovevano avere il compito di accompagnare i senior verso l’età pensionabile … visto che il mercato è incapace di creare abbastanza lavoro per gli under 35 e per gli over 50 anni!!!

Data l’incoerenza fondamentale del sistema neoliberale monetarista, la strada maestra per la borghesia sembra essere il « ritorno » ad un corporativismo fascistoide soft. Almeno se la popolazione non li sconfigge prima di arrivare a questa conclusione.

Ecco le grandi linee del sistema attuale:

Il sistema non è più fondato sul lavoro ma sull’assistenza sociale, sulla base della verifica delle risorse dei focolari, e sull’obbligo irrealistico di inserimento nel mondo del lavoro. La base dell’edifico, calcolata per escludere, è il nucleo familiare e la sua ISE respettiva fissata a 3000.00 euro di reddito annui con 5 000.00 immobiliari. Il Jobs Act, la NASPI e l’ASDI, o assegno di disoccupazione, sono strumenti ideati per mascherare la precarietà e il sotto-impiego. A prova, i voucher sono cinicamente previsti dalla NASPI stessa: basta essere ancora disoccupato 4 mesi dopo avere esaurito la NASPI. L’ANPAL centralizza gli inefficienti centri per l’impiego solo per avere un controllo workfare centralizzato sugli assistititi. Il SIA, ovvero il sostengo inclusione attiva, è indegno del nome perché non riguarda neanche tutti i più poveri, essendo fondato sul ISE con fondi assegnati che coprono solo una minima parte delle famiglie in povertà assoluta. La garanzia giovani non copre più di 30 % degli iscritti. Da questi, solo una piccola porzione viene pagata in tempo. 

a) Evoluzione del contratto di lavoro verso una precarizzazione crescente sin dal famigerato Patto sociale del 1992, la fine della scale mobile e la legge Biagi. Il processo culminò nel Jobs Act, cioè nella trasformazione di tutti i lavori in lavoro potenzialmente precari tramite il licenziamento facile e lo smantellamento della democrazia sindacale. Ora, malgrado gli ingenti esoneri, il Jobs Act è un clamoroso fallimento (4) come dimostrato dalla flessione nella creazioni di posti con la riduzione degli esoneri e con l’esplosione dei voucher. La casistica governativa non illude nessuno visto che, al massimo, si sarà trasformato la discesa in inferno in un passaggio nel purgatorio doloroso dei voucher e del lavoro nero. Sopratutto va ricordato che basta lavorare una ora sola durante l’ultima settimane per sparire dai dati ufficiali della disoccupazione secondo l’OIL. Nel 2005, avevo esposto i veri numeri della disoccupazione chiedendo di pubblicare tutte le categorie di disoccupati e di sotto-occupati assieme ai numeri della povertà assoluta e relativa. La Francia lo fa; l’Istat preferisce giocare sulle analisi mensili e trimestrali sulla base di interviste nel quadro della definizione restrittiva dell’OIL. Facendo così non mi sembra rispettare il suo mandato democratico di servizio pubblico.

Si dice che la PA non è incluso nella logica del Jobs Act. La problematica è ancora sotto esame. Rimane pero che la Legge Madia – anticipando le trasformazioni istituzionali ed altre contenute nella contro-riforma costituzionale, ad esempio l’abolizione effettiva delle province – rende possibile la privatizzazione dei beni comuni e delle partecipate anche al livello regionale, questo essendo la vera ragione della riapertura del Capitolo V della Costituzione. Queste privatizzazioni porteranno fatalmente a fusioni e a dolorose ristrutturazioni, in particolare per la manodopera.

b) La NASPI con la sua DID – dichiarazione di immediata disponibilità – e la sua copertura decrescente malgrado un re-inserimento quasi impossibile nel modo del lavoro. I corsi di formazione, un vero e proprio business, sono diventati meri strumenti ideati a mascherare i veri numeri della disoccupazione, senza produrre minimamente una vera formazione professionale capace di sboccare su veri posti di lavoro. I voucher sono cinicamente previsti dalla NASPI stessa: basta essere ancora disoccupato 4 mesi dopo avere esaurito la NASPI.

c) ANPAL, ovvero la centralizzazione dei centri di collocamento che oggi purtroppo non riescono più a portare avanti la loro missione di inserimento nel mondo del lavoro. Di fatti, nella nostra provincia molti lavoratori in questi centri sono loro stessi precari e aspettano da molto anni una loro regolarizzazione. Non è concepibile che la sola centralizzazione del servizio produrrà migliori effetti. Rimane dunque la vera funzione dei questa centralizzazione, cioè una funzione di controllo centralizzata caratteristica dei sistemi di workfare neo-conservatori.

d) Il SIA ovvero il sostengo inclusione attiva, indegno del nome perché non riguarda neanche tutti i più poveri, dato che funzione sulla base di un ISE a 3000.00 euro – con 5 000.00 immobiliari, incluso l’automobile – e un nucleo familiare con figli minori a carica o disabili. Questo per ricevere un assegno massimo di attorno a 80 fino a 400.00 euro al mese per una famiglia di 5 membri. L’esperimento più riuscito condotto a Torino mostra assegni medi attorno a 350 al mese ma con una copertura minima rispetto ai bisogni. Se questo non bastava, i fondi messi a disposizione del dispositivo permettono solo di coprire una minima frazione dei più bisognosi!!!

e) L’ISE, il quale deve servire in particolare per determinare l’assegno sociale, ultima rete prima della miseria la più totale. Solo che, come già detto, viene definito a 3000 euro annui con 5000 euro immobiliari!!! Altro che reddito cittadino considerato troppo caro. Vi ricorderete che Grillo parlò di un reddito cittadino alla soglia della povertà, proposta che Boeri bocciò subito dopo dicendo che i fondi non c’erano e che la soglia poteva al massimo essere fissato a 350 euro al mese, riflettendo così la stima bassa dell’ideatore europeo di questa grottesca farsa, Yoland Bresson. Il ministro Poletti non perse tempo riquadrando Boeri e fissando il tetto possibile a 320 euro mensili. Probabilmente dopo avere esperimentalo il sistema per meno di una settimana …

f) Garanzia giovani e SELFemployment. Molti chiamati, pochi eletti tra i milioni di NEET già traditi dal sistema. Si nota che da noi sono definiti giovani da 16 a 29 e non a 25 anni. In breve, su 600 000 iscritti – marzo 2016 – 42 % viene inserito in un percorso di politica attiva ma solo 30 % conclude il percorso. Da questi solo una porzione viene pagata in tempo.

g) Il sistema pensionistico. Questo venne sottomesso ad un triple meccanismo . Prima, una età pensionabile più tardiva – contro la necessità di fare accedere i giovani al mondo del lavoro e contro l’evidenza occupazionale per gli oltre 50 e 55 anni. Secondo, il passaggio progressivo, a mio avviso a-costituzionale, del sistema solidario per ripartizione al sistema contributivo che favorirà solo i salari più alti, incrementando ancora il divario tra ricchi e poveri già esagerato nel nostro Paese – 10 persone sono più ricche dei 3 milioni meno ricchi; 20 % delle popolazione controlla 67,7 % delle ricchezze secondo Oxfam 2016. Terzo, con la precarizzazione crescente la marcia al contributivo porta inesorabilmente ad una decurtazione automatica delle pensioni finali per i salari medi e più bassi. A parte che, già oggi, secondo « Inps 2015: oltre il 64% delle pensioni sotto i 750 euro mensili ». (3)

In questo contesto, si aggiunge oggi l’APE e la RITA, cioè una semplice manovra mirata per metà – di 6 miliardi di euro per 3 anni – a liberare qualche posto di lavoro sulle spalle dei pensionati che dovranno indebitarsi con le banche per uscire a 63 anni invece di 66 anni e 7 mesi.

La coerenza sistemica di questo sistema è inesistente. Perciò, sarà fatalmente ricercata in una deriva populista e totalitaria soft.

a) Ad esempio, si accusa la UE per ottenere altri margini per la legge di stabilità in modo da potere continuare lo sperpero delle risorse pubbliche, lo smantellamento dello Stato sociale e la privatizzazione muro a muro senza nessuna altra razionalità economica se no quella di trasferire le ricchezze pubbliche ai privati, spesso stranieri. La Goldman Sachs, ad esempio, comprò la maggioranza delle filiali e delle azioni dell’IRI. Ed e solo un esempio. Nel suo libro Gutgled (Rizzoli 2013; per la critica vedi