APPELLO / APPEL / APPEAL

Posted: 4th marzo 2014 by rivincitasociale in Politica
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Urgente:

LETTERA APERTA AL GOVERNO sulla gravissima mancata risposta dell’Ordine dei Medici di Cosenza. 21 aprile 2019 http://rivincitasociale.altervista.org/letter-aperta-al-governo-sulla-gravissima-mancata-risposta-dellordine-dei-medici-cosenza-21-aprile-2019/

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PROEMIO – AVANT-PROPOS – FOREWORD (For the English version, please go to the March 2014 Posts section)

« La politica non è l’arte del possibile bensì l’arte di fare emergere nuove possibilità socialmente più umane » (Marzo 1985)

                                Jure Vetere : l’unico vero tempio è la coscienza umana.

ITALIANO. Vai all’Appello

Care compagne, cari compagni,

E arrivata l’ora della rivincita sociale dei popoli, in Italia ed in Europa. E arrivata l’ora di lavorare tutte/i insieme alla nascita di Comitati cittadini per la Rivincita Sociale capaci di condurre all’emergenza del Partito della Rivincita Sociale. Questi partiti nazionali comporrebbero poi una Federazione Per l’Europa Sociale, che al suo turno farebbe parte di una Nuova Internazionale (senza cifra). Il nome mi sembra importantissimo, perché corrisponde al programma come pure alla voglia di ricatto oggi molto diffusa tra le nostre cittadine e i nostri cittadini.

A questo link troverete un Appello intitolato « E arrivata l’ora della rivincita sociale dei popoli, in Italia ed in Europa ». In riassunto il programma proposto, da dettagliare in comune, è lo seguente:

a) Una nuova definizione dell’anti-dumping – per i dettagli vedi l’Appendice dell’Appello. Nel sistema commerciale globale attuale, la base del calcolo dell’anti-dumping è il salario senza contributi sociali. Noi chiediamo semplicemente che sia il salario con tutti i contributi sociali.

b) La nazionalizzazione del credito per eliminare simultaneamente il debito pubblico ed il « credit crunch », e per toglierci il Fiscal Compact dalle spalle, assieme ai banchieri ed alle loro banche cosiddette « universali » .

c) La laicità, la parità donna-uomo e i diritti civili;

d) L’ecomarxismo, il ripristino del Territorio ed il principio di precauzione;

e) La democratizzazione dell’educazione e della cultura, ed il finanziamento pubblico della Ricerca & dello Sviluppo;

f) La fine della sovra rappresentanza socio-economica e mediatica, come pure la fine della falsa rappresentanza elettorale e democratica – cioè, la fine della falsa rappresentanza elettorale a tutti i livelli, anche al livello sindacale, a dispetto della Costituzione.

g) Il ripudio di ogni intervento estero o di guerra che non sia strettamente difensivo, assieme al ritorno allo spirito ed alla lettera della sicurezza collettiva.

Sottometto quest’Appello alla vostra attenzione, chiedendo cortesemente una risposta. Per arricchire la riflessione comune potete aggiungere un commento a questo Appello – i commenti giudicati non idonei alla deontologia scientifica o cittadina saranno cancellati. Oppure i Comitati in formazione potranno contattarmi all’indirizzo qui sotto per trovare il migliore modo di coordinamento. Mi permetto sopratutto di chiedervi la più ampia diffusione possibile dell’indirizzo di questo sito tra le vostre conoscenze, tra i vostri membri ed altri gruppi amici, almeno se giudicati che questo possa essere utile per lanciare il dibattito e creare una dinamica rivendicativa di fondo. Il sito stesso dovrebbe diventare il vettore di una creazione collettiva. L’emergenza capillare dei Comitati dovrebbe presto trasformarsi in un’onda gigantesca ed autonoma ma organica al popolo delle lavoratrici e dei lavoratori intellettuali e manovali, in breve organica a tutte le nostre e tutti i nostri concittadine/i di buona volontà.  

La rottura radicale col sistema neoliberale attuale non si fa a parole ma bensì militando e organizzandoci per cambiare l’attuale definizione dell’anti-dumping, costruendo il programma attorno a questa domande chiave. Questo renderà tutto il resto possibile.

Perciò, questa nuova definizione deve ricevere priorità assoluta anche perché, interiorizzandone la logica, si muterà radicalmente il « senso comune » della gente, e si creerà gli anticorpi ideologici – nel senso nobile del termine – necessari al nostro popolo, aprendo così la strada alla concezione pratica di un nuovo modello sociale, sostenuto dall’evidenza scientifica, come pure dai principi cardini della nostra Costituzione. Su questa base risulterà possibile costruire una vasta alleanza di classi in vista di « una riforma democratica rivoluzionaria », tranquilla ma capace di andare alle radici dei problemi che confrontano il nostro Paese e la nostra gente.

Alcune/i di voi mi conoscono già tramite le mie e-mail inviate a controg8@yahoogroups.com, e forse anche grazie al mio sito www.la-commune-paraclet.com. Da qualche mesi, ho effettuato il mio rimpatrio in Italia, a San Giovanni in Fiore, nella mia città nativa in Calabria, col desiderio di essere utile al lavoro di militanza e di organizzazione comune, oggi più urgente che mai.

Vostro,

Paolo De Marco

Per contattarmi: la-commune@virgilio.it

INDICE 

Per l’omicidio medicale del mio fratello maggiore Giuseppe De Marco, vedi l’appendice « In memory of my elder brother Giuseppe De Marco medically murdered by Jews with the complicity of Canadians, Italians and others.*» http://rivincitasociale.altervista.org/self-separation-the-united-states-and-israel-leave-unesco-good-riddance/

1 ) PEC al Ministro Giulia Grillo del 8 aprile 2019 – con un richiamo del 15 aprile 2019.

2 ) Allegato 1 : Denuncia per la radiazione immediata del Dr. F. Curcio dell’Ordine dei Medici e il ristabilimento intempestivo della mia riputazione.

3 ) Allegato 2 : Le incalcolabili conseguenze dell’illegale mancata risposta dell’Ordine dei Medici di Cosenza. 10 settembre 2018

4 ) Allegato 3 : Dott.ssa Rossana Ugenti, Ministero della Salute , 13/11/2018

5 ) Allegato 4 : Nota dell’Onorevole Sapia « denunce violazione di domicilio del Prof. Paolo De Marco, in San Giovanni in Fiore ».

6 ) Allegato 5 : Risposta della Prefettura e la mia lettera all’Onorevole Sapia, 28 marzo 2019

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1 ) PEC al Ministro Giulia Grillo del 8 aprile 2019 – con un richiamo del 15 aprile 2019.

Prof. Paolo De Marco

87055-San Giovanni in Fiore (CS)

Data: 8 Aprile 2019

 

Ministro Giulia Grillo,

Ministero della Salute

seggen@postacert.sanita.it

Urgente: Al Ministro Grillo, in persona

Oggetto: La gravissima mancata risposta dell’Ordine dei Medici di Cosenza.

 

Gentile Ministro G. Grillo,

Chiedo rispettosamente a Lei ed al suo Ministero una spiegazione per la gravissima mancata risposta dell’Ordine dei Medici di Cosenza alla mia denuncia contro il criminale e incompetente Dr. F. Curcio. (Allegato 1)

Lei e il suo Ministero sono già al corrente dei fatti elencati nella mia Pec del 27 agosto 2018 (Allegato 2). La Dottoressa Rossana Ugenti sa già che non ho ottenuto nessuna risposta malgrado vari interventi del Ministero, incluso quello della Dottoressa Cristina Rinaldi (Allegato 3). Ultimamente Lei, da Ministro della Salute, ha potuto misurare lo stato di pietoso squallore, il livello di incompetenza gestionale ed altra aggravato da una diffusa corruzione clientelistica e mafiosa del sistema sanitario in Calabria. Sarei quasi tentato di menzionare la mia analisi del soggetto. (1) Nel caso che mi concerna, rimane la mostruosa complicità dei servizi di sicurezza sviati italiani, i quali cercano ora di fare depistaggio per coprire la loro propria criminale incompetenza, con la corruzione generale. Questo spiega perché le istituzioni non rispondono ai cittadini e nemmeno alle richieste del Ministero – Rinaldi e Ugenti – o a quelle di un Deputato della Repubblica italiana come l’Onorevole Sapia (Allegati 4 e 5)

Tutto questo non è accettabile ed è certo che io no lo accetterò. Ho già sottolineato il fatto che io, Professore De Marco, con una reputazione fin qui immacolata, non permetterò che questa gentaglia poliziesca-mafiosa possa sporcare il mio Cognome e la mia reputazione. Le mie denunce riguardano fatti gravissimi in se ma anche, e forse sopratutto, per la diffusa criminale complicità istituzionale. Il Presidente del Consiglio Conte come pure gli altri Ministri interessati, Giustizia, Difesa, Interno, sono già stati informati a varie occasioni via Pec. Come può una Procura degna del nome archiviare un caso gravissimo ignorando le prove sequestrate dai carabinieri? A cosa serve il Copasir?

Assieme ad una Sua risposta, chiedo rispettosamente il suo immediato intervento.

Prof. Paolo De Marco

1) Vedi « La Sanità tra tagli e corruzione: una vittima eccellente del federalismo fiscale », in http://rivincitasociale.altervista.org/la-sanita-tra-tagli-e-corruzione-una-vittima-eccellente-del-federalismo-fiscale/ . Uno dei problemi maggiori della corruzione sistemica risiede nelle soglie degli appalti autorizzati senza controllo, soglie che il governo ha innalzato invece di abbassare o addirittura sopprimere, almeno in Regioni come la Calabria.

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2 ) Allegato 1 : Denuncia per la radiazione immediata del Dr. F. Curcio dell’Ordine dei Medici e il ristabilimento intempestivo della mia riputazione.

Prof. Paolo De Marco

87055 – San Giovanni in Fiore (CS)

Italia

Data: 25 settembre 2017

Oggetto: Denuncia per la radiazione immediata del Dr. F. Curcio dell’Ordine dei Medici e il ristabilimento intempestivo della mia riputazione.

 

Ordine Provinciale dei Medici-Chirurghi e degli Odontoiatri di Cosenza e Provincia (OMCeOCS)

Via Suor Elena Aiello, Palazzo Lucchetta S.n.c.

87100 – Cosenza –

Italia

A chi di dovere,

Chiedo la radiazione immediata dalla FNOMCeO del Dr. Francesco Curcio del Centro di Igiene Mentale di San Giovanni in Fiore (CS) per la sua gravissima mancanza criminale alla deontologia, e per le sue accuse menzognere e diffamatorie a mio riguardo. Queste furono tutte mirate in complicità con il criminale Comandante dei Carabinieri Pantano ad un tentativo di cover up. Noto che la mia richiesta di Accesso agli Atti presentata il 13 luglio 2017 fu disattesa oltre i 30 giorni legali. La copia degli Atti mi fu finalmente consegnata il 17 agosto 2017 solo dopo altri interventi personali e per via email.

Questo signore Curcio, senza avermi mai incontrato prima, si è permesso, in complicità con l’ex-comandante dei Carabinieri di San Giovanni in Fiore, Pantano, di formulare una diagnosi di tendenze paranoide al mio riguardo. Lo fece solo per creare un pretesto per l’archiviazione dell’inchiesta relativa alle violazioni ripetute del mio domicilio – durante quasi tutte le mie assenze – ed altri crimini collegati a queste violazioni. Tra questi il sostenuto e impietoso tentativo di intimidazione di stampo mafioso-poliziesco – in Calabria ! – con tovaglie da bagno macchiate di pittura rossa, alterazione del cibo e delle bevande per produrre il cosiddetto « boiling body effect », il rifiuto di mandare le pattuglie di carabinieri per procedere alle dovute indagini in loco, le minacce proferite contro di me se porgevo altre denunce, ecc. La prova patente dei crimini di questo signore Curcio e dei suoi accoliti sta nel fatto che l’inchiesta è stata rilanciata il 17 maggio 2017 ed è ora in corso, anche se sembra che la Magistratura ed i Carabinieri cercano ancora di occultare tutte le mie denunce iniziali. ( Vedi l’elenco qui sotto)

Questo gravissimo crimine diffamatorio del Curcio avvenne il 30 novembre 2015 durante un incontro da me richiesto al Comandante Pantano per capire perché, dopo tutte le mie denunce, le violazioni del mio domicilio continuavano in tutta impunità. Invece di fornire le dovute spiegazioni, il criminale Pantano immaginò un stratagemma indegno: mi fece trovare il Curcio nel suo ufficio. Dopo avermi ascoltato il Pantano negò le violazioni del mio domicilio e si voltò verso il Curcio, il quale disse : « E angosciato, ci vuole una pillola, ci vuole una pillola. » A quel punto io dissi al Curcio che non sapevo qui era e neanche perché era presente a questo incontro e gli intimò di tacere. Poi mi rivolsi al Pantano spiegandoli che non poteva rifiutare di fare le dovute indagini né di accettare le prove che portavo con me – tovaglia macchiata di pittura rossa e un campione di Vecchia Romagna alterata per produrre il cosiddetto « boiling body effect ». Il Pantano mi minacciò allora se porgevo altre denunce di chiedere l’intervento della Commissione per farmi esaminare. Io da cittadino e da professore respinse quelle criminali minacce e messi in guardia il Comandante per il suo inaccettabile comportamento. L’incontro si terminò con l’accettazione delle prove da parte del Pantano, il quale mi disse di ritornare il giorno dopo. Il giorno dopo, era presente solo il Curcio e non si fece nulla. Ero convinto che la cosa era finita lì e che le mie prove sarebbero state esaminate e le indagini finalmente condotte, come dovuto per legge. Invece oggi capisco che questo incontro del 30 novembre 2015 servì a Curcio e Pantano per fabbricare una diagnosi senza fondamento e diffamatoria contro di me, solo per archiviare le indagini.

Questa fabbricazione criminale non fini lì. Il 14 febbraio 2017, il Crucio, accompagnato dall’infermiere G. Audia, si presentò senza essere invitato e senza appuntamento a casa mia. Lo fece col pretesto di felicitarmi per il mio lavoro, secondo lui « lodevole », a favore dei disoccupati della mia Città. Entrato in casa mia mi chiese « come poteva aiutarmi ». A quel punto io, avendolo riconosciuto, gli chiese, assieme al signore Audia, di scrivere i loro nome su un foglio di carta e di uscire di casa mia. Mentre uscivano, feci notare al Curcio che il suo comportamento durante l’incontro al Comando dei Carabinieri del 30 novembre 2015 era totalmente inaccettabile e costituiva una violazione imperdonabile della deontologia medica. Oggi so che, in realtà, era intenzionalmente criminale. (Vedi allegato) La sua presunta diagnosi del 14 febbraio 2017, oltre ad essere menzognere, rappresenta un vile tentativo criminale di coprire il suo crimine del 30 novembre 2015. Nessuno a mai autorizzato quella presunta « visita a domicilio ». La lettera della Digos del 13 febbraio 2017 partecipa a questo cover up nel modo più grottesco e post hoc possibile.

Intanto, è già chiaro che Curcio non è mai stato autorizzato da nessuna autorità competente, a parte il criminale Pantano, per formulare la sua diagnosi iniziale del 30 novembre 2015. Questa sua condotta costituisce un elemento sufficiente per licenziarlo immediatamente per mancanza grave contro la deontologia e per la sua complicità con un criminale ed infame tentativo di cover up, aggravato da una gratuita e inaccettabile diffamazione nei miei riguardi. Faccio notare che io ho una riputazione immacolata non essendo mai stato accusato di nessuno reato in nessuno paese, e che non ho mai subito nessuna analisi ovunque. La mia riputazione deve essere ristabilita con massima tempestività.

Le violazioni del domicilio sono affare per la magistratura e per i Carabinieri, non per la medicina. Il Curcio non ha nemmeno aspettato la fine dell’inchiesta per pronunciarsi. Pero ha la faccia tosta di parlare di « complottismo ». Perciò, siamo anche legittimati a chiederci quanto famiglie avrà distrutto con questo suo incompetente e criminale comportamento.

Per il resto, faccio notare che malgrado il fatto che questi crimini contro di me siano perpetrati da ormai quasi 6 anni in Italia, io, da persona per bene e da professore di un certo livello nelle mie discipline, ho sempre dimostrato una calma e una serenità olimpica. Malgrado queste ripetute e impietose infamie per parte mia ho cercato di condurre una esistenza pacifica e normale, continuando le mie letture e le mie ricerche, effettuando vari viaggi di studio in Italia ed in Calabria e, ad esempio, andare in escursioni visto che sono membro del CAI di San Giovanni in Fiore. Nel mio piccolo, ho pure cercato di essere utile alla mia Comunità. Durante tutti questi orribili 6 anni, ho sempre assunto uno comportamento esemplare facendo fiducie alla magistratura ed alla giustizia della mia Repubblica italiana. Sono tra le persone convinte che alla fine la giustizia trionfa sempre.

Mi permetto di sottolineare il fatto che se una persona esibisce dei disturbi psicologi, legati alla violazione del suo domicilio, e se la magistratura e certi medici, invece di fare le dovute indagini, archiviano il caso diffamando la persona in questione, allora il crimine diventa doppio, mostruosamente doppio. Le associazioni dei pazienti potranno eventualmente testimoniare.

Il PM principale Cozzolino della Procura di Cosenza dovrà anche Lui dimostrare che l’inchiesta viene condotta secondo le regole. In particolare, l’inchiesta dovrà tenere conto del fatto che ho visto il mio giovane vicino Pasquale Oliverio – probabilmente un piccolo informatore di polizia – uscire dal mio domicilio un giorno che mi ero assentato per meno di 10 minuti; dovrà procedere al prelievo delle impronti digitali ed altre simile prove; dovrà procedere al esame dei tabulati telefonici del sistema di allarme programmato per chiamarmi sul mio cellulare ogni volta che viene inserito – uscita – o disinserito – rientro a casa; dovrà procedere all’esame dell’ovvia presa di controllo delle due telecamere effettuata per coprire la violazione del mio domicilio, cosa che richiede altissime complicità; dovrà procedere all’analisi delle tovaglie macchiate e della cibo e bevande alterate, ecc. Dovrà pure investigare le ragioni che hanno motivato questi crimini. In oltre, il PM Cozzolino, certamente con l’aiuto di gente più competente del Curcio dovrà pure spiegare come vengono macchiate le mie tovaglie, almeno che non voglia dare a questo fatto ripetuto e documentato una spiegazione irrazionale con l’aiuto di qualche sviato complice della Digos e dei servizi di sicurezza.

Se ancora una volta, la Procura di Cosenza non procederà a tutte indagini richieste, e se queste non saranno seguite dalla punizione esemplare dei criminali implicati, piccoli e grandi che siano, e dai risarcimenti morali e materiali a me dovuti, incluso il ristabilimento intempestivo della mia riputazione, allora questo rappresenterà un disonore grave per la Procura della Repubblica e per la Repubblica italiana stessa. A questo punto io non avrò altra scelta se non quella di portare tutto questo infame affare sulla piazza pubblica. In effetti, nel contesto contemporaneo, si può anche capire che i servizi di sicurezza procedono a varie indagini ma mai fuori della legalità. Non si può strumentalizzare i cittadini per bene senza motivo e poi diffamarli per coprire i propri crimini. In quanto cittadino e professore di un certo livello, sottolineo con fermezza che questa è e deve rimanere una linea rossa invalicabile. Le autorità garanti dei diritti fondamentali dei cittadini non dovrebbero mai dimenticarlo.

Sottolineo che io, Paolo De Marco, sono un cittadino italiano nato in Italia, titolare di un BA, di un MA e di una scolarità di dottorato in Relazioni internazionali – Economia Politica Internazionale. Ho studiato in Francia e in Canada. Sono stato al mio tempo uno professore esemplare nella mia disciplina presso un CEGEP a Montreal, Canada. Sono una persona per bene, pacifica e costruttiva e con una riputazione immacolata che deve rimanere tale.

Nel mese di giugno del 2013 mi sono rimpatriato a San Giovanni in Fiore (CS) città nella quale sono nato e dove sono residente sin da allora. Prima di decidere del mio rimpatrio ho soggiornato a San Giovanni in Fiore (CS) per pochi mesi nel 2011 e nel 2012. A San Giovanni in Fiore vivo nella modesta casa dei miei nonni di mia proprietà situata all’indirizzo indicato qui sopra, casa a me molto cara perché ci sono nato.

Concludo ricordando a tutti che la negazione della giustizia è il peggiore crimine possibile. E un crimine contro la Costituzione e contro la civiltà umana.

Cordiali saluti,

Paolo De Marco

Ex-Professore di Relazioni internazionali – Economia Politica Internazionale.

NB:

1 ) Allegati delle pseudo-diagnosi di Curcio e dell’illegale richiesta della Digos del 13 febbraio 2017.

2 ) Breve elenco delle mie denunce principali iniziali e attuali. Vedi copia allegata.

2a ) denuncia del 7 dicembre 2014

2b ) denuncia collegata alla prima contro il Sig. Mario Marra del 7 luglio 2014,

2c ) denuncia relativa al furto dei comodini della stanza da letto dei miei defunti genitori del 12 agosto 2014, furto perpetuata dalla Signora Vincenza Foglia-Federico.

2d ) denuncia ai Carabinieri di San Giovanni in Fiore (CS) del 4 maggio 2015 per la continua violazione del mio domicilio con alterazione del cibo e delle bevande e la presa di controllo del sistema di allarme e delle due telecamere di sorveglianza per mascherare i crimini commessi e coprire i criminali. Seguirono vari supplementi a questa denuncia finché il 30 novembre 2015 fui minacciato dal criminale Comandante Pantano, in presenza del Curcio – che non avevo mai incontrato prima.

Durante il mese di aprile 2017 venni a conoscenza del stratagemma criminale e diffamatorio immaginato da Pantano e Curcio per archiviare le mie denunce in modo da coprirsi assieme agli altri criminali ed alle loro complicità istituzionali, cioè l’invenzione di una diagnosi di paranoia senza il minimo pretesto e senza avermi mai incontrato prima. La scoperta di questo diabolico cover up portò dunque ad un’altra seria di denunce, in particolare:

2e ) l’esposto/denuncia del 17 maggio 2017 contro Oliviero Pasquale e altri ignoti, denuncia che riprende in sostanza tutte le denunce anteriori.

2f ) il primo supplemento a questo esposto/denuncia portato al comando dei carabinieri assieme alle estrapolazioni dei video delle telecamere, ad un campione di Vecchia Romagna alterato e a due tovaglie macchiate, prove che furono sequestrate per esame.

2g ) il secondo supplemento del 7 agosto 2017 alla mia denuncia del 17-05-2017 relativo alla mia domanda di Accesso agli Atti.

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3 ) Allegato 2 : Le incalcolabili conseguenze dell’illegale mancata risposta dell’Ordine dei Medici di Cosenza. 10 settembre 2018

Prof. Paolo De Marco

87055-San Giovanni in Fiore (CS)

Data: 10 settembre 2018

 

Ministro Giulia Grillo,

Ministero della Salute

seggen@postacert.sanita.it

Oggetto: Le incalcolabili conseguenze dell’illegale mancata risposta dell’Ordine dei Medici di Cosenza.

Gentile Ministro G. Grillo,

Rinnovo il mio appello del 27 agosto 2018 chiedendo rispettosamente il suo urgente intervento. Ho nuovamente chiesto al Ministro della Giustizia A. Bonafede una indagine indipendente nel inaccettabile e incomprensibile procedimento della Procura di Cosenza. Per ora, sembra unicamente mirato a proteggere i criminali che hanno violato il mio domicilio e alterato le mie bevande e il mio cibo con la copertura del criminale comandante Pantano e del suo complice Dr. Curcio.

Ecco gli ultimi e drammatici fatti. Non sarebbero mai avvenuti se la deontologia medica fosse stata minimamente rispettata dall’Ordine dei medici di Cosenza e se il suo Ministero fosse intervenuto con la dovuta tempestività. Ripeto che il diagnostico illegale e privo di ogni fondamento del Dr. Curcio rappresenta un crimine con un solo e unico motivo quello di coprire i colpevoli degli atti criminosi compiuti contro di me in Italia. (Allegato IV)

Probabilmente per anticipare l’intervento del Ministero della Giustizia, il Procuratore Cozzolino rispose infine alle mie richieste il 3 settembre scorso. La risposta allude all’archiviazione di denunce contro ignoti. (Allegato 1) Per vietare inutili ripetizioni riproduco qui la mia risposta al Dr. Cozzolino:

« Questa risposta non riguarda per niente la mie denuncia del 17-05-2017 seguita in particolare dalla cruciale 3e Integrazione del 22 agosto 2017 e da varie altre, l’ultima, la 5e Integrazione, essendo stata formulata il 20 aprile 2018. (Allegato 3)

Queste non sono denunce contro ignoti – codice 44 che appare nella sua risposta. Sono invece delle denunce molto specifiche contro Pasquale Oliverio, un mio giovane vicino, e contro i criminali comandante Pantano ed il suo complice Dr. Curcio. Noto anche una confusione sul codice del procedimento il quale quando scritto da sua mano appare come 3955/14 e poi in testa del documento come 3955/17.

In oltre, saboto 8 settembre 2018, sono finalmente riuscito a verificare presso l’attuale comandante di turno dei Carabinieri di San Giovanni in Fiore un fatto gravissimo: in effetti le prove – chiavetta USB, tovaglie macchiate di pittura rossa e bottiglia di Vecchia Romagna – sequestrate dai Carabinieri il 4 luglio 2017 non sono state trasmesse né analizzate dalla Procura. Numerose altre prove simili e inconfutabili sono in mio possesso. Nessuna altra indagine è mai stata condotta in loco – impronte digitali ecc. Le varie integrazioni documentano anche la continuazione delle violazioni del mio domicilio tra il 17 maggio 2017 e il 18 novembre 2017 e anche dopo. Per questo non mi spiego la sua risposta, che comunque arrivava stranamente dopo molte altre richieste di informazioni rimaste senza risposta. (Allegato 1)

Le nuove denunce qui menzionate seguirono un incontro alla Prefettura di Cosenza il 7 aprile 2017 durante il quale, in presenza di un noto giornalista sangiovannese, Emiliano Morrone, mi fu concessa la protezione dello Stato. In precedenza ci furono anche due Interrogazioni parlamentari da parte del coraggioso deputato calabrese l’Onorevole Paolo Parentela. In effetti, risultò che in modo da me giudicato altamente criminale, le mie prime denunce risalenti al mese di dicembre 2014 e all’anno 2015 erano state archiviate senza mai avvertirmi. L’unica spiegazione è quella del depistaggio o cover up messo in opera con troppe complicità.

Vorrei prevenire altre possibili confusioni. Sottolineo, dopo avere consultato i carabinieri, che il loro codice di trasmissione della mia denuncia del 17-05-2018 e delle varie Integrazioni è il seguente: Prot. 45/18 – 2017. Su questa base si può determinare il numero di codice del procedimento penale che riguarda specificamente queste denunce e comunicarmelo al più presto. Forse mi avranno dato una informazione sbagliata e Lei non è incaricato di questo nuovo procedimento penale.

In quanto cittadino italiano insisto sulla mia esigenza riguardo al rigoroso rispetto del « due process ». Sottolineo di nuovo la mia richiesta per l’intervento intempestivo della Procura nel ristabilire la mia riputazione vilmente macchiata senza fondamento dal criminale Dr. Curzio e dal suo comandante Pantano. Le conseguenze di quella vigliaccheria altamente criminale sono molteplici. Causa la mia inevitabile e permanente esclusione di ogni posizione professionale e accademica minimamente all’altezza della mia formazione e dei miei contributi scientifici. Causa una inevitabile e infamante esclusione sociale.

L’ultima e tipica conseguenza risale al 7 settembre 2018 quando il Dr. Nicoterra della ASP di Cosenza mi informò per telefono della negazione del permesso di possesso di arma a fuoco. (Allegato 2) Avendo trovato negli attrezzi del mio defunto padre un vecchissimo moschetto storico non più funzionale sono immediatamente andato ad informare i carabinieri. Per non perdere questo prezioso oggetto di famiglia, ho poi iniziato il processo legale per ottenere il nulla osta per il possesso di arme a fuco. Ho chiesto al Dr. Nicoterra una motivazione scritta del suo rifiuto. Essendo una persona per bene con una riputazione fin qui immacolata, oltre ad essere stato un esemplare professore, non concepisco come un tale rifiuto possa spiegarsi a parte la criminale diagnosi senza fondamento del criminale Dr. Curcio. (Allegato 3) Faccio umilmente notare che pure essendo vittima di queste orrendi e vili manipolazioni degne di Philip Zimbardo da oltre 6 anni in Italia, io, Paolo De Marco, non ho mai mancato di cortesia verso nessuno e non ho mai minacciato nessuno, ponendo invece la mia fiducia nella giustizia del mio Paese.

La Procura di Cosenza come pure le istanze garanti della Repubblica devono capire che non si può macchiare la riputazione di una persona per bene come me unicamente per coprire i criminali domestici e stranieri colpevoli delle violazioni del mio domicilio e del persistente cover up. Sottolineo di nuovo la protezione dello Stato offerta in Prefettura. »

Onorevole Ministro Grillo, Lei avrà capito l’estrema gravità della situazione. Visto le conseguenze drammatiche e ingiuste del criminale diagnostico scritto in flagrante violazione della deontologia medica dal vile Dr. Curcio, rinnovo il mio appello al Ministro della Salute affinché non sia permesso all’Ordine dei Medici di Cosenza ignorare la mia domande di radiazione immediata del criminale Curcio. (Allegato 4).

Intanto Lei come pure il Ministro della Giustizia no possono permettere che la giustizia sia così calpestata. Lei non può permettere che la reputazione di una persona per bene come me sia irrimediabilmente macchiata con un diagnostico illegalmente proposto da due complici criminali che mi hanno minacciato all’interno del comando dei carabinieri della mia Città. Il Pantano mi minacciò di ricorre alla Commissione per un avviso medico se continuava a porre denunce! Intanto, senza nessuno avviso della detta Commissione, e alla mia insaputa, il Pantano e il suo complice Curcio non esitarono fabbricare illegalmente un diagnostico infamante – di paranoia – unicamente mirato a permettere la prima archiviazione delle mie denunce senza procedere alla più minima indagine. Si tratta di un crimine gravissimo che non può rimanere impunito. Non credo che la mia Repubblica italiana si sia già trasformata in un regime totalitario.

La prego intervenire con fermezza. La prego rispondermi al più presto.

Cordiali saluti,

Paolo De Marco, ex-professore di Relazioni Internazionali – Economia Politica Internazionale.

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4 ) Allegato 3 : Dott.ssa Rossana Ugenti, Ministero della Salute , 13/11/2018

Ugenti 1

Ugenti 2

 

 

 

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5 ) Allegato 4 : Nota dell’Onorevole Sapia « denunce violazione di domicilio del Prof. Paolo DE MARCO, in San Giovanni in Fiore ».

Deputato Francesco Sapia

Commissione Affari sociali

sapia_f@camera.it

emilianomorrone@legalmail.it

0039.389.549.27.39

 

Dott.ssa Paola GALEONE

Prefetto di Cosenza

protocollo.prefcs@pec.interno.it

Dott. Mario SPAGNUOLO

Procuratore della Repubblica di Cosenza

prot.procura.cosenza@giustiziacert.it

Dott.ssa Rossana UGENTI

Dg Dir gen. professioni sanitarie e risorse umane del SSn

dgrups@postacert.sanita.it

Comando provinciale Carabinieri Cosenza

tcs29053@pec.carabinieri.it

Dott. Raffaele MAURO

Direttore generale Asp di Cosenza

direzionegenerale@pec.aspcs.gov.it

E p. c.

Deputato Paolo PARENTELA

Capogruppo M5S in commissione Agricoltura

parentela_p@certcamera.it

Prof. Paolo DE MARCO

pecdemarcopaolo@pec.it

 

Oggetto: denunce violazione di domicilio del Prof. Paolo DE MARCO, in San

Giovanni in Fiore.

 

Dal 2013 il Prof. Paolo De Marco, in Canada già docente di Relazioni

internazionali e di Economia politica, è ritornato a San Giovanni in Fiore (Cs),

comune di cui è originario e in cui ad oggi risiede.

Nell’allegata interrogazione a risposta scritta n. 4-14927 del 6 dicembre 2016, a firma del collega deputato Parentela, il docente in predicato è definito come «particolarmente attivo nella critica al sistema capitalistico dominante», specie sul web, ed è riassunta la vicenda delle ripetute violazioni del suo domicilio, con richiesta ai Ministri dell’Interno e della Giustizia di eventuali iniziative di competenza «a tutela dell’incolumità e della sicurezza del suddetto professore», peraltro noto a San Giovanni in Fiore – e oltre – per la sua vicinanza a un gruppo di centinaia di disoccupati che nel febbraio 2016 presidiarono e occuparono il municipio di lì chiedendo lavoro, fondamento della Repubblica secondo la Costituzione. Si tratta, dunque, di un personaggio dal manifesto impegno intellettuale e politico, non di un soggetto “naïf”.

In breve, più volte De Marco ha denunciato la violazione del suo domicilio da

parte di un vicino di casa, all’uopo nominato, che, per quanto si legge in diverse sue note, si sarebbe introdotto illecitamente nel proprio appartamento. Inoltre, lo stesso De Marco – che, benché risieda da tempo in Calabria, proviene da una differente cultura di rapporti con le Istituzioni – ha formalmente rappresentato – pure con espressioni forti e sdegnate, ed anche ai Carabinieri di San Giovanni in Fiore – l’avvenuta alterazione, presso l’immobile in cui vive, di cibi e bevande con sostanze tali da indurgli un pericoloso surriscaldamento corporeo.

In particolare, in una sua nota, qui allegata, De Marco ha fatto riferimento a una

vicenda avvenuta nell’anno 2015 presso la caserma dei Carabinieri di San Giovanni in Fiore, precisando di essersi lì recato per avere notizie sugli accertamenti compiuti dall’Arma rispetto a sue circostanziate denunce e d’avervi trovato uno psichiatra in servizio al locale Centro di Salute Mentale, il quale avrebbe prospettato l’esigenza di farmaci per il riferito denunciante. L’incontro in caserma, ha scritto De Marco, che non è di lingua madre italiana, «terminò con l’accettazione delle prove da parte» dell’allora comandante della locale stazione, il quale gli disse «di ritornare il giorno dopo», ma poi «non si fece nulla».

In sintesi, come da allegati alla presente, il Prof. De Marco lamenta che le indagini conseguenti alle sue denunce non siano approdate ad alcunché, anche per una mancata – secondo il proprio intendimento – considerazione di prove fornite agli inquirenti e che, anzi, esse siano state archiviate malgrado lo stesso si sia assunto la responsabilità di indicare il soggetto che avrebbe visto introdursi nel suo appartamento.

Di più, in una richiesta di accesso agli atti – recante la data del 13 giugno 1017 – indirizzata alla Direzione generale dell’Asp di Cosenza, il De Marco ha rappresentato che il Centro di Salute mentale gli avrebbe addebitato in maniera arbitraria una «sindrome paranoidea in stato delirante acuto», al sottoscritto riferendo di non essere mai stato sottoposto, in proposito, a specifica visita collegiale. È evidente, nel merito, che tertium non datur: o una commissione l’ha esaminato secondo le procedure previste, oppure De Marco è vittima di abusi.

Allo stato, allo scrivente Parlamentare desta preoccupazione la situazione in cui si trova il Prof. De Marco, che potrebbe essere alimentata da una serie di equivoci nelle diverse interlocuzioni che lo stesso ha finora avuto a vari livelli; magari per il linguaggio usato dal medesimo, magari per sue divergenze rispetto al modo di procedere nella fattispecie.

Occorrerebbe, perciò, accertare – una volta per tutte – se qualcuno si sia introdotto nel suo appartamento e chi all’occorrenza sia stato, atteso che il De Marco ha in proposito fatto riferimenti espliciti e diretti.

Occorrerebbe verificare, poi, in ordine al riassunto episodio dello psichiatra e della patologia che sarebbe stata diagnosticata o addebitata al De Marco – che, come da allegati, ha chiesto la radiazione del Professionista dall’Albo di appartenenza – come si siano svolti i relativi fatti e quali interventi di competenza l’Asp di Cosenza abbia in proposito posto in essere. Alla luce di quanto qui esposto, chiedo alle SS. LL. di attivarsi, ciascuno secondo le proprie competenze, di modo che sia tutelato il Prof. Paolo De Marco, cittadino italiano.

In attesa di cortese riscontro, porgo cordiali saluti.

Roma, 23 ottobre 2018 Francesco Sapia Deputato, M5s

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6 ) Allegato 5 : Risposta della Prefettura e la mia lettera all’Onorevole Sapia, 28 marzo 2019

Trascrizione della risposta PDF della Prefettura di Cosenza all’Onorevole Sapia.

Oggetto: Prof. Paolo De Marco di San Giovanni in Fiore

In riferimento a quanto richiesto con la nota del 23 ottobre 2018, concernete il nominato in oggetto, si riferisce quanto al riguardo comunicato dal locale Comando Provinciale Carabinieri .

Il Sig. Paolo De Marco, già professore di economia politica internazionale, dall’anno 2013 ha presentato diversi esposti e denunce presso la Stazione Carabinieri di San Giovanni in Fiore per presunte violazioni del proprio domicilio messe in atto, per come riferito dall’interessato dai « servizi segreti » italiani ed esteri.

Gli atti formalizzati dl Sig. De Marco sono stati trasmessi alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Cosenza e confluiti nel procedimento 1154/2016, fatti non costituenti reato.

Per completezza di informazione si riferisce che il Comando Provinciale Carabinieri di Cosenza ha comunicato che dai fatti sinora emersi non risulta che il Sig. De Marco sia esposto a particolari rischi.

Il Prefetto,

Galeone.

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Prof. Paolo De Marco

87055 – San Giovanni in Fiore (CS)

Italia

Data : 28 marzo 2019

All’Onorevole Sapia

Deputato della Repubblica italiana,

 

Egregio Onorevole Sapia,

A parte la risposta inaccettabile e complice della Prefettura – qui allegata – non ho ricevuto nessuna altra risposta. La Procura di Cosenza di Cosenza, anch’essa attivamente complice, non mi risponde come evidenziato dalla mia ennesima richiesta al Procuratore Spagnuolo, riprodotta qui sotto.

Ho avuto modo di spiegarle che abbiamo a che fare qui con una strumentalizzazione canaglia da parte dei servizi di sicurezza italiani, all’inizio sotto influenza di servizi esteri. Oggi, visto il puro cretinismo fallito della loro strumentalizzazione criminale alla Zimbardo, cercano di coprirsi, in particolare con il depistaggio criminale messo in opera dal Comandante Pantano e dal suo criminale e incompetente accolite Curcio.

A questo punto Lei avrà capito che la Procura di Cosenza essendo criminalmente complice, ci vuole l’intervento diretto del Presidente del Consiglio e dei ministri di competenza, in particolare i ministri della giustizia, della difesa, dell’interno e della salute. Come Lei sa già dai documenti da me trasmessi, tutti questi sono già al corrente del caso.

Certo che una tale ingiustizia deve essere corretta. A parte tutti gli altri danni causati, non è concepibile che il mio Cognome sia sporcato da gentaglia poliziesca-mafiosa come questa. Che per colmo ignora la richiesta di un rappresentante del popolo italiano. Io, Paolo De Marco sono un cittadino italiano, nato in Italia, e un professore con una riputazione fin qui immacolata.

La prego informarmi.

Cordiali e rispettosi saluti,

Prof  Paolo De Marco

xxx

Prof. Paolo De Marco

87055 – San Giovanni in Fiore (CS)

Italia

Data : 18 marzo 2019

Oggetto: Denuncia contro il reparto di deontologia dell’Ordine dei Medici di Cosenza e contro il Presidente dell’Ordine, il Dr. Corcioni.

Al Procuratore Dr. Spagnuolo,

Procura di Cosenza,

Repubblica italiana,

 

Egregio Dr. Spagnuolo,

Con referenza alla mia PEC del 6 marzo 2019, La scrivo di nuovo in quanto rappresentante legale di me stesso per cui mi aspetto a ricevere una pronta risposta. Il 14 novembre 2018 ho sporto una denuncia al Commando dei Carabinieri intitolata « Denuncia contro il reparto di deontologia dell’Ordine dei Medici di Cosenza e contro il Presidente dell’Ordine, il Dr. Corcioni. ». (V. Allegato)

In quanto cittadino italiano, con i miei diritti fondamentali riconosciutimi dalla Costituzione e dalla legge, chiedo alla Procura di Cosenza e a Lei personalmente informarmi d’urgenza sullo stato attuale di questa mia denuncia.

Cordiali saluti,

Prof. Paolo De Marco

In Francia un gruppo di parlamentari di sinistra e di destra si sono messi d’accordo per tentare un referendum sulla questione chiave delle privatizzazioni. (1) Vedi : www.youtube.com/watch?v=BZhMop2whh4 .

Credo che una iniziativa simile dovrebbe essere lanciata in Italia al più presto per due questioni fondamentali: le privatizzazioni e l’immigrazione. Si potrebbe cercare di annunciare l’iniziativa simbolicamente al pubblico il 25 aprile prossimo ricontattando tutti i gruppi e le persone che parteciparono alla sconfitta della modifica costituzionale monetarista voluta da Renzi-Gutgeld.

I conti italiani non tornono più, tutti i parametri del DEF sono saltati in modo irreversibili. (2) A parte il ritorno al credito pubblico e ad una definizione dell’anti-dumping socialmente e ambientalmente razionale, l’unica carta nelle mani del governo per fare finta di presentare un DEF accettabile alla Commissione europea sta nelle privatizzazioni, cioè svendendo quello che rimane da svendere di un Paese allo sfascio ma con l’aggravio delle condizioni socio-economiche già drammatiche come ultimamente illustrate dall’Istat.(3) Non esiste nessuna soluzione ai problemi del nostro Paese fuori della riduzione legale dell’orario del lavoro a parità iniziale di salario ma con la riabilitazione del salario differito e con quella di una tax area su tutti i salari lordi, dunque con un ritorno a dei programmi di previdenza, di assistenza e di infrastrutture pubblici degni del nome. La tax area dovrebbe seguire una logica progressiva come d’altronde è sancito dalla Costituzione. E necessaria per permettere l’intervento statale nell’economia sopratutto quando il settore privato non è più capace di farlo, ad esempio nelle infrastrutture pubbliche più essenziali come le strade, i ponti ecc. La nostra Costituzione sancisce l’economia mista, pubblica e privata.

Per quello che riguarda l’immigrazione mi sembra che non sia più possibile tollerare il tradimento frontale della nostra Costituzione e della legge internazionale in materia. L’Articolo 10 sancisce il diritto di asilo, il Diritto del Mare enuncia obblighi e responsabilità precisi. Questa violazione della Costituzione avviene anche con l’ispirazione di delinquenti razzisti e fascistoidi pericolosi come Steve Bannon, (4) che in Italia, come pure i suoi accoliti e seguaci nazionali, cadono chiaramente sotto la giurisdizione del Articolo XII delle Disposizione definitive e transitorie della nostra Carta fondamentale. In un’epoca nella quale si evidenzia un penoso quanto assurdo caso giuridico come quello dell’esemplare sindaco Lucano, mettiamo fine alla demagogia e diamo per una volta la parola al nostro popolo sovrano!

Sapiamo che il nostro Paese soffre di un fortissimo deficit demografico. (5) Siamo già ad un suicidio nazionale collettivo. In Calabria, Regione fortemente spopolata, fonti ufficiali parlano di una perdita di oltre 400 000 mila residenti da qui al 2065. Al livello nazionale i numeri sono di oltre 6 milioni in un contesto nel quale già oltre 5 milioni dei nostri sono emigrati sin dal 2007-2008. A questo punto, da sola, una politica di natalità volontaristica del tipo di quella praticata nella Germania dell’Est negli anni anteriori al 1991, con il lavoro e i servizi sociali di base assicurati dallo Stato a tutte/i, non permetterà di frenare questo deficit demografico. Le coorte di donne fertili in Italia diminuiscono tragicamente. L’immigrazione da sola non basterebbe neppure, anche se si trovasse il metodo di conservare in Italia quelli immigranti che arrivano ma spesso scappano via al più presto. Servono ambedue la natalità e l’immigrazione.

Il sindaco Lucano andava premiato, non perseguitato. Anche secondo il testo e lo spirito della Legge calabrese in materia di immigrazione e di integrazione del 2009 che lui e le sue compagne/i avevano ispirato. (6)

Paolo De Marco

1 ) Privatisations : la menace du référendum #cdanslair – Les questions SMS 11.04.2019 https://www.youtube.com/watch?v=BZhMop2whh4

2 ) Def, per non far deragliare i conti servono 47 miliardi in due anni, di Marco Rogari e Gianni Trovati, 11 aprile 2019 https://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2019-04-11/def-centrare-obiettivi-servono-47-miliardi-072417.shtml?uuid=AB51o4mB

3 ) Noi Italia – 100 statistiche per capire il Paese in cui viviamo, https://www.istat.it/it/archivio/229437

4 ) https://it.wikipedia.org/wiki/Steve_Bannon

5 ) Rapporto Istat, Italia ultima per fecondità in Europa,Nuovo record per l’indice di vecchiaia. Peggiorano le situazioni di povertà, squilibri lavorativi a danno delle donne, 11 aprile 2019 https://www.repubblica.it/cronaca/2019/04/11/news/istat_fecondita_italia-223775103/?ref=RHRS-BH-I0-C6-P11-S1.6-T1

6 ) Riace, la Cassazione riabilita il sindaco Lucano, Dagli appalti per i rifiuti ai matrimoni di comodo, nessun indizio”. E adesso pure il divieto di dimora potrebbe cadere, di ALESSIA CANDITO 02 aprile 2019 https://www.repubblica.it/cronaca/2019/04/02/news/riace_la_cassazione_riabilita_il_sindaco_lucano-223140992/ Vedi pure : Riace, Mimmo Lucano rinviato a giudizio, Il processo per l’inchiesta sulla gestione dei migranti. Il sindaco, ora sospeso, e altre 26 persone accusati di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e irregolarità di gestione nel modello del paese. Il 3 aprile la Cassazione ha smontato parte delle due accuse rimaste in piedi, di ALESSIA CANDITO, 11 aprile 2019 https://www.repubblica.it/cronaca/2019/04/11/news/riace_mimmo_lucano_rinviato_a_giudizio-223801682/?ref=RHPPLF-BH-I0-C8-P2-S1.8-T1

LEY DE VALOR, REPRODUCCIÓN Y PLANIFICACIÓN SOCIALISTA. Introducción metodológica.
Lo que es marxista es científico y viceversa, de lo contrario no seríamos marxistas. 

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Prefacio

El siguiente texto es una traducción de Google releída del texto original en francés, también disponible en inglés e italiano en la sección Livres-Books de mi antiguo sitio jurásico www.la-commune-paraclet.com. Se refiere solo a la Introducción Metodológica al libro en preparación titulado  Ley de Valor, Reproducción y Planificación Socialista.

Una serie de textos preliminares ya están disponibles. Por ejemplo, para la Ley del Valor, se hace referencia a mi Précis d’Economie Politique Marxiste (idem), a mi « Private and public central banks : how to defeat speculative and economic attacks » en http://rivincitasociale.altervista.org/private-or-public-central-banks-to-defeat-speculative-and-economic-attacks-september-21-2018/ , y a « Credit without collateral » and « The Treasury and the Fed » (sección  Economie Politique Internationale, idem)

Para conocer la diferencia entre el poder adquisitivo y el nivel de vida, consulte : « Pouvoir d’achat, niveau de vie, temps de travail socialement nécessaire et « revenu global net » des ménages » dans http://rivincitasociale.altervista.org/pouvoir-dachat-niveau-de-vie-temps-de-travail-socialement-necessaire-et-revenu-global-net-des-menages-2-31-dec-2018/

Para la planificación socialista ver: 1) « Marginalist socialism or how to chain oneself in the capitalist cavern » en la Sección de Economie Politique Internationale (Ídem). Este texto también está disponible en francés e italiano.

2) « Note on socialist planning 2 » en http://rivincitasociale.altervista.org/note-socialist-planning-2/ . Este texto también está disponible en italiano.

3) Sección « Pour le socialisme cubain » en www.la-commune-paraclet.com

Para la democracia socialista:

1) El capítulo « Pour le socialismo cubain » de mi Pour Marx, contre le nihilisme, en la sección Livres-Books (Ídem). Más tarde corregí el centralismo democrático para no permitir confusión, digamos à la Georg Lukács a la deriva hacia el pluralismo burgués. La democracia socialista es una democracia real que invierte el poder político de clase para trascenderlo; se ocupa principalmente del poder de toma de decisiones en la planificación y de los derechos constitucionales individuales y sociales fundamentales. La democracia formal burguesa enmascarada por un pluralismo sobredeterminado por el poder del dinero y el privilegio de clase, por el contrario, se basa en la tiranía dentro de las empresas y la burocracia públicas y privadas.

2) La segunda parte de este mismo libro sobre la teoría marxista del psicoanálisis (idem). Un extracto de esta sección está disponible en inglés en la sección Livres-Books (idem) y en italiano en el texto de Contra-Pitre en la Sección Italia ( idem)

3) Ver en la sección rosa « Mariage, unions civiles et institutionnalisation des mœurs » de www.la-commune-paraclet.com . Este texto también está disponible en italiano (idem).

4 ) El capitulo « L’idéal serait un communisme libertaire » en el Précis mencionado anteriormente.

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Introducción metodológica al materialismo histórico.

Por materialismo histórico se entiende el método de investigación científica que combina el estudio de la dialéctica de la Naturaleza con el estudio de la dialéctica de la Historia. Así, el materialismo histórico también puede definirse como una dialéctica general.

Realidad y objeto de estudio.

Según Giambattista Vico existen tres realidades, la naturaleza, las instituciones humanas y las formulaciones abstractas. Podemos decir que están incorporados en dos tipos principales de objetos de estudio que la mente humana puede aprehender a través de conceptos y teorías. En este sentido, si los conceptos y las teorías dan cuenta de la realidad, permanece fuera de ellos sin ningún posible solipsismo. Estos dos tipos de objetos de estudio son objetos tangibles y objetos intangibles. Los objetos tangibles pertenecen a la naturaleza; son aprehendidas por las ciencias naturales. Los objetos intangibles consisten de realidades institucionales e inter-relacionales por un lado (incluidos los servicios), y por realidades abstractas y lógicas por el otro. Los objetos intangibles producidos por la mente humana no son irreales: son realidades objetivadas. Como tales, estas pertenecen a las llamadas fuerzas materiales que condicionan el Ser humano.

Devenir dialéctico.

La aprehensión de la realidad requiere, por tanto, conceptos y teorías. Como señaló acertadamente el joven Benedetto Croce, aunque de manera restrictivamente idealista, el primer concepto concreto es el “devenir”. El devenir es dialéctico en el sentido etimológico de la palabra porque corresponde a su objeto. El Ser no se opone a la nada. El Caos es siempre subjetivo, representa la periferia del Ser y su entorno inmediato. El no Ser, la aceptación formal del vacío, es solo un artificio de la técnica lógica utilizada para definir al Ser en su propia especificidad, mientras que se arriesga a sofocarlo en una taxonomía dualista aristotélica. Lo mismo ocurre con la ética dialéctica (si uno quiere La Fundamentacion de la metafísica de los costumbres del gran dialéctico E. Kant). Al completar la búsqueda de Pythagoras-Sócrates, se esfuerza por distinguir entre el Bien, el Bueno y el Mal, después de haber establecido la igualdad ontológica de los sujetos, por lo tanto, de las conciencias. Esta sigue siendo la primera condición de existencia del discurso y de su espacio intersubjetivo, así como de su libertad que constituye la realización estética (poïétique achevée) de esta igualdad. Spinoza hablaría aquí de “alegría”, es decir, de la realización del Hombre a través de la demo-cratia.

Métodos dialécticos.

Los primeros objetos, los objetos tangibles, pertenecen al método científico experimental de acuerdo con la dialéctica de la Naturaleza. El segundo, los objetos intangibles, pertenecen a la dialéctica histórica, aplicada a las ciencias sociales en el sentido marxista, no idealista. La conjugación individual y colectiva de estas tres realidades y estas dos dialécticas forma la dialéctica general que abarca toda praxis humana. Para evitar las trampas del llamado idealismo dialéctico, especialmente en la forma de historicismo (Dilthey, Croce), que también se encuentra en demasiados marxistas o pseudo-marxistas como Plekhanov, utilicé la expresión correcta “dialéctica de la Naturaleza”. De hecho, no le debe nada a un materialismo vulgar derivado de un Diderot mal digerido. Por lo tanto, evito cuidadosamente la expresión “materialismo dialéctico” porque las ideas e instituciones, las formas objetivadas de la mente o las relaciones sociales, también representan fuerzas “materiales”. De la misma manera, uso la expresión correcta “materialismo histórico” en lugar de “dialéctica histórica”. De hecho, la Naturaleza también se está haciendo, sin embargo, como Vico muestra, de una manera diferente, por la cual se mantiene fiel a sí misma a pesar de sus cambios de forma. Este proceso, sin embargo, no implica ninguna creación ex nihilo, que Lavoisier confirmó de manera secular. Los materiales nuevos y artificiales, por ejemplo los creados a partir de manipulaciones finas mediante microscopios de tunelización, no cuestionan la Tabla de elementos fundamental, sino que se basan en sus propiedades. Esto tiene sentido ya que, como el Hombre se renueva dentro de la Naturaleza en la Historia, cualquier estudio de las relaciones sociales implica una comprensión científica dialéctica de la realidad natural que la subyace: siempre que no esté para intercambiar, al hacerlo, el método dialéctico marxista para el positivismo, digamos à la Popper o à la Prigogine. A Lenin y Stalin se les puede seguir distinguiendo dialéctica materialista e dialéctica histórica sin caer en las trampas metodológicas y conceptualizaciones del idealismo plejanoviano. Por esta razón, no basta con distinguir entre la dialéctica de la Naturaleza y la dialéctica de la Historia, aún debemos tener en cuenta la diferencia entre lo distinto y lo opuesto que implican. La estaca es, por supuesto, la concepción del devenir dialéctico y el papel del sujeto histórico como identidad contradictoria, producto y motor de la dialéctica general. Lo que estamos tratando de iluminar a continuación.

Distintos, opuestos y dialéctica general.

El Ser o el Objeto, ya una expresión social de la realidad, no es duradera excepto en sus formas de existencia dictadas por su transformación dialéctica. Sin él, sería monstruoso y nunca alcanzaría el estado viable de un miembro de una Especie, ni de forma abstracta ni concreta. El devenir del Ser o del Objeto natural se caracteriza por la distinción, la del Ser o Objeto histórico por la oposición. Así, el devenir en Naturaleza conduce al Hombre, pero lo contrario no es cierto: estamos tratando aquí con distintas categorías. Su evolución posterior no contradice, ni niega, su naturaleza primaria. Su estudio científico es la experimentación, por lo tanto, una aproximación sucesiva constantemente refinada. El Universo del devenir de las formas históricas, por su parte, es la negación de una forma por otra, de lo contrario no habría un patrón ni una evolución histórica: estamos aquí en el Universo de los Opuestos. Por lo tanto, el modo de producción feudal no es compatible con el modo de producción esclavo, como tampoco lo es el modo de producción capitalista con el primero: a lo sumo, a veces podemos ver modos de coexistencia con el dominio de un modo sobre los otros ( coexistence à dominance ) que conducen fatalmente a la supresión del modo menos eficiente. Se entenderá que la dialéctica de la Naturaleza se relaciona con la aprehensión del Universo de los Distintos, mientras que la dialéctica histórica se ocupa del Universo de los Opuestos. No fue una leve admisión por parte del teórico burgués y masón B. Croce para conceder la superioridad del método dialéctico con respecto al estatismo aristotélico y al positivismo burgués. Este último ya estaba amenazado, en su época, por el estúpido imperialismo totalitario de las llamadas ciencias duras, la física en particular, al precio de su propia amputación de física y química. Fui el primero en notar que la ley general de la entropía se invierte por la aparición de la vida biológica.

A esta debilitante amputación se le agregó rápidamente un artefacto probabilístico nacido de un enfoque de constituyentes considerados como esquivos del átomo, el electrón en primer lugar; Este enfoque ciertamente ha hecho que Leibniz palidezca de rabia, el que primero propuso el uso de probabilidades para acercarse a un objeto de estudio hasta que podamos entenderlo mejor conceptualmente … Este enfoque conduce directamente a las contradicciones cuánticas tan apreciadas por tantos estudiosos que nunca se han tomado el tiempo de leer, y mucho menos a entender y extender la magistral crítica de Lenin en Materialismo y empiriocriticismo (1908). Además, recientemente hemos estado siguiendo la trayectoria de los fotones y las nubes de electrones. La incertidumbre y la indeterminación son meramente etapas más o menos relativas de la ignorancia. En el mejor de los casos, cuando se respeta el rigor científico, esto puede llevar a la formulación de leyes generales mientras se espera poder formular las leyes universales, para un Universo dado, que siempre se apoyan en su “pensamiento concreto” (concret pensé) específico. Volveremos a ello más tarde. Dialéctica general. El desarrollo histórico no es arbitrario o voluntarista. Las formas históricas se basan siempre en sustratos naturales u objetivados. Las relaciones de producción y las relaciones sociales en sentido amplio nunca son independientes del desarrollo de las fuerzas productivas que pueden ser captadas de acuerdo con el método experimental. El Hombre hace historia, dice Karl Marx en El 18 de brumario pero bajo la restricción del pasado que “pesa como los Alpes”. Para alcanzar su objetivo, la dialéctica general combina así las demostraciones científicas de las dos dialécticas, Naturaleza e Historia, es decir, la comprensión de la evolución histórica de las sociedades humanas, tomada como sociedades animales conscientes de su propio papel, por lo tanto de su propio Ser dentro de la Naturaleza y la Historia. “El hombre es un animal social” ya afirmaba Aristóteles en su Política.

Sujeto, bloque histórico y clase.

El sujeto histórico es, estrictamente hablando, un bloque histórico. Es doblemente así. Primero, desde el punto de vista individual, ya que su personalidad no puede ser independiente de las posibilidades materiales que ofrece el modo de producción en el que vive. En segundo lugar, desde el punto de vista de las clases sociales que estructuran las relaciones sociales y, en consecuencia, las posibilidades de ser individual y colectivo dentro de estas formaciones sociales. Así, una clase social es un objeto histórico concreto, un objeto de estudio científico legítimo porque en relación inmediata (posición, conciencia, conciencia falsa) con las relaciones de producción. Por otro lado, la Nación solo puede ser un objeto histórico concreto cuando se pone en relación con el modo de producción, es decir, con el espacio de producción y distribución del valor de cambio, así como con las demás condiciones materiales de existencia de las comunidades y grupos humanos. Las relaciones de poder producidas y determinadas por las relaciones de producción estructuran este espacio tan bien que luego hablaremos de Estado-Nación y, más precisamente, de Formación Social Nacional o Supranacional, sin eliminar, por supuesto, las distinciones subordinadas que caracterizan y continúan subsistiendo con sus propias contradicciones (idiomas, culturas, partes compartidas del pasado, etc.) Las nociones de raza, nación, grupo elegidos exclusivamente son solo arcaísmos sectarios, racistas o teocráticos, creadores de guerra, que no pueden y nunca fueron tolerados de otra manera, excepto en el margen (Marx dice en los “intersticios”), por lo tanto, fuera del espacio público y financiero común.

La identidad contradictoria contra la ilogicalidad idealista de la “unidad de los opuestos”.

La identidad contradictoria del Sujeto histórico debe ser obvia para los marxistas. Refuta la imposible “unidad de los opuestos” propuesta por la dialéctica idealista hegeliana y por sus avatares, en particular los plekhanovianos. De hecho, la dialéctica hegeliana es impulsada por una ilusión burguesa, caminando, por así decirlo, sobre su propia cabeza: es precisamente la de la unidad de los opuestos. ¡Ella dice con ligereza que el Ser contiene el No-Ser! Tal unidad es lógicamente inadmisible; lo que es peor, desacredita la dialéctica tan pronto que cae en manos torpes capaces de intercambiar estilo por contenido. El futuro no sale ileso, incluso si se tratara de una fenomenología previa. El secreto de este enigma, que confundió a todos e incluso a los mejores marxistas clásicos, probablemente no se resuelva con este tipo de contradicción conceptual que es básicamente un juego de manos. Debe ser más bien por un hecho factual: el hombre histórico definido, en sí mismo y para sí mismo, como identidad contradictoria. Porque es a la vez el resultado y la fuerza motriz de la dialéctica general que une la dialéctica de la Naturaleza y la de la Historia en su medio. Mejor aún, solo él hace posible esta “unidad” o conjugación, ya que solo él contiene y transforma la Naturaleza, así como la Historia concreta, concebida como un producto objetivado de su actividad física y mental. Esta identidad contradictoria del Sujeto proviene del hecho de que debe reproducirse imperativamente dentro de la naturaleza y la sociedad.

La filosofía moderna de la duda renace con René Descartes al distinguir Objeto y Sujeto. Pero no salimos de esta dualidad gracias al solipsismo del obispo anglicano Berkeley; ni gracias a la dialéctica idealista, que, mediante el Ser y el No-Ser, elimina puramente y simplemente el Caos, es decir, la realidad que queda detrás de los conceptos y termina fatalmente al dar la realidad como un mero reflejo de las Grandes Obras del Espíritu Absoluto. Con el « truco de la historia » como bonus. Repetimos a menudo que el modelo no es la realidad: debemos apegarnos a lo que decimos. Donde la dialéctica idealista ve, en el mejor de los casos, la única Providencia encarnada en el Espíritu Absoluto (infra-secularización del Espíritu, según Joachim de Fiore), la identidad contradictoria, que impulsa las leyes del movimiento del materialismo histórico, apunta directamente a la realización cada vez más completa de la igualdad y la libertad de todos los sujetos. El Individuo con un capital I de Hegel, era solo el ciudadano encorvado en su igualdad formal y presa de los caprichos de la Razón a caballo. El verdadero Ciudadano postula la libertad completa como Estética de la necesaria igualdad de todos. Nadie es libre sin la emancipación humana de todos. La subordinación del Otro sigue siendo una lesión. El exclusivismo es el delito de casta y clase por excelencia

Podríamos resumir esquemáticamente como sigue:

Dialéctica de la Naturaleza: Naturaleza — // — à Hombre (dominio de Distintos: El hombre es Naturaleza, pero lo contrario no es verdad)

||

Dialéctica general o materialismo histórico: esto implementa el Sujeto histórico. Él encarna la identidad contradictoria de los dos dialécticas en el acto de reproducirse individualmente y socialmente. Este acto es el trabajo humano que es el único posible creador del valor de cambio. El Sujeto es ontológicamente un “bloque histórico” (Gramsci) que toma la forma simultánea del Individuo, con su propia personalidad y la clase social a la que pertenece consciente o inconscientemente.

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Dialéctica de la Historia: modo anterior (ex feudal) # modo actual (ex capitalista) (estamos aquí en el campo de los opuestos: uno no puede dominar con el otro. A lo sumo, conocemos formas transitorias de convivencia con predominio de un modo sobre el otro (coexistence àdominance ).

Método de investigación y método de exposición:

Toda ciencia se distingue por su método de investigación y su método de exposición. Dado que el Hombre es un sujeto consciente y activo dentro de la Naturaleza y la Historia, esta acción implementa expresiones idiomáticas, la más formalizada de las cuales, a través de la escritura potencial de la memoria, es el lenguaje. En el Cratilo Platón ya comentaba que el lenguaje cotidiano nombra cosas, es decir, las aprehende. Reflexión y lógica hacen el resto. Montaigne recordó el juicio a veces engañoso de los sentidos. Al simplificar sin traicionar al sujeto, podemos decir que la inducción es al método de investigación lo que la deducción es al método de exposición, los dos están siempre trabajando en diversos grados. Esto se complementa con el razonamiento analógico, el razonamiento de eliminación y el razonamiento absurdo, etc.

La intuición, por su parte, proviene de la teoría del psicoanálisis marxista expuesta en mi Pour Marx, contre le nihilisme en que depende del amor desinteresado del sujeto por su objeto de estudio, “ver con el corazón”, siendo el resultado de un esfuerzo prolongado, a veces más sostenido de lo habitual, pero siempre presente de forma latente: esto permite, entre otras cosas, reconciliaciones imprevistas conocidas por todos aquellos que tratan las llamadas revoluciones paradigmáticas, en una disciplina dada. Esto es así con todas las ciencias: nunca comienzan con una hoja de papel en blanco (una « razón » utilizando el término kantiano) y proceden mediante refinamientos sucesivos. Althusser ha mostrado claramente estos niveles, desde la “experiencia” o la ciencia común hasta el “pensamiento concreto”. Alcanzar el “pensamiento concreto” – « concret pensé » – de una disciplina científica le permite establecer leyes universales en el contexto del Universo al que pertenece. Así, Aristóteles anticipó la Ley del valor cuando cuestionó la evidencia de que dos productos diferentes podrían intercambiarse entre sí y, en consecuencia, evaluarse de acuerdo con un estándar de medición común. Marx notó que la sociedad de esclavos en la que vivía le impedía concluir. Hoy sabemos que los Romanos ya tenían la máquina de vapor, pero solo la usaban para los juguetes de sus hijos. El surgimiento de la hegemonía del capitalismo reveló el papel central del trabajo humano en el desarrollo del valor de cambio. Sin embargo, esta evidencia histórica no encontró su final lógico en la economía política clásica, dicen los fisiócratas, Adam Smith y Ricardo, ya que no pudieron rendir cuentas de las ganancias de manera endógena. Con su Ley del valor, Marx dio a la economía política su estatus de ciencia completa basada en un “pensamiento concreto” completamente aclarado. La teoría podría entonces descubrir las leyes de los movimientos de su objeto de estudio.

Lavoisier y Darwin operaron revoluciones científicas similares. Al historizar la contribución esencial de E. Kant, especialmente en la Crítica de la razón pura, Marx notó que a medida que la Historia se desarrolla, se revelan los conceptos generales y, a veces, universales o de “pensamiento concreto”. Por otro lado, el investigador o el equipo de investigación deben primero realizar una investigación rigurosa para poder conducir a una exposición científica. Este última se relacionará con las leyes generales o con las leyes universales. El “pensamiento concreto” se entiende como el punto conceptual de correspondencia entre el concepto y su objeto de estudio, ya que desde allí se le abre finalmente su comprensión. De esto podemos estar seguros de lo que podríamos llamar la prueba del rompecabezas – test du puzzle – ; de hecho, en cierta etapa, un rompecabezas termina revelando su Todo a pesar de que está incompleto: su Universo es entonces científicamente elucidable, de lo contrario, lo que se involucrará será una transición a otro Universo, porque la etapa de las leyes generales concebidas fuera de él será superado. Este avance metodológico hace posible corregir las simplificaciones de las revoluciones paradigmáticas de Th. Kuhn, que tratan como ciencia lo que se estandariza y vende como tal, aunque carece de un “pensamiento concreto” verificable, por ejemplo, y en particular del libro de texto de Paul Samuelson. El método marxista de exposición supone la revelación científico-histórica de lo que Marx llama, en el esbozo de su Método, el “pensamiento concreto” específico de un objeto de estudio dado. Se recordará que Marx, un discípulo materialista refractario de Hegel y Feuerbach, impresiona la dualidad de su método a nada menos que a Emmanuel Kant. Sostengo que el “pensamiento concreto” de Marx es el homenaje científico del materialismo histórico al más grande epistemólogo, el más refinado e intelectualmente honesto de los practicantes del método científico finalmente secularizado y, ciertamente, a uno de los Padres del Revolución francesa, el pensador de Königsberg: el pensamiento concreto insufla y añade el devenir al estatismo ya fundamentalmente empírico de los “conceptos a priori ” de Kant. El materialismo de Kant era tan infrecuente que fue malinterpretado de manera minuciosa y trágica, excepto por Marx. En el análisis final, se basó en la sensación, es decir, en una fenomenología materialista sin la cual los discursos sobre Fenómenos y Noumena son discursos fatalmente vacíos. Por todo eso, se mantuvo en contra de lo que Koyré llamó hábilmente “empirismo baconiano”. De hecho, para E. Kant, el mayor filósofo de la Antigüedad no fue otro que Epicuro.

El pensamiento concreto de la crítica de la economía política es el valor de la fuerza de trabajo (consulte los detalles en el cuerpo de la exposición a continuación). Del mismo modo, el pensamiento concreto de la lingüística como objeto de estudio específico magistralmente abordado por Wittgenstein, es el idioma. Por idioma nos referimos aquí al conjunto de lenguajes, expresión formalizada, poderosamente apoyada por la memoria y luego por la escritura y la tecnología en general, de la doble realidad según la cual lo real es racional y viceversa, mientras que el Hombre, las especies que se reproducen sexualmente, deben reproducirse imperativamente interactuando y transformando esta realidad y esta racionalidad. Refutando el positivismo moderno – Popper etc. – y los sofismas de la Escuela de Frankfurt u otros, el gran filósofo marxista Louis Althusser, mostraron cómo se puede establecer la certeza científica en la aprehensión de un objeto de estudio cuando es posible delucidar el pensamiento concreto alrededor del cual se desarrolla, a pesar de las zonas residuales de sombra. En su Scienza Nuova, Giambattista Vico fue sin duda el primero en distinguir el grado de certeza del conocimiento humano al analizar el estado de la verdad científica, de acuerdo con su principio verum-factum. Sin embargo, el investigador o, mejor aún, el practicante – práctica teórica -, no se reduce al papel de la investigación preliminar. Antes de Marx, fue eminentemente el caso de la economía política de Aristóteles a Smith, a Ricardo y a … Senior. Lo mismo sucedió con los sucesivos desarrollos de la teoría económica burguesa, al menos hasta mi restablecimiento definitivo de la Ley del Valor Marxista, particularmente para la productividad completamente reintegrada dentro de las Ecuaciones de Reproducción Simple y Ampliada, contra la afirmaciones pseudocientíficas que van desde Böhm-Bawerk, Tugan-Baranosvky y Bortkiewicz hasta Irving Fisher, Hicks y tutti quanti. (Ver anexo)

La crítica de la economía política como eje principal alrededor del cual se desarrolla el materialismo histórico.

Con la sociedad nace la división social del trabajo, de ahí el intercambio que implica la distinción entre valor de uso y valor de cambio. Tan pronto como ya no podamos producir todos los objetos que nos necesitamos, es necesario enajenar el producto del trabajo propio al intercambiarlo por el producto del trabajo de otra persona. Dado que las condiciones materiales de vivir en la sociedad están vinculadas ontológicamente con el valor de cambio, la crítica de la economía política o la ciencia económica marxista, se afirma como esencial para estructurar la comprensión de la realidad. A través de las ventas, los trabajadores se distancian de los frutos de su trabajo. Ahora, la división social del trabajo solo puede ser abolida por aquellos que, bajo el pretexto de alabar al joven Marx ignorando minuciosamente su crítica definitiva del esclusivismo en la Cuestión Judía, intentan instrumentalizarla contra el Marx de la madurez, para forzar nuestro “retorno” al oscurantismo antes de la Edad de la cueva … Cuanto más aumenta la división social del trabajo y la productividad del trabajo, más logra el trabajador colectivo liberar su tiempo. La recuperación del Hombre por sí mismo pasa por el control colectivo de la “plusvalía social”, y no por las ilusiones pequeñoburguesas del fin ilusorio de esta “alienación” – especifica. Cuando los bienes y servicios son producidos socialmente por todos y para todos, el Hombre deja de ser reificado como una mercancía: al someterse al trabajo colectivo, no pierde el control sobre la plusvalía que produce. Esta disciplina individual y colectiva ejercida en la Esfera de Necesidad Económica es la base material para el desarrollo de la Esfera de la Libertad, en la cual el ciudadano-trabajador puede desarrollar su personalidad. De hecho, es mediante la supresión de las limitaciones capitalistas que amontonan las fuerzas productivas y las relaciones de producción en favor de la acumulación privada, particularmente en relación con el desarrollo de la productividad y el intercambio de sus ganancias, que la planificación socialista tiende a reducir constantemente la extensión de la Esfera de la Necesidad en beneficio de la Esfera de la Libertad. Lo hace expandiendo continuamente los “espacios de libertad” individuales y colectivos.

Contrariamente a lo que algunos marxistas han afirmado, la Ley del Valor de Karl Marx es una ley universal porque se basa en un “pensamiento concreto” perfectamente dilucidado. Por lo tanto, ya no está fechado históricamente en principio, sino solo en sus formas de aplicación. Del mismo modo que la plusvalía absoluta (duración) representa el modo dominante de extracción de la plusvalía para los modos de producción precapitalistas, la productividad (intensidad estructural) representa la forma dominante de extracción en el modo de producción capitalista. Siguiendo las indicaciones que Marx proporciona en su Crítica del Programa de Gotha, he demostrado que la plusvalía social es la forma dominante de la extracción de plusvalía en el modo de producción socialista. Por lo tanto, se aplica eminentemente al modo de producción socialista mientras elimina la explotación del Hombre por el Hombre y la alienación resultante, por supuesto, sin eliminar la división social del trabajo. De ahí el título de este libro que enfatiza el papel esencial de la planificación socialista y el de las nuevas estadísticas marxistas. Estos deben desarrollarse con urgencia sobre la base de la integración de la función de producción marxista, y por lo tanto de los sectores y subsectores de producción, en las Ecuaciones de Reproducción Simple y Ampliada, como se muestra a continuación. Estas estadísticas científicas marxistas son necesarias para informar la democracia socialista, que determina las prioridades para asignar los recursos disponibles a través de la planificación.

La exposición marxista de la crítica de la economía política seguiría los siguientes patrones que logré a principios de los 80:

Mi punto de partida es la Ley del valor y, en consecuencia, la naturaleza íntima del contrato de trabajo que contiene en sí mismo todas las dimensiones del poder específicamente generadas por el modo de producción en cuestión, incluidas sus relaciones legales. La familia y / o el hogar en sí mismos se basan en una relación de poder que involucra la reproducción sexual de la Especie y la reproducción de la fuerza laboral de acuerdo con el modo de producción y la época histórica considerada. Esto es esencial para identificar el conjunto, tanto contradictorio como coherente, hacia el cual tiende cualquier transición social, así como las mediaciones imaginadas para superar la negativa de ciertas clases a impulsar una mayor coherencia sistémica. Este fue el caso en la reacción de Harry S. Truman después de su victoria en las primarias contra Wallace, que le permitió poner fin a la profundización del estado de bienestar estadounidense imaginado por los « brain-trusters » de F. D. Roosevelt. Escribí entonces: “Marx en Matériaux (publicado por La Pléiade, reimpreso por Christian Palloix) muestra cómo el proceso de producción inmediato contiene un proceso de trabajo y un proceso (de producción) de la valorización. Palloix resume de la siguiente manera: Pi = Pv + Pw.

A partir de ahí, quiero mostrar:

1) que las relaciones de explotación tienen un triple aspecto y que el nexo entre los tres relaciones se basa en este triple aspecto.

(a) las relaciones de explotación objetivas que designan el aspecto material del proceso de trabajo y que se caracteriza por el aspecto objetivo de la explotación, es decir, el excedente absoluto, relativo, de productividad y plusvalía social.

(b) la relaciones de explotación subjetivas:

b1) de distribución restringidas: la relacione de explotación aparece como una relación de intercambio, es decir, la asignación del producto. Todos tienen su deber: el salario o ganancia. Estas relaciones de distribución en las relaciones de explotación enmascaran la realidad de la valoración del capital, que se basa en la apropiación de parte del valor de uso del trabajo.

b2) legal: sin embargo, estas relaciones de distribución contenidos en la relaciones de explotación están respaldados por el contrato de trabajo en el que cada parte contratante parece formalmente libre, lo que lleva a las relaciones legales dentro de la propia relacione de explotación.

2) Relaciones de distribución (definidas en términos amplios aquí y ya no se limitan a la etapa de relaciones de explotación ) Estas relaciones de distribución se refieren a las políticas macroeconómicas del Estado (Libro II del Capital) e incluyen, en particular, políticas fiscales y económicas, y sus efectos en la distribución / redistribución del ingreso nacional y en el comercio intersectorial.

3) Relaciones legales: incluyen todo el marco legal que el Estado impone o mantiene en la Formación Social Nacional; este marco legal define las relaciones de propiedad, de posesión y despojo, así como las normas de representación política, individual o grupal (es decir, el régimen democrático y sus formas, leyes y / o estatutos particulares que definen los derechos fundamentales de los individuos y grupos, el estado legal de las asociaciones económicas o de otro tipo (por ejemplo, el 1799 Combination Act en el Reino Unido y su enmienda en 1825, Ley antimonopolio) . »

Paréntesis A: determinismo e indeterminismo; Objeto y Sujeto.

Indudablemente, después de la breve exposición del método dialéctico del materialismo mencionado anteriormente, será evidente que las antiguas dualidades, que podríamos decir aristotélicas si no fuesen anteriores, del tipo determinismo e indeterminismo, ya no son válidas ya que hemos expuesto la dialéctica general y el concepto de pensamiento concreto. Actualmente, estamos haciendo un mal uso de la teoría de probabilidades en las ciencias, especialmente en la física cuántica, mientras que es cruelmente obvio que esto representa solo una serie de elaboradas elucubraciones, más o menos “complejas”, desde el enfoque probabilístico del átomo y los electrones. Éste intentó convertir la dificultad para avanzar mejor, sin pretender resolverlo por este único medio. Es asombroso que aquellos que participan en este tipo de gimnasia, al tiempo que afirman que aceptan, no la incertidumbre, pero esta incertidumbre erigida como un axioma, han olvidado lo que dijo Leibniz. Fue el primero en proponer este método para abordar la realidad hasta que la ciencia pueda hacerlo mejor. Sin embargo, Leibniz no desconocía la observación general de Aristóteles sobre la posibilidad de volver de lo particular a lo general sin que necesariamente fuera posible lo contrario. En este caso, con probabilidades, aplicó una nueva herramienta al antiguo método de investigación socrático expuesto por Platón en la República: : cuando un razonamiento no tiene éxito, uno no abandona tanto la investigación, lo pone en el trabajo de otra manera y otro aplica otras herramientas lógicas. Platón habló aquí de la teatralidad de la lógica. Pero al hacerlo, no se pierde de vista el Objeto de estudio y, sobre todo, no se sustituye por una teoría pseudo-narrativa en lugar de su propia realidad aún para aprehender científicamente.

Se objetará que, a menos que nosotros mismos seamos físicos, tales discursos son indescriptibles: no obstante, al recordar la premisa de partida de Leibniz y su advertencia, me parece que la crítica no puede ser refutada a menos que propongamos una mejor teoría del átomo que una narrativa basada en una aproximación científica de que las cosas están aquí y allá simultáneamente.

El gato de Ashby que se acerca o se aleja de la chimenea encendida es simpático y tranquilizador al mismo tiempo: Schrödinger le repugnaba tanto a Einstein como Gödel a Wittgenstein. Esto es mucho peor que la unidad de los opuestos de Hegel. Este es el complemento a la crítica incomparable de Lenin de la epistemología y la metodología de la ciencia en su Materialismo y Empiriocriticismo (1908). El mismo argumento se aplica a la aplicación de la teoría del caos a la disciplina o al estudio de los “hechos” (?) derivado de las oscilaciones del Dow Jones. (Siempre me ha parecido que la mariposa de Lorenz no pudo refutar la teoría del análisis vectorial, pero donde sea posible debería complementarla cuando sea legítimo). Obviamente, el argumento será más simple a un nivel más comprensible para todos nosotros: argumenté en otra parte de mis libros que la teoría de la probabilidad non podría iluminar la toma de riesgos en la economía sobre la base de la teoría marginalista. De hecho, ignora que los precios dependen de los valores de cambio, mientras que, además, es ontológicamente incapaz de diferenciar los intereses y las ganancias. Con la extrema financiarización especulativa de las economías occidentales y los indicadores como el PIB, vemos el peligro de tal pseudociencia sin conciencia.

Cuando un Mandelbrot pretende a propósito aclarar el tema aplicando la teoría del Caos a los datos “fácticos” (!) del Dow Jones, la necesidad de agacharse de la risa debería dar paso al deber ético de tocar el timbre de la alarma con la esperanza de salvar al menos a algunos estudiantes. El gran matemático H. Poincaré se había negado a aceptar las lucubraciones de un Bachelier. Recuerdo que algún periódico norteamericano, creyendo refutarme sin citarme, termina demostrando que una ama de casa lo estaba haciendo tan bien como el mejor trader a largo plazo. Me gustaría agregar que el trading de alta frecuencia no hace nada para cambiar este hecho, sino que se arriesga a amplificar los comportamientos de la manada y los efectos devastadores de los errores informáticos. Los hechos muestran que este tipo de trading tiene una tendencia oligopolística a través de los volúmenes negociados. De manera similar, al referirnos a nuestro concepto de “identidad contradictoria”, el corazón o, si se quiere, el espíritu latente de la dialéctica general del materialismo histórico, vemos sin gran discurso superfluo que la visión dualista tradicional es insostenible. Propone un objeto y un sujeto que interactúan de una manera no científicamente delucidable, tanto en Karl Popper, que lo convierte en un axioma al llamarlo un “milagro”, como a un “marxista” ecléctico como Ernst Block, quien se mantuvo muy leibniziano en la cuestión. Y, por lo tanto, muy religioso, ya que entre el Hombre y el Espíritu entendido como conciencia, puede haber interacción, mientras que entre el Hombre y Dios no puede haber una similitud definitiva, excepto por la imagen.

Antes de Marx, ¿cuántas contorsiones de la ciencia y la filosofía occidentales y globales se desempeñaron en la alegría masoquista o el sufrimiento feliz para dar cuenta del papel del Sujeto con buena ontología, buena epistemología y buena metodología digna de el. Como resultado, las teorías propuestas permanecieron enredadas en su halo ideológico más o menos consciente. Lo sorprendente es que, incluso mucho después de Marx, hemos tenido que soportar este “principio de esperanza” voluntariamente amputado y subordinado, y decir todo lo contrario a la emancipación humana y todas sus variantes. Esto es cierto para las teorías de reflexiones a menudo “marxistas” más o menos bilaterales y otras construcciones Logo de estructuras / superestructuras más o menos tambaleantes. Rutebeuf, el gran poeta de la Edad Media, empobrecido por la partida de su Rey a las cruzadas, escribió con sarcasmo: “La esperanza del mañana es mi feriado”.

Parenthèse B: breve historia de las falsificaciones económicas burguesas. Lo que se dice aquí sobre probabilidades se aplica al abuso de herramientas matemáticas en la disciplina. No se trata solo del fracaso de la metodología, sino también de una degeneración ontológica voluntaria mucho más perversa. Las consecuencias resultantes son peores que las causadas por el conocido error cognitivo lo que nos hace sustituir la percepción por la realidad, lo que inevitablemente conduce a una corrección impuesta por los hechos, ya sea de manera incremental o por shock brutal. Aquí se pretende creer que la Realidad es matemática, el mundo concreto se limita a reflejarlo con más o menos felicidad, aunque ni Pitágoras, ni Sócrates, ni Platón, ni ningún pensador sensato haya confundido las Ideas con el Números, estos últimos concebidos como técnicas lógicas que permiten formalizar y acercarse a los diferentes objetos de estudio.

Pitágoras y sus discípulos estudiaron el universo de Números, que Wittgenstein descubrió y desarrolló más tarde cuando se dio cuenta de que no hay matemáticas sino matemáticas en plural. La lógica es la reina de la ciencia. Arghiri Emanuel ha descrito bellamente las matemáticas como una taquigrafia de la lógica. He demostrado que su congruencia con la realidad estudiada depende de la unidad de medida que se impone con los atributos propios de su universo, un hecho olvidado tanto por los Antiguos como por René Descartes para la duplicación del cubo, así como por la mayoría de los otros teóricos en particular, entre los modernos, Peano y Bertrand Russell. La perversión final de esta degeneración lógica, que traiciona el papel legítimo de las herramientas heurísticas, se debe a la narrativa falaz consciente que imaginó el pitre Gödel, quien se entregó secretamente la misión de bloquear el camino de la ciencia de su tiempo, en particular la resultante de las teorías de Turing. Este último aplicó y superó las teorías de Babbage, especialmente para el diseño de la máquina universal. La refutación definitiva de su sistema malicioso es simplemente mostrar su subterfugio de inicio lógico que le permite concluir el estado incompleto ontológico de cualquier sistema axiomático abierto, los otros están limitados por definición. De esta manera, concluye erróneamente que existe un límite inherente a la razón humana, que en última instancia es solo un intento de derribar las teorías del devenir que conduce a una emancipación general al elevar el nivel de la educación y mediante el desarrollo y la transmisión honesta de la ciencia.

Basta recordar que no todos los Cretenses pueden ser mentirosos de todos los tiempos, por lo que su paradójico sistema de autorreferencia se desmorona. De hecho, si este fuera el caso, simplemente no serían viables como Seres y entonces no podrían pertenecer a la Especie Humana que permanece sobredeterminada por la Dialéctica de la Naturaleza – natura naturans, dice Spinoza – y por la Dialéctica de la Historia, ambas eminentemente científicas aunque implementando diferentes metodologías.

Recuerdo que existen en mi opinión paradojas reales y falsas. Los verdaderos indican la necesidad de un cambio del universo de referencia para poder continuar el trabajo de investigación científica. Las falsificaciones se refieren a una contradicción lógica entre las premisas mayor y menor, que luego distorsiona las conclusiones extraídas de ellas. A menudo, este es el objeto de falsificaciones conscientes y maliciosas destinadas a obstaculizar el progreso de la ciencia y, por lo tanto, de la emancipación humana. Otras veces esto es solo un reflejo de confusión. Por ejemplo, la paradoja de Zeno de Elea es típicamente una falsa paradoja, ya que mezcla el diseño abstracto del punto con la naturaleza sustancial de la distancia recorrida por los cuerpos. En resumen, los conceptos y las teorías no son congruentes con sus objetos de estudio. Dicho esto, es importante no confundir la incompletitud de Gödél, otra forma de indeterminismo o el principio de incertidumbre, con el devenir, que por definición no es limitado pero sigue siendo científicamente comprensible, al menos en campos que tienen  un “pensamiento concreto” específico. Por analogía, tenga en cuenta que el universo de los enteros es infinito (n +1) pero, sin embargo, responde a reglas precisas que dependen de los atributos de su universo. Estas reglas permiten varias aplicaciones cuantitativas que siguen siendo científicas y útiles en la práctica, aunque el horizonte no está limitado. Lo mismo ocurre con el devenir histórico.

Respecto a la disciplina, recuerdo que Jules Ferry elogió a Léon Walras, cuya Universidad en Francia no había querido, y lo felicitó por su introducción del aparato matemático en el campo económico. Esto le dio un aire científico al mismo tiempo que lo hace menos asequible para los mortales comunes. Además, estaba llevando a término el proyecto de Jean-Baptiste Say de tomar la teoría de la “moneda de papel” de Ricardo para considerar los datos de la función de producción solo en forma de dinero, es decir, de valor de cambio, evacuando así el valor de uso, en particular el de la fuerza laboral. Esto permitió oscurecer la génesis del beneficio anidada en las relaciones de explotación. De hecho, el beneficio proviene del hecho de que el valor de uso de la fuerza laboral es utilizado por el propietario de los medios de producción, quién se embolsa la diferencia como ganancia, más allá del tiempo socialmente necesario para reconstituirla. Walras presionó el niervo para afirmar que su sistema era socialista y científico, atributos que Marx reclamaba con razón por su teoría del valor. Los experimentos cooperativos del teórico burgués de Lausana terminaron, además, muy mal. Sabemos que Auguste Walras aconsejó a su hijo Léon, que estaba demasiado ocupado con los círculos de los teoricos de la desigualdad  de Lausana, que no olvidara los determinantes y los fines sociales de la disciplina. Este último evacuó la dificultad ontológica y metodológica al plantear arbitrariamente dos disciplinas complementarias, la “ciencia” económica desarrollada por él y la economía social. Sin embargo, contrariamente a lo que cree Maurice Allais, un ciudadano walrasiano bien intencionado, las ecuaciones de la primera no pueden ser informadas por los datos empíricos de la segunda, ya que son interdependientes. Esta contradicción es mucho más dañina que los efectos producidos por un cambio en las condiciones paramétricas de cualquier sistema.

Joseph Schumpeter tomó la distinción walrasiana entre economía (marginalista, entendida) y economía social y la transformó simplemente en una dicotomía ontológica. Schumpeter no ignoraba que al hacerlo estaba eclipsando la enorme contradicción que condena todas las teorías económicas burguesas, incluido el sistema de Keynes, es decir, la imposible reconciliación entre la microeconomía y macroeconómica. El “mercado de los mercados ” licuado de Walras no resuelve esta contradicción y no conduce al equilibrio, ni siquiera por sucesivas pruebas y errores. La contradicción ex ante / post hoc que el falsificador Böhm-Bawerk atribuyó erróneamente a Marx, caracteriza todas las variantes de la teoría económica burguesa. Solo la función de producción marxista, por mi parte elucidada para la productividad e integrada de manera coherente en las Ecuaciones de Reproducción Simple y Ampliada, hace posible plantear científicamente esta contradicción que de otro modo sería letal. Keynes propuso hacerlo de manera exógena mediante el diseño de la intervención reguladora y de planificación del Estado en la economía. Esperaba liberar al capitalismo del efecto devastador de sus “espíritus animales”. Lo que equivalía a aceptar la contradicción lógica o aceptar la dicotomía schumpeteriana. R. Solow agravó las cosas al regresar al mercado real y al equilibrio en el filo de la navaja – razor-hedge equilibirum – , incluso para el mercado laboral alegando que el pleno empleo se establecería automáticamente, lo que la evidencia siempre ha negado. Pero, además, lo hizo sin saber cómo integrar de manera endógena el papel de la tecnología. Ahora, como señaló Marx, el aumento incesante de la productividad define el carácter histórico revolucionario del modo de producción capitalista. Al menos hasta que el desarrollo de las fuerzas productivas contradiga el desarrollo de las relaciones productivas, por ejemplo, debido a la distribución desigual de las ganancias de productividad entre el capital y el trabajo.

La refutación más hermosa de este engaño pseudo-matemático de la disciplina consiste en desmantelar las falsificaciones sucesivas que intentaron, según el método habitual, falsificar y, si fuera necesario, ocultar las contribuciones científicas inigualables de Karl Marx, en particular en el Capital. Ahora es este trabajo el que finalmente logra establecer la disciplina como una ciencia por derecho propio. La falsificación comenzó con Böhm-Bawerk, quien imaginó una contradicción, por mi parte refutada, entre el Libro I y los Libros II y III de Capital. Bortkiewicz y Tougan-Baranovsky afirmaron eliminar esta supuesta contradicción recurriendo a ecuaciones cuadráticas. Al hacerlo, como demostré a fines de los años setenta, falsificaron el problema del equilibrio general (o reproducción) al sustituir a Marx por las Ecuaciones científicas de Reproducción Simple y Ampliada (RS-RA), un conjunto de ecuaciones elegido solo para poder ser procesado por una resolución simultánea. Este engaño fue más tarde retomado en el corazón con la excepción de los teóricos bolcheviques o inspirado por ellos, incluido Louis Althusser. Por supuesto, este sistema matemático no tiene nada que ver con el objeto de estudio o el problema de la determinación microeconómica y macroeconómica consistente del valor de cambio de las mercancías, que se refiere al RS-RA marxista. Hicks fue uno de los que más contribuyó a establecer lo que se describió como “keynesianismo bastardo” porque refirió a la economía burguesa a una síntesis menos innovadora que la propuesta por Keynes y apoyada por el último de Piero Sraffa, Joan Robinson y Harrod. Hicks se inspiró en el método de resolución simultánea en su intento sin ilusión de generalizar el sistema de Marshall, que se limitaba a dos productos, esencialmente capital y “trigo”, el trigo concebido como un agregado primitivo de la cesta de consumo.

Mientras tanto, Irving Fisher, el reconocido discípulo de Böhm-Bawerk, ayudó a liquidar a sabiendas la sustancia de la función de producción, el capital y la fuerza laboral, transformando todo en un “flujo de ingresos” o « income stream ». De este modo, evacuó el capital, el trabajo, las ganancias y la renta, es decir, las bases objetivas de la lucha de clases que Marx propuso analizar en el Libro III del Capital. De este modo se puso fin a la falsificación original de Jean-Baptiste Say y Walras, es decir, la que consiste en considerar los componentes de la función de producción indistintamente en términos de precio, en ausencia de cualquier consideración del valor de uso, que siempre constituye el soporte del valor de cambio. Este valor de uso que toma la forma eviscerada y subjetiva de la “utilidad”  y de la “utilidad marginal” que ya han sido refutadas por anticipación en el capítulo “La última hora de Senior ” (Libro I de Capital), siempre que el capítulo sea bien comprendido. De hecho, el producto del proceso de producción debe poder distribuirse de manera proporcional y coherente entre todos los componentes de la función de producción. Esta verdad está definitivamente establecida por mi ley marxista de productividad. La falsificación de Irving Fisher corresponde a la aparición y la consolidación del capital financiero y, por lo tanto, del interés propios o autonomizados frente al beneficio (profit), aunque, a pesar de la ilusión especulativa, el interés es siempre una parte subordinada del beneficio. Peor aún, agrava la tendencia general capitalista, mal entendida por todos los economistas burgueses, de confundir el interés con el interés especulativo. Esto es especialmente cierto cuando este último usurpa el papel de lucro que él perforó irracionalmente (Roe, etc.) como es totalmente el caso desde la derogación de la Ley de Glass Steagall en 1999. Fisher, quien afirmó aplicar las matemáticas a la disciplina, también contribuyó de manera perfectamente consciente, para ver sus discusiones sobre las tautologías, a la afirmación de la grotesca tautología que, en todas las variantes de la economía burguesa, pasa por la teoría del dinero y su circulación. Nadie se sorprenderá al saber que todas sus predicciones demostraron ser erróneas, especialmente antes de la Gran Depresión y antes del estallido de la Recesión en la Depresión de 1936-37. Tampoco termina arruinado, lo que lo empujó, aunque un poco tarde, a concebir su propia versión de “100% dinero” en un último intento por contener al monstruo especulativo que había ayudado a generalizar con su “flujo de ingresos” o « income stream ».

Esta degeneración perversa alcanza los picos de hoy con la afirmación de erigir microeconomía como ciencia matemática totalmente abstracta de macroeconomía. Estos falsificadores desvergonzados a menudo trabajan en universidades privadas en las que luchan por restringir la pluralidad en la disciplina y en donde ofician corporaciones transnacionales cuyos intereses son sustituidos por los de los Estados-nación y sus ciudadanos. Aparte del hecho de que serían difíciles de explicar la generación de ganancias, obviamente nunca se tomaron el tiempo para considerar el de sus curvas de oferta y demanda. Por lo tanto, para establecerse, la curva de oferta supone escalas de demandas de precios que se proporcionan de manera empírica y exógena. Y viceversa para establecer las curvas de demanda. Después de cruzar estas dos curvas, la alucinación esperada se produce en forma de precio de equilibrio, ¡con un eventual desplazamiento hacia la izquierda o hacia la derecha! Por supuesto, estos prodigios de microeconomía soberana valen para estos forjadores conscientes una gran cantidad de premios pseudo-Nobel otorgados por el Banco Central Sueco … Estados-nación, cuna de la soberanía del pueblo, finalmente reemplazaron, después de siglos de luchas, a la narrativa desigual y exclusiva del derecho divino. De ahora en adelante, estarían destinados a ser sometidos a estos sumos sacerdotes auto-seleccionados pero excesivamente representados y hegemónicos, de la misma manera que la democracia burguesa formal, apenas menos censitaria que antes, es nuevamente reemplazada por la democracia accionaria, que es sobredeterminada por la distribución desigual de la riqueza producida socialmente.

Paréntesis C: sobre mediación versus intermediación.

La intermediación entre el Sujeto y el Objeto es un ritual de sacerdotes y rabinos, un viejo truco religioso trillado: en la ciencia ha tomado a Galilei Galileo, Giordano Bruno y Baruch Spinoza, la forma de la Inquisición y el ostracismo, en el nombre de deferencia debido a la Autoridad, Syllabus e Índice en apoyo. En sus formas modernas, esto toma el aspecto de la exclusión académica y social y el financiamiento capitalista selectivo de la investigación científica. Las mediaciones, motivadas científicamente o empíricamente, tratan de evitar las contradicciones sistémicas de acuerdo con los datos de la lucha de clases. La mediación marxista corresponde a un mundo iluminado e iluminable por el materialismo histórico, su « pensamiento concreto » y, en su ausencia provisional, por las generalidades expuestas por Althusser. Cuidando cada vez de insistir en la congruencia entre el Objeto de Estudio y el análisis y de distinguir entre las diferentes formas de análisis, investigación o exposición. (v. http://www.marxists.org/reference/archive/althusser/1963/unevenness.htm . Notemos muy modestamente que la grandeza analítica del gran marxista Louis Althusser, quien desafortunadamente no poseía la teoría elucidada de la productividad, destaca en gran medida de todos los liliputianos que han luchado contra él desde todos los lados, incluso hasta su intimidad.) Simon y Cyert en el MIT reformulan sucintamente la paradoja propia del determinismo y el indeterminismo en las ciencias sociales: dado que los hombres, o algunos de ellos, monopolizan los recursos, actúan sobre el medio ambiente, incluyendo por ellos modificados, es posible la predicción científica? Lo mismo ocurre con la planificación. Luego, algunos teóricos ingleses respondieron con el concepto de planificación retrospectiva o « back-planning »: en un marco paramétrico dado, es posible predecir tendencias y, por lo tanto, objetivos, especialmente cuando la actividad humana es predominante, mientras se corrige el disparo como y cuándo.

Este argumento aparentemente ingenioso presupone una unanimidad (¿socialista?) o un monopolio de decisiones que prohíben cualquier interferencia perjudicial. La verdadera respuesta a esta pregunta es la mediación marxista. Pero, como en todas las demás ciencias, esto es realmente cierto solo en los campos para los cuales ya se ha demostrado el pensamiento concreto, el resto es cuestión de un rompecabezas o puzzle que debe completarse o una transición coherente a otro Universo (si desea de un nuevo sistema referencial que no invalida los Universos explicados anteriormente en sus respectivos campos, como tampoco la geometría euclidiana se invalida en tareas ordinarias por las teorías de la relatividad o por las de Lobatchevski.) Tales causas que producen mutatis mutandis tales efectos, las variaciones inesperadas en los efectos se refieren a un estado incompleto de la causalidad o a la intervención de variables intermedias de intervención. Por lo tanto, dado que la competencia se suprime a medio y largo plazo, necesariamente se refiere a otra causalidad, la inducida por la Ley del valor. Entonces, si la Ley del valor es verdaderamente científica, las variaciones de precios y las distorsiones deben poder explicarse sobre la base de mediaciones más o menos conscientes de la Ley del valor marxista. El mercado capitalista no es más que una forma de mercado entendida de manera genérica, topológica o abstracta, que históricamente permite intercambios. Es el operador de clase de estas mediaciones que transforma los valores en sus epifenómenos nominales o monetarios. Veremos más adelante que las variaciones introducidas en el modo de producción capitalista por los epifenómenos de los precios están sobredeterminadas, y por lo tanto son comprensibles y corregibles, por la Ley de valor marxista reintegrada en las Ecuaciones de Reproducción Simple y Ampliada.

Una manera idéntica pero más completa de decir lo mismo se encuentra en la proposición clave del Manifiesto comunista de que la Historia es la historia de la lucha de clases. Todos somos conscientes de que la versión muy elaborada que Vico propuso en su Scienza Nuova se hizo perfectamente científica solo una vez elaborada de nuevo por Marx. De hecho, Marx sustituyó el método científico de la Ley del Valor Marxista por el método filológico inicial aplicado por el gran teórico napolitano, él mismo inspirado en la secularización del Espíritu operada por el gran abad de Calabria, Joachim da Fiore. En resumen, en un marco precientífico, o incluso peor post-científico o narrativo (digamos simplemente “marginalista”), las mediaciones sociales necesarias por la brecha dañina entre narrativa y realidad se hacen de acuerdo con las elecciones de clase, pero empíricamente si no ciego. Por el contrario, en un marco científicamente dilucidado, las mediaciones se eligen de acuerdo con el estado de la lucha de clases para optimizar el bienestar colectivo. Por ejemplo, la indexación salarial no resolvió el problema de la inflación o la deflación; Las inyecciones de liquidez de los bancos centrales capitalistas tampoco resuelven los problemas económicos, incluida la crisis crediticia, que tienden a agravar. La teoría marxista cuantitativa del dinero demostrada en mi Tous ensemble (1996) permite comprender científicamente el problema. Entonces es posible, a través de las mediaciones apropiadas, tolerar una “tasa de inflación civilizada” correspondiente a la brecha entre la masa salarial social, que incluye el seguro social para la población inactiva, y la masa salarial real, que tiene en cuenta solo la factura salarial de la fuerza laboral activa, y así sucesivamente.

Por supuesto, la mejor manera de eliminar la inflación estructural, que no debe confundirse con otras formas de inflación, sigue siendo el pleno empleo. Este pleno empleo virtuoso debe lograrse mediante la reducción del tiempo de trabajo (RTT ) basado en el compartir de las ganancias de productividad microeconómica, esta última maximizada gracias al control colectivo de la “plusvalía social” que conduce a la mejor competitividad macroeconómica posible de la Formación Social (FS) considerada. Todo esto, por supuesto, teniendo en cuenta la inserción de este FS en la Economía Mundial y, por lo tanto, la definición de antidumping en vigor. Esto resuelve preguntas falsas, por ejemplo, el aspecto normativo o prescriptivo de las propuestas resultantes del análisis. Aparecen entonces solo como avatares de un antiguo fondo dualista que queda en la sombra a pesar del razonamiento de la XI Tesis sobre Feuerbach. La lucha de clases, expresada orgánicamente en bases dialecticas demostrables objetivamente, también resuelve la falsa paradoja mencionada anteriormente. En resumen: el Hombre hace bien la Historia, pero no según su voluntad solo, ya que el pasado le pesa como a los Alpes, parafraseando a 18 Brumario. Volvamos al corazón del tema. Está claro que la forma en que las relaciones de explotación, distribución y legales se relacionan entre sí es la misma que vincula el proceso de producción inmediato y el proceso global de reproducción.

Si el poder político consiste en la capacidad de asignar recursos de la Comunidad en beneficio de la Comunidad, la reproducción, como lo indica esta definición clásica, es el espacio último de la política y, por lo tanto, de el Estado. Pero para que esta definición no permanezca encajonada dentro de límites arbitrarios y, en última instancia, puramente ideológicos, es importante no excluir de su dominio el espacio que es su verdadero interés, es decir, el espacio del proceso productivo. La producción precede a la distribución y redistribución social. Del mismo modo, las relaciones de distribución y las relaciones legales que constituyen el contenido social concreto de la reproducción, se analizan generalmente en abstracción de lo que constituye su verdadero interés, es decir, el mantenimiento, la transformación o la modificación fundamental de los tres aspectos de las relaciones de explotación en los que se basan. Sobre esta base, ahora podemos especificar la realidad compleja del proceso dialéctico de la Historia que la concepción materialista de la historia designa como lucha (y alianzas) de clases. La teoría de la lucha de clases debe llevarnos a la posibilidad de teorizar el papel del Estado en la sociedad capitalista “. Si simplificamos este esquema, obtenemos esto

I) Relaciones de exploitacion: reales o formales.

II) Relaciones de distribución: reales o formales.

III) Relaciones legales cercanas o amplias (es decir, redistribución a través de las formas del Estado e de las épocas del MPC).

A esto se agregaría otra sección, relacionada con la exposición del devenir de la disciplina misma, es decir, de su transición del estado de investigación al de la exposición – ver arriba – , es decir, el descubrimiento de la Ley del Valor (Marxista) y sus Formas, así como su crítica de la pseudociencia económica burguesa en todas sus variantes. Se observará que este esquema es, de hecho, solo el esquema expuesto por Marx en su edición francesa de Capital, Libro I, el Capital para incluir estos Cuatro Libros. Ahora entendemos por qué, lo que nos ahorra todas las puerilidades inframarxistas infantiles sobre la estructura del Capital según su publicación póstuma, por ejemplo, recientemente a través de La Pléiade por el cuidado (!) de un Rubel. ¡En estas manos, Marx parece inferior a los teóricos burgueses de la sociología del conocimiento a pesar de su Ideología alemana! Huelga decir que el propio Marx tuvo cuidado de observar en sus prefacios que la edición francesa de Capital, Libro I, debía considerarse una edición de referencia.

Paul De Marco, Copyright © La Commune Inc, 01 de noviembre de 2012.

Para leer:

Marx, Método

Kant, E. Crítica de la razón pura.

Vico, G., Scienza Nuova (y los textos de Paul Lafargue en Vico)

Benedetto Croce, Lo que está vivo y lo que está muerto con Hegel.

Lenin, Materialismo y empiriocriticismo (1908) http://www.marxists.org/english/lenin/works/1908/09/index.htm

Stalin (Materialismo dialéctico e histórico del 38 de septiembre, y Problemas económicos del socialismo en la URSS de febrero a septiembre de 1952)

Althusser, Louis, On Dialectical Materialism, http://www.marxists.org/reference/archive/althusser/1963/unevenness.htm .

Sartre, JP, El Ser y la nada.

Kojève, A, , Essai d’une histoire raisonnée de la philosophie païenne (Kojève trata aquí de rehabilitar el trabajo en Hegel)

INDICE:

Prefazione

Introduzione

Esecutivo, Legislativo e Giudiziario; Consiglio, Commissione e Parlamento europei.

Democrazia partecipativa e democrazia industriale europee.

Coesione economica e Europa sociale.

A ) Filosofia generale: Europa sociale intesa come necessaria mediazione regionale.

B ) Parametri economici generali.

Strumenti specifici:

Come completare onestamente il dispositivo di coordinamento sotto-giacente ai Criteri di Maastricht ed al Patto di Stabilità?

Carta sociale fondamentale.

Difesa e politica straniera.

Immigrazione.

Preambolo e laicità.

Per ristabilire i fatti contro il nuovo oscurantismo sionista di destra.

Le radici umane e Adamo.

La genesi culturale nel suo sincretismo e la purezza di estrazione « divina ».

Mai cessare di questionare i propri presupposti.

Cosa sono il razzismo e l’antisemitismo?

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Prefazione

Ripropongo qui il mio testo del 2004 intitolato « Europa delle nazioni, Europa sociale e Costituzione ». Il testo originale in francese è accessibile qui: http://www.la-commune-paraclet.com/europeFrame1Source1.htm#europe .

Questo saggio si iscriveva nel contesto della critica del tentativo di imporre una costituzione europea nettamente neoliberale, spinelliana e filo-semita nietzschiana, movimento che diede luogo alla vittoria referendaria del NO in Francia del 29 maggio 2005. (https://fr.wikipedia.org/wiki/R%C3%A9f%C3%A9rendums_relatifs_%C3%A0_l%27Union_europ%C3%A9enne ) Si proponeva di concepire la necessaria integrazione pacifica europea nel quadro di una Europa sociale fondata sull’Europa delle nazioni, un obbiettivo oggi più urgente di prima. Lo spirito di integrazione qui proposto è uno di emulazione democratica ideato per favorire e generalizzare al livello europeo in modo cumulativo i migliori programmi nazionali. La base di questo processo di emulazione è l’opting out nel quadro di una chiara divisione dei poteri tra i stati membri e la UE e una chiara specificazione delle competenze governative tra Consiglio europeo, Commissione, Parlamento di Strasburgo, Corte europea e Stati membri.

Scrivere una rigida « costituzione europea » non è la strada più idonea per raggiungere questo meritevole obbiettivo, la flessibilità dei trattati inter-governativi rimane la strada migliore. Una costituzione può solo essere modificata, processo necessariamente arduo, un trattato può sempre essere rinegoziato.

La sconfitta referendaria di questo progetto costituzionale anti-democratico diede luogo ad un vero e proprio golpe istituzionale. In effetti, l’essenziale ne fu ripreso nell’attuale Trattato di funzionamento della UE senza consultazione dei popoli dei paesi membri. Perciò, nel leggere questo saggio basta pensare « Trattato di funzionamento della UE » la dove scrivo « costituzione ». Sottolineo che il Patto di Stabilità e di Crescita qui menzionato rimanda a quello negoziato da Chirac-Jospin, cioè ad un testo ancora compatibile con un programma socialmente progressista come quello della « gauche plurielle » con la sua legge quadro sulle 35 ore settimanali.

Per quello che concerna l’attuale cosiddetto Fiscal Compact, oggi tecnicamente nullo e non avvenuto perché non trascritto nel diritto europeo prima della scadenza, rimando al testo seguente: “Noi dichiariamo la morte del Trattato di austerità”, di Jean-Luc Mélenchon – Emmanuel Maurel – Younous Omarjee http://contropiano.org/news/internazionale-news/2019/03/07/noi-dichiariamo-la-morte-del-trattato-di-austerita-0113088

Il tentativo contro-natura di costruzione di una Europa spinelliana, neoliberale e monetarista è finalmente e miserabilmente fallito. Lo dimostrano la fine lamentabile del tentativo di imporre il cosiddetto « sentiero di consolidamento fiscale » – cioè l’austerità a tutto campo – e la gestione caotica dell’immigrazione.

E così arrivata l’ora di riaprire il dibattito sul necessario processo di integrazione europeo, dunque sulla necessaria costruzione di una Europa sociale ancorata nell’Europa delle Nazioni.

Il Trattato di Funzionamento della UE consolidato nel 2016, emana dal cosiddetto mini-trattato di Lisbona. Quest’ultimo fu imposto anti-democraticamente, cioè generalmente senza referendum, dopo la sconfitta referendaria nel 2005 del progetto di costituzione europea qui criticato, in Francia e nei Paesi Bassi. Anche il Trattato di Lisbona fu sconfitto per referendum in Irlanda nel 2008 ma poi approvato dopo pensanti pressioni europee in ottobre 2009. (https://fr.wikipedia.org/wiki/R%C3%A9f%C3%A9rendums_relatifs_%C3%A0_l%27Union_europ%C3%A9enne )

Perciò le mie critiche non hanno preso una riga. Basterà tenere conto degli effetti deleteri delle politiche della BCE – liquidità sotto forma di Facilities I e II, FSEF, MES,OMT, QE ecc- e del cosiddetto Fiscal Compact il quale aggravò l’austerità neoliberale-monetarista già contenuta nel Patto di Stabilità ( e di Crescita). Per questi ultimi vedi « Debito pubblico e sciocchezze marginaliste: il caso italiano », http://rivincitasociale.altervista.org/debito-pubblico-sciocchezze-marginaliste-caso-italiano-3-marzo-2017/ Per il sistema della finanza speculativa egemonica vedi il Compendio di Economia Politica Marxista nella Sezione Livres-Books del mio vecchio sito www.la-commune-paraclet.com e gli articoli pertinente nella Sezione International Political Economy del stesso sito.

Oggi alla denuncia del neoliberalismo monetarista filo-semita nietzschiano degli Eurocratici dobbiamo aggiungere la denuncia dell’assurda narrazione climatologica. Questa drammatizza un riscaldamento « globale » (?) del Pianta imputandone la colpa al CO2, cioè a tutti i « gentili » consumatori, mentre il CO2 è necessario alla crescita della vegetazione e delle culture. Poco importa se l’ « impronta ecologica » delle masse sempre più impoverite del popolo sia ridotta rispetto a quella dei loro dirigenti e dei loro vari servi in camera, come dimostrato dai Gilets jaunes in Francia. Si tratta solo, con centinaia e centinaia di miliardi di euro di sovvenzioni e di « certificati verdi » oggi finanziarizzati, aprire una nuova frontiera alle montagne di capitale speculativo oggi nuovamente confrontato alle contraddizioni del processo di accumulazione capitalista ed alla volontà maldestra e esitante delle banche centrali di uscire dei loro processi di creazione ex nihilo di moneta e di credito con vari tentativi di « normalizzazione », cioè il cosiddetto « reset ». (Vedi i testi disponibili nella Categoria « Ecomarxismo » di questo medesimo sito http://rivincitasociale.altervista.org , in particolare il testo intitolato « Clima e indottrinamento ». )

Paolo De Marco, San Giovanni in Fiore, Marzo 2019

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Le lettrici e i lettori vorranno pure consultare i documenti seguenti:

” Voyage à l’intérieur du projet de constitution “ www.humanite.presse.fr (11/09/2003)

” La Constitution sur l’avenir de l’Europe est au bord de la crise “ www.lemonde.fr (04/06/2003)

” La difficile remise en question de l’équilibre du Traité de Nice “ (idem)

” Une constitution pour sanctuariser la loi du marché “, Bernard Cassen, in Le Monde diplomatique, janvier 2004.

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EUROPA DELLE NAZIONI, EUROPA SOCIALE E CONSTITUZIONE

Europa sociale o Europa del capitale ?

Introduzione

Ho vissuto tutta la mia adolescenza in Francia, paese di tradizione giacobina, e una gran parte della mia vita adulta in un paese federale. Benché lentamente maturati, i concetti di fondo di questo testo preliminare meriterebbero alcune elaborazioni. Pero questo esercizio di delucidazione, di approfondimento e, eventualmente di scelta, non avrebbe gran senso se non si istituisse sin dall’inizio come un lavoro collettivo. In tal modo, gli errori e le lacune anche grave, purché corrette come tali da una critica fondata e costruttiva, costituiranno dei momenti forti per il processo di riflessione razionale che ne seguirebbe (per parafrasare un motto sull’importanza degli errori a rilevanza metodologica di Schopenhauer sfortunatamente denaturato da uno Heidegger vittima della sua usuale furbizia di « dottore » nietzschiano e nazista.) Il tuono è « normativo », una scelta che non sorprende essendo questo testo una critica marxista del progetto costituzionale europeo. Dovrebbe andare da se che ogni testo costituzionale europeo situato a ribasso di una legislazione nazionale qualsiasi in materia di laicità, di difesa della proprietà collettiva alla pari con quella della proprietà privata, o ancora di diritti sociali fondamentali, dovrà essere scartata senza troppo cerimonie almeno finché questi crimini di lesa-cittadinanza non siano definitivamente corretti. Ne segue che nessuno testo costituzionale dovrebbe mai essere adottato prima di essere sancito dai parlamenti dei paesi membri, o meglio ancora, da un referendum in ogni paese membro. La stessa regola dovrebbe prevalere per i trattati specifici, ad esempio i Two and Six Pack ed il Fiscal Compact. Imporli con il solo voto in Parlamento, abusando pure dell’Articolo 11 contro la sovranità del popolo, è contrario alla lettera ed allo spirito della Costituzione italiana.

Introduzione.

Le contraddizioni fanno parte integrante del divenire storico. Non è sempre possibile ed a volta nemmeno desiderabile risolverle. Importanti sono allora gli obbiettivi principali e secondari assieme alle mediazioni istituzionali e politiche adoperate per raggiungerli, superando o preservando le contraddizioni iniziali.

La costruzione europea non si capirebbe senza l’accettazione preliminare di questo approccio simultaneamente dialettico e funzionalista. Il fallimento della Conferenza intergovernativa si spiega unicamente dal fatto che le mediazioni istituzionali proposte non erano adeguate. Questo è simboleggiato dal nervosismo sulla ponderazione indotta dall’Accordo di Nizza ma non può essere riassunto in esso. La posta in gioco è ben più seria. Da un lato, si tratta della natura sociale dell’Europa che ci viene proposta, e dall’altro lato dell’avvenire costituzionale ideato per essa, sia questo « federale » oppure « confederale », per utilizzare una terminologia convenuta. Nel contesto attuale, la posta in gioco principale consiste nel sapere quale equilibrio costituzionale sarà instaurato nelle relazioni di potere che prevaleranno all’interno di questa Europa.

Questo va ben oltre ad una semplice questione di equilibrio politico o di allocazione delle risorse. In fondo, nell’attuale tappa della costruzione europea, si tratta di niente meno che dell’indipendenza dell’Europa. Questa indipendenza deve essere garantita dalla coesione di tutti attorno ai suoi principali assi di integrazione, e di conseguenza, esige anche la preservazione dell’uguaglianza sociale di tutti i suoi membri, cittadini o Stati.

Se la costruzione europea si fece fin qui, e continuerà a farsi, passo dopo passo, la saggezza vorrebbe che nella fase attuale non si rimettesse in questione il concetto di « Europa delle Nazioni ». La priorità immediata consiste dunque a concepire il livello di coesione economica e sociale necessario per completare il dispositivo monetario – e di conseguenza necessariamente economico – dell’Euro, gestito dalla Banca Centrale Europea istituita con una larga autonomia in materia di gestione degli aggregati monetari.

Questa necessaria ricerca di coesione prese la forma di un progetto « costituzionale » mirato all’armonizzazione ed all’adattamento delle istanze esistenti. In questa ottica, i Criteri di Maastricht ed il Patto di Stabilità e di Crescita dovevano essere concepiti solamente come fase transitorie mirate essenzialmente all’implementazione ed al consolidamento dell’Euro come moneta comune. Ma, in realtà, questo cammino verso la costituzionalizzazione dell’Europa si compie in un quadro doppiamente contraddittorio: Avendo ammesso la Gran Bretagna nel suo seno, la UE non era più coerente con la creazione dell’Euro e della BCE. In effetti, la GB non appartiene alla Zona Euro. Non è dunque sottomessa alla sua disciplina benché contribuisse ad influenzarne fortemente le politiche economiche generali o settoriali. Questo è notabilmente il caso per quello che concerna le « direttive » adottate dalla UE e implementate in seguito indifferentemente da tutti i Stati membri, appartenenti o meno alla Zona Euro.

Oggi si aggiunge un allargamento formale accelerato che assomiglia a fare paura all’allargamento forzoso imposto dal Cancelliere Kohl alla Germania, con l’unico effetto duraturo dello smantellamento della vitalità incarnata nel cosiddetto « modello renano » che aveva prevalso fin qui. (Notiamo che con la caduta del Muro e poi con lo smembramento della USSR, né l’unificazione della Germania, né l’allargamento della UE all’Est, non sarebbero stati compromessi da un può più di moderazione e da un può meno di imperialismo massonico e brussellese. Al massimo, senza badare ad una corsa inutile vero un obbiettivo già in parte raggiunto, si doveva tenere conto degli interessi vitali della Federazione russa, anch’essa un grande paese europeo. In tal modo sarebbe stato rafforzato, in armonia con lo spazio economico europeo, il grande insieme stabilizzatore costituito dalla Comunità dei Stati Indipendenti, anche perché l’unificazione europea era già accettata da Mosca. Il disastroso impulso anti-russo è del tutto straniero alla logica europea razionalmente concepita.)

Queste nuove e antiche contraddizioni furono portate al loro parossismo dal miraggio costituzionale concepito come unico sbocco in vista della creazione della necessaria coesione. Fecero perdere di vista gli obbiettivi reali in favore di querele e di conflitti per così dire anticipati. L’evoluzione della costellazione delle forze interne all’Unione europea allargata, divenne un incubo. In tal modo il cammino costituzionale non poteva essere altro che la traduzione in meccanismi istituzionali, scolpiti nel marmo, di questa frivola e timorosa visione. Come d’obbligo il progetto costituzionale dovette pure scegliere una formula di modifica all’unanimità. Si riconobbe in tal modo l’intera difficoltà per l’Europa delle Nazioni compiere questo passo costituzionale almeno finché l’unanimità concreta non si sarà realizzata sulla questione dell’indipendenza europea, oppure sopra quella della compatibilità della coesione economica con il principio di sussidiarietà. Così l’Europa del capitale prevalse sull’Europa sociale desiderata dai cittadini.

Comunque questa doppia ricerca va avanti secondo i mezzi europei usuali. Citiamo come esempi i meccanismi di « cooperazione rafforzata » e le iniziative comuni ai membri della UE che desiderano parteciparvi, tali EADS, Eurofighter ecc. In oltre, sappiamo che 4/5 di tutte le leggi adottate dai paesi membri non sono altro che traduzioni nazionali delle direttive europee dettate con metodi per dire poco censitari. Per ora la UE sembra più uno spazio decisionale per i grandi azionisti europei e stranieri nonché un vero e proprio spazio democratico per i cittadini dei suoi popoli membri. Lo Spazio di Schengen non ha tanta difficoltà per imporre uno protezionismo umano realmente mal concepito sopratutto se si guarda ai tassi di fecondità sintetica che prevalgano nei paesi membri. Altre iniziative di più alto rilievo, ben che per ora sfortunatamente meno consensuali tra i dirigenti, puntano all’orizzonte, tale l’anticipazione di una difesa europea indipendente comune con la creazione di uno Eurocorps.

In ogni caso un processo istituzionalizzato dell’importanza di quello che condusse alla redazione del progetto costituzionale, per poi essere proseguito tramite le conferenze intergovernative, non può più essere scartato. Di conseguenza, conviene prendere atto dei suoi aspetti positivi. Nell’incapacità di risolvere tutte le contraddizioni, importa ricercare i mezzi più idonei per cancellare le più ovvie, cercando nel medesimo tempo le mediazioni le più adatte a l’epoca attuale. Queste devono potere sostenere la marcia armoniosa dell’« Europa delle Nazioni » verso una confederazione capace di assicurare la sua indipendenza politica ed economica nel rispetto dell’uguaglianza e della sovranità ultima di tutti i suoi membri e di tutti i suoi cittadini.

Esecutivo, Legislativo e Giudiziario; Consiglio, Commissione e Parlamento europei.

Andiamo subito al dunque: Il principale difetto del progetto costituzionale attuale consiste nel avere voluto scartare il dibattito sulla natura e la portata di un confederalismo compatibile con la preservazione dell’« Europa delle Nazioni ». Il prezzo pagato fu l’irriducibile confusione istituzionale che predomina per quello che riguarda il cuore del soggetto, cioè i rapporti tra i livelli esecutivo, legislativo e giudiziario europei. Da qui, la distribuzione dei ruoli (l’interpretazione istituzionale della sussidiarietà in Europa) come pure la distribuzione dei poteri non potevano non essere zoppicanti … potevano solo confondersi disastrosamente con la ponderazione demografica tra paesi membri, mentre non veniva trattato il problema del ruolo specifico del Parlamento europeo. Conviene dunque sgomberare questa confusione iniziale, assieme al suo fondo di commercio, cioè il timore di una Mitteleuropa. Dobbiamo pure sgomberare il miraggio di una federazione che tenderebbe inevitabilmente verso una omogeneizzazione esagerata.

Una ponderazione strettamente demografica all’interno del Parlamento europeo non presenterebbe nessuno pericolo, prossimo o lontano, purché i rapporti tra Esecutivo, Legislativo e Giudiziario europei siano chiaramente definiti.

Mentre condurremo questo esercizio, non dimenticheremo che le contraddizioni secondarie non devono essere concepite come degli ostacoli insuperabili purché le mediazioni appropriate siano ideate e purché gli obbiettivi vitali della costruzione europea – indipendenza politica e coesione economica – siano preservati. Così facendo vedremo che il concepimento del Consiglio europeo e della Commissione può essere semplificato e razionalizzato, in modo da indurre una reale presa in conto del ruolo del Parlamento europeo. Questo deve essere capace di rispondere al meglio ai desideri di tutti i cittadini europei in modo da potere cancellare con un certo tatto le diatribe scatenate dal vertice di Nizza. Questo permetterebbe in oltre la risoluzione della dolosa contraddizione tra Zona Euro e UE allargata. Si aprirà così la porta ad una dinamica imprescindibile, cioè quella della marcia differenziata dei vari paesi della UE allargata, senza minimamente mettere in pericolo la coesione ultima dell’insieme. Nel lungo termine, la magia europea, la persuasione con i fatti, opererà sempre il suo fascino in modo che l’integrazione non provocherà più nessuna lacerazione costituzionale.

(Nota aggiuntiva: Oggi, l’assenza di una tale distribuzione delle competenze esecutive e legislative come pure il sotto-sviluppo del Parlamento di Strasburgo fanno si che la Corte del Lussemburgo usurpa il ruolo del Parlamento. Detta la legge comunitaria a favore del capitale e delle élite filo-semitiche nietzschiane attualmente sovra-rappresentate, invece di limitarsi all’interpretazione delle leggi esistenti secondo le sue possibilità e le sue competenze proprie. Questo porta ad una armonizzazione pseudo-giuridica all’interno della Unione europea. Si tratta qui ben più di un processo subordinato alla difesa del principio della « concorrenza libera e senza ostacoli » che di una reale difesa degli interessi delle classe laboriose. E un processo pseudo-giuridico in un senso preciso perché fa astrazione della sovranità giuridica delle costituzioni nazionali dei paesi membri. La sovranità democratica dei popoli viene così surrettiziamente espropriata.)

I sostenitori sinceri del federalismo scartano ogni velleità di egemonia in Europa ma insistano sulla democratizzazione delle istituzioni e dei processi. Questo perché si tratta di ottimizzare le risorse dell’Europa nel rispetto dei contributi e dei bisogni specifici dei paesi membri e nel rispetto dell’uguaglianza intrinseca di tutti i suoi cittadini. Pero, il principio di sussidiarietà inerente al concetto di confederazione dell’« Europa delle Nazioni » non è per niente antitetico alla democratizzazione dell’Unione: ne costituisce invece il principio di base, il solo suscettibile di permetterne la realizzazione materiale, ovviamente a condizione che siano ben definiti il ruolo e l’estensione delle istanze e della spartizione dei poteri. In questo quadro preciso, la democrazia rappresentativa, troppo spesso confusa in modo riduttivo con l’insieme dei processi democratici, potrà operare secondo il suo principio vitale, cioè una/o deputata/o per ogni circoscrizione elettorale comportando più o meno lo stesso numero di elettrici e di elettori di ogni altra.

Durante la tappa attuale della costruzione europea, sembra che saremo « condannati » a funzionare con un doppio Esecutivo: da un lato quello del Consiglio europeo e dall’altro quello della Commissione europea rimodulata per agire come potere esecutivo nato direttamente dal Parlamento europeo. Questo non rappresenta uno difetto grave, al contrario. Questo raddoppiamento, funzionale ma non generale, permetterebbe di sopprimere una volta per tutte uno degli ostacoli maggiori alla democratizzazione dell’Unione europea.

Sappiamo che uno di questi ostacoli alla democratizzazione rileva dal peso demografico, necessariamente mutevole col tempo, di ogni membro dell’insieme statale europeo. Queste evoluzioni temporali imprevedibili influenzano il peso politico specifico di ognuno di loro. La democrazia rappresentativa di Strasburgo ne è la concretizzazione. In oltre, il Consiglio europeo, oggi per così dire simile ad una presidenza forte, continuerebbe ad agir come una Seconda camera (rinnovando in modo democratico e funzionale il ruolo attualmente devoluto ai differenti senati oppure alle camere di Stati o territori membri.) Come di dovere, la Commissione diventerebbe il potere Esecutivo nato direttamente dalla rappresentanza dei pariti politici e delle coalizioni di partiti democraticamente eletti al Parlamento europeo. Non sarebbe allora niente altro che un Gabinetto ministeriale avendo ufficialmente a sua testa il capo del partito politico che avrà ottenuto il più gran numero di elette/i, purché riuscisse a riunire una maggioranza parlamentare attorno ad esso. Altrimenti, il Consiglio europeo chiamerà il capo del partito della coalizione suscettibile di riunire una maggioranza parlamentare, e così via secondo i meccanismi ormai ben noti. Nondimeno questo avverrebbe con la dovuta attenzione all’eliminazione di ogni arbitrario, e di conseguenza delle possibilità di manipolazione di una istanza sopra l’altra. In ogni caso, il numero « sostanziale » di ministri derivato da questo sistema, oltre al Primo Ministro, sopprimerà il falso problema del numero di rappresentanti permanenti attribuito ad ogni paese membro all’interno di questo Esecutivo. Non importerebbe il ruolo ministeriale di ognuno di loro, perché tutti i Stati membri avrebbero la garanzia di essere rappresentati in modo egalitario all’interno del Gabinetto ministeriale. Nel caso, per definizione raro, uno Stato membro non sarebbe rappresentato nelle coalizione di governo si farà appello ad un tecnico del detto paese.

In questa ottica, l’essenziale consiste nel sapere quale ruolo e quali poteri saranno rispettivamente devoluti al Consiglio europeo ed alla Commissione. In effetti, questa questione suppone la definizione chiara della forma di sussidiarietà scelta dall’Unione europea. Di questa scelta non si può certo fare almeno, ma si tratta di una scelta che dovrà essere sufficientemente giudiziosa per conciliare realismo politico e uguaglianza tra paesi membri. L’esercizio non è poi così semplice, ma potrà essere benefico per la tappa attuale e di buon auspicio per l’avvenire dell’Europa purché non si perdesse di vista quello che fu detto al soggetto delle contraddizioni secondarie e delle mediazioni.

In generale gli Esecutivi attuali dispongono del controllo dell’iniziativa legislativa, i parlamentari essendo ridotti ad un ruolo sussidiario, di rubber stamp, in buon inglese. E un ruolo ancora confinato dalla disciplina di partito. Il parlamentare è semplicemente ridotto a presentare progetti di legge individuali tra i quali solo alcuni saranno ritenuti secondo modalità variabili per ogni Parlamento. In oltre, gli Esecutivi controllano le burocrazie e, di conseguenza, tramite loro, controllano i cruciali processi di raccolta e di articolazione dell’informazione necessaria all’elaborazione dei progetti di legge, come pure al loro pilotaggio parlamentare ed extra-parlamentare, cioè, in fin dei conti, alla loro messa in applicazione una volta questi progetti sanciti dal Parlamento e, a volta, direttamente dal Consiglio costituzionale.

Il Consiglio europeo disporrebbe dell’iniziativa legislativa esclusiva per tutti le competenze oggi rilevanti dalla regola dell’unanimità. Il vantaggio sarebbe di sopprimere tutte le pericolose divisioni che rischiano essere strumentalizzate da certi paesi membri o ancora dalle mass-media, oppure dai gruppi di pressione. Nel corso del tempo, la solidità della costruzione europea imporrà la revisione dei domini rilevanti da questa regola. Per ora, la diplomazia dei paesi membri opera come burocrazia specializzata all’interno del Consiglio europeo, benché il Consiglio europeo dovrebbe avere accesso a tutte le risorse burocratiche a disposizione della Commissione. Tutte le competenze non coperte dalla regola dell’unanimità rileveranno dalla Commissione o dal Parlamento europeo ma necessiteranno l’approvazione obbligatoria del Consiglio europeo nella sua capacità di Secondo Camera parlamentare: la Commissione inizierebbe i progetti di legge nei domini rilevanti delle sue proprie competenze, dopo di che questi progetti seguirebbero il percorso ordinario di prima, seconda e terza lettura con l’usuale passaggio da una camera all’altra.

In realtà, per appianare le difficoltà che confrontano le nuove dinamiche decisionali, durante tutta questa fase transitoria prevista, il Consiglio europeo otterrà un diritto di informazione preliminare per tutti i progetti di legge considerati dalla Commissione quando questi progetti esibiscono una incidenza specificamente economica o monetaria. Conviene sempre impegnarsi per conservare la flessibilità necessaria al sostegno della dinamica peculiare della costruzione europea. In questa ottica, per quello che concerna le legislazioni adottate nell’ambito delle loro competenze dalla Commissione oppure dal Parlamento europeo, i membri del Consiglio europeo, come pure i membri dei parlamenti nazionali, conserveranno il loro diritto di opting out. Ben inteso, questo rifiuto legale di partecipare a delle decisioni comune senza pero poterle bloccare sarebbe esercitato senza compenso finanziario ma anche senza nessuno trasferimento fiscale – punti fiscali – verso l’Unione. Un tale trasferimento è usualmente legato alla concretizzazione dei programmi specificamente europei che alcuni membri giudicheranno utile e benefico organizzare in comune.

Non fraintendiamo inutilmente il senso e lo scopo di questo opting out: E tutto il contrario di una Europa à la carta e dunque tutto il contrario di una dissoluzione della coesione europea. Questo perché l’opting out è solo una mediazione, l’esatto lato « negativo » ma probabilmente transitorio del processo generale verso una integrazione liberamente scelta, costruita per emulazione concreta. In fatti, preservando le dimensioni della sovranità dei Stati membri che caratterizzano l’« Europa delle Nazioni », questo opting out permetterà paradossalmente di inquadrare le necessarie cooperazioni rinforzate. Si favorirà così non una Europa da due velocità ma la costituzione di differenti cerchi di coesione già previsti da Jacques Delors senza pero che questi « cerchi » ( con al centro un nocciolo duro o meglio ancora dei pilastri) nuocessero o siano percepiti come suscettibili di nuocere alla coesione ed all’uguaglianza formale di ogni paese membro.

La regionalizzazione può certamente essere giudicata positiva sul piano amministrativo ma non dovrebbe essere strumentalizzata per dissolvere i Stati-nazioni attualmente esistenti in uno informe magma europeo destinato all’ineluttabile aggravio delle disparità economiche esistenti. Questi Stati-nazioni, depositari supremi della sovranità democratica dei loro popoli rispettivi – contro la sovranità di diritto divino, teocratica o meno, di pochi « esclusivamente eletti » – sono in realtà nati da un lungo processo di pacificazione culturale, spirituale e politica in Europa. Questa evoluzione progressiva data almeno dalla codificazione delle leggi della guerra – giusta o ingiusta -, dalla solidarietà tra le avanguardie dell’intelligenza europea e poi, sopratutto, dal Trattato di Westfalia il quale tentava di stabilire una bilancia del potere che portava con se il seme del concetto della « sicurezza collettiva » tra soggetti statali piccoli o grandi ma di pari dignità.

Con questo opting out si vieterebbe dovere costituzionalizzare quello che le federazioni chiamano « il potere di spendere ». Una tale costituzionalizzazione possiede tutto il potenziale per avvelenare le relazioni tra i paesi membri, a misura che sarà coniugata con i pseudo-problemi di una rappresentanza democratica mal definita con rispetto alla questione della distribuzione delle competenze tra i vari livelli di governo, oppure tra le differenti istanze decisionali all’interno del livello di governo considerato.

Per contro, in questa ottica dell’opting out, due cose si imporranno naturalmente: prima, il termine costituzionalmente previsto per l’esercisco dell’opting out da parte di uno Stato membro da un programma al quale avrebbe previamente deciso di partecipare; questo caso risulta diverso dal semplice opting out da un programma non ancora messo in opera, dunque da una scelta iniziale di non partecipare. Secondo, in casi specifici, l’enumerazione di eventuali penalità lascerà il posto alla considerazione dei compensi quando questi risulteranno necessari, in modo transitorio, per causa di disorganizzazione importante di un programma già in corso (ad esempio l’uso dei punti fiscali coinvolti.).

Tutti questi problemi possono essere risolti con le appropriate mediazioni: ad esempio, il termine per l’opting out di un programma esistente annunciato da un governo nazionale sarebbe di una durata massima di 6 anni – prendendo in conto il fatto che la durata normale di una legislatura sarebbe fissata a 5 anni. In questo modo, l’opting out eventuale diventerebbe automaticamente una posta elettorale interna, e dunque rappresenterebbe una decisione da fare sancire dagli elettori nazionali, i quali sono pure degli elettori europei. In altre parole, lungo da costituire una catastrofe, la dinamica del opting out permetterebbe un utile controllo democratico dell’approfondimento della costruzione europea.

Importa notare che questa concezione della costituzionalizzazione dell’Europa deve progredire con prudenza. Permette di relativizzare i problemi legati simultaneamente alla ripartizione dei poteri ed al peso respettivo di ogni paese membro. Oggi questo si rifletta nella complessità, se non nella confusione, delle istanze decisionali europee, e per via di conseguenza, nella paura sotto-giacente rispetto alle tentazioni egemoniche degli uni o degli altri, oppure, all’inverso, nel rischio di paralisi dell’Unione. Questi due timori sono simboleggiati dal rigetto degli « squilibri » instaurati al vertice di Nizza ed amplificati ancora dall’imprudenza e dalla mancanza di sagacità europea di certi paesi, giovani o vecchi, durante l’intervento illegale degli Stati-Uniti in Iraq.

Aggiungiamo che l’equilibrio istituzionale e democratico qui analizzato disporrebbe dei suoi propri contro-poteri interni secondo la geniale intuizione moderna di Montesquieu. Così, la sovranità di ogni paese membro sarebbe protetta in permanenza: in effetti, malgrado tutte le devoluzioni considerate ad un momento o all’altro – o più specificamente secondo le « epoche di ridistribuzione » socio-economiche considerate – il Consiglio europeo ed i Parlamenti nazionali disporranno di un diritto di veto, oppure in modo politicamente più plausibile, dell’opting out il quale, al contrario del veto, non provocherà danni agli altri membri.

In questo senso e secondo questi principi, per tutti i poteri devoluti al Parlamento europeo ed alla Commissione che oggi rilevano di decisioni presi alla maggioranza – o più esattamente che non rilevano dell’unanimità riservata alle prerogative del Consiglio europeo – si dovrà prevedere la possibilità, per il Parlamento europeo e per il suo Esecutivo proprio, di verificare la solidità democratica delle decisioni dei membri del Consiglio europeo che avranno utilizzato il diritto di veto contro la loro decisione democratica europea: questa verifica si farebbe per via referendaria presso l’elettorato dei paesi che avranno utilizzato il loro diritto al veto. Una vittoria di 50% più uno voto costituirebbe una sconfessione per i detti membri del Consiglio europeo.

In ogni caso questa strada sarebbe riservata a casi o dossier molto specifici. In oltre, né la Commissione né il Parlamento potrà scegliere questa strada senza avere ottenuto l’approvazione di 50 % dei Stati considerati rappresentare 60 % della popolazione, rispettivamente nel quadro dell’Europa allargata oppure della Zona Euro. Di più, la « devoluzione » definitiva – i.e., istituzionale – di una competenza che richiede l’unanimità ad una logica di maggioranza necessiterebbe l’unanimità di tutti i Stati membri oppure l’approvazione di ogni Stato implicato quando questa devoluzione sarà necessaria alla messa in opera di un programma comune.

All’immagine della PAC, programma che divenne consustanziale con l’Unione europea, conviene lasciare le tendenze di fondo e la verità dei fatti imporsi sul terreno come obbiettivazione concreta di un interesse comune, anche se potrà sembrare temporalmente imperfetto. Per contro, quando tutti i Stati membri saranno diventati membri a parte intera di programmi comuni – come la PAC – , la Commissione disporrà del potere di prenderne atto e di sancire con una semplice maggioranza la costituzionalizzazione europea comune di questo programma. I successi comuni si addizioneranno così ai successi comuni e serviranno da esempio. In questo caso preciso, il programma sarà reso perenne senza implicare il trasferimento di nessuno potere di spendere supplementare in termine di ratio del PIL sia rispetto al livello di finanziamento in vigore a quel momento, sia secondo una formula accettata all’unanimità da tutti i paesi membri. Questi Stati membri conserverebbero comunque il loro diritto all’opting out relativamente a scelte addizionali ulteriori. In altre parole, la sovranità statale di ogni Stato membro rimane il mezzo di controllo ultimo del budget specificamente europeo, senza pero fare artificialmente ostacolo alla marcia verso una coesione sempre più compiuta, né, ben inteso, provocare una breccia inaccettabile nel principio di sussidiarietà che costituisce il cuore del concetto dell’Europa delle Nazioni.

Democrazia partecipativa e democrazia industriale europee.

Abbiamo fornito qui sopra gli elementi fondamentali della democrazia rappresentativa cercando di adattarli all’Unione europea. Questi equilibri anche se sagacemente stabiliti non bastano. L’Europa non può esistere senza sviluppare al suo proprio livello la « democrazia partecipativa » e la « democrazia economica e sociale. »

La prima coinvolgerebbe istituzionalmente i gruppi di pressioni ed i sindacati in tutti i processi che implicano le competenze devolute al Parlamento (e dunque alla Commissione) come pure in tutti i casi di co-decisione. Per quello che riguarda il Consiglio europeo, almeno finché non abbia concesso la devoluzione di alcune delle sue competenze, i processi che lo riguardano rilevano necessariamente dei parlamenti nazionali. Oppure, secondo i casi, di grandi mobilitazioni da parte dei cittadini europei, a carattere parlamentare o extra-parlamentare. Questo fu il caso con il grande movimento di pace nato all’occasione dell’ultima aggressione imperialista contro l’Iraq.

In particolare, durante la tappa di raccolta dell’informazione necessaria alla formulazione dei progetti di legge, la Commissione dovrebbe avere l’obbligo di consultare tutti i sindacati ed i gruppi di pressione capaci di dimostrare una rappresentanza in almeno due paesi membri implicati dalla legislazione. Questi stessi gruppi dovrebbero ottenere il diritto irrevocabile di sottomettere le loro eventuali obbiezioni, critiche e ammendamenti ai Comitati parlamentari europei. Ogni volta che, per i progetti di legge in questione, questi gruppi riuscirebbero a riunire più di 50 % dei sindacati europei oppure dei gruppi di pressione dei paesi europei, questi Comitati parlamentari si trasformerebbero automaticamente in Commissioni parlamentari. In questo modo non cesserebbero di funzionare come Comitati parlamentari ma lo farebbero sulla base di una consultazione popolare e cittadina molto più ampia.

Lo sviluppo della democrazia partecipative europea esigerebbe ugualmente l’instaurazione e lo sviluppo di quello che ho chiamato « le istanze di controllo democratico ». Questo riguarderebbe tanto la protezione dei funzionari appartenenti alle burocrazie europee quanto quella degli utenti. Il sistema di ombudsman e di prud’homme deve dunque essere armonizzato verso l’alto. Nello stesso modo, i comitati cittadini di denuncia europei debbono potere rispondere alle aspettative dei cittadini in tutti i domini pertinenti (Interpol, polizia, guardia frontaliera, ecc.) Va da se che i cittadini siano rappresentati in maggioranza in questi comitati. La cosiddetta class action andrebbe rafforzata.

Ci sia concesso aggiungere due parole sulla problematica dei cosiddetti « servizi essenziali ». Oggi la destra abusa della versione di questa nozione tale che fu formulata nei testi riuniti nel mio Tous ensemble (disponibile nella Sezione Livres-Books del mio vecchio sito www.la-commune-paraclet.com ) Conviene dunque sottolineare la logica nella quale la mia propria formulazione fu avanzata all’epoca. Non farlo ammonterebbe ad associare tacitamente il marxista che sono a delle iniziative alle quali non desidero essere minimamente associato.

Non si può affatto trattare di restringere il diritto di sciopero. Il diritto di fare sciopero non è solo un diritto sacro in quanto rappresenta una delle grandi conquiste democratiche dei lavoratori, costituisce ugualmente un elemento essenziale per il funzionamento armonioso di ogni sistema economico. Il lavoratore individuale o collettivo dispone di una ricchezza, la sua forza di lavoro – il fattore di produzione lavoro se si vuole ! E dunque contrattualmente libero disporne secondo la sua volontà. Un lavoratore solo non conterebbe niente, da qui il diritto democratico di associarsi – diritto protetto dalla nostra Costituzione. Senza questo contrappeso all’arbitrario dei possessori degli altri Mezzi di produzione, l’equilibrio tanto paventato dagli economisti di regime sarebbe solo una truffa anti-democratica.

Storicamente parlando, nei paesi appartenenti al continente europeo oppure nei paesi anglo-sassoni, le leggi contro il principio di associazione dei lavoratori – anti-combine laws, in inglese – cadettero in parallele con i principi parziali inerenti alla democrazia liberale classica, per natura sessista e censitaria (cioè, aperta solo ai possedenti capaci di pagare il censo.) La borghesia riuscì poi a fare subire a questa concezione la sorte che fece subire a tutte le altre, una paziente, lunga e sistematica laminazione delle conquiste del proletariato. Così, gli aumenti di salari reali concessi con la mano sinistra furono subito ripresi con la mano destra grazie al paziente lavoro di talpa effettuato dall’inflazione, oppure con « la gestione » capitalista dell’entrata delle donne sul mercato del lavoro.

Quest’ultima venne effettivamente gestita in modo che i « focolari » – nuclei familiari – medi nei quali oggi lavorano due persone non guadagnano in generale la somma che una sola persona poteva guadagnare alla fine degli anni cinquanta. A questo si aggiunge la « femminizzazione » dei salari. Alla fine siamo confrontati con una situazione che non contribuisce molto né all’emancipazione della donna né a quella dei focolari. La parità di genere è cruciale.

In ogni caso, per quello che ci riguarda qui, lo Stato borghese, sdoppiato in uno Stato direttamente padrone, al seguito della nazionalizzazione delle imprese effettuata dopo la Seconda Guerra Mondiale, si trova confrontato ad una classe operaia e a dei funzionari dell’amministrazione pubblica molto combattivi. Si adopera allora a salvare la sua pelle di Stato di classe ritornando in modo sbieco al « tripartitismo » scaturito dal Trattato di Versailles all’indomani della rivoluzione bolscevica. Questo portò alla creazione della cosiddetta « monarchica » Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL). Nel suo seno ogni Stato, il padronato e i sindacati si ritrovano per tentare di portare avanti una « democrazia industriale capitalista » mirata a addomesticare i sindacati ed i lavoratori per mezzo di convenzioni collettive, ponendo pero lo Stato come arbitro supreme dei conflitti al nome degli interessi generali. Lo Stato di classe è così eretto come giudice e partita nei conflitti socio-economici.

Questo esercizio rischioso per lo Stato borghese lo diventa ancora di più per lo Stato Sociale – Welfare State – padrone delle sue proprie imprese pubbliche fortemente sindacalizzate. La neutralità poteva solo essere ristabilita usurpando per il conto dello Stato di classe, le rivendicazioni degli « utenti » e dei «consumatori », cioè inventando un surrogato dell’interesse generale capace di occultare con maestria il fatto che la maggioranza degli utenti e dei consumatori non sono altro che i lavoratori stessi.

Ogni legislazione relativa ai « servizi essenziali » minimamente equa mirerebbe inanzi tutto a ritirare allo Stato di classe la sua pretensione ad essere un agente neutrale mosso unicamente dall’interesse generale. Ecco perché, ogni legislazione relativa ad un qualsiasi « servizio minimo » deve rappresentare un passo di civiltà, cioè il riconoscimento da parte del capitale dei diritti imprescindibili del mondo del lavoro. In primo luogo, il diritto di sciopero con la condanna legale di ogni tentativo di intimidazione da parte del capitale. Questa clausola deve ugualmente estendersi al diritto per i sindacati di fare campagna presso i lavoratori non-organizzati per convincerli di aderire alle loro organizzazioni ogni volta che una impresa non disporrà di una rappresentanza sindacale legittima. Di più, nessuno « servizio minimo » dovrebbe restringere il diritto dei lavoratori a portare avanti scioperi legali ma efficaci, ritirando i loro servizi finché degli accordi negoziati in buona fede non siano stati conclusi.

In particolare, questo significa che gli utenti goderanno di un certo servizio, ma all’infuori delle ore di grande intensità – ore di punta nei trasporti collettivi, ad esempio. Il comportamento modello dovrebbe probabilmente ispirarsi da quello degli infermiere e degli infermieri; questi spesso senza legislazione specifica nella materia, dispensano di volontà propria quello che per vocazione sanno essere dei servizi essenziali. In effetti, pensare diversamente entrerebbe in contraddizione con lo spirito e la lettera di tutte le costituzioni nazionali dei paesi membri della UE: tutti riconoscono il diritto di sciopero come un diritto democratico fondamentale e di conseguenza come un diritto suscettibile di essere codificato in modo marginale senza contraddirne il principio stesso. La legittimità dei sindacati ne uscirebbe fortemente rafforzata di fronte a dei governi oggi sempre più duri con una forza di lavoro desiderata da loro spendibile a piacimento con la scusa della « mobilità del fattore lavoro » – fattore di produzione reso flessibile tramite « contratti di impiego » di durata iper-determinata. Il loro potere di pressione sul capitale ne uscirebbe rafforzato per tutte le azioni sostenute dalla base. Questo perché i sindacati rimarrebbero in controllo della situazione tramite l’uso di tattiche conosciute come lo sciopero zelante o lo sciopero a singhiozzo ecc, senza che lo Stato borghese possa indossare l’abito del campione neutrale dei diritti degli utenti.

Quando si ci confronta con una problematica del tipo di quella dei « servizi essenziali », non nuoce conservare in mente la sua origine: si pone sempre in contesti storici precisi secondo lo stato di sviluppo delle leggi vigenti sulle relazioni di lavoro, delle pratiche e della cultura industriale delle regioni e dei paesi in questione, come pure del peso delle alleanze di classe del proletariato secondo l’evoluzione specifica del capitalismo. Oggi le tendenze di fondo dello Stato capitalista, interamente preoccupato a diminuire il potere sindacale per favorire la « mobilità » crescente della forza di lavoro, consistano a propagandare un processo pacificato che congiungerebbe la « consultazione » e il « dialogo sociale » con le pratiche di conciliazione, di mediazione e di arbitraggio dei conflitti lavorativi.

« Natura non facit salta »: nondimeno nella pratica concreta, oramai da oltre tre decenni, va affermandosi una tutt’altra logica di classe, verificabile in tutti i paesi capitalisti avanzati, come pure all’interno dell’OIL. Questo tentativo di pacificare le relazioni di lavoro si riassume concretamente ad una larga preponderanza dell’arbitraggio con arbitri certo acconsentiti dai sindacati ma speso, se non sempre, nominati dal Ministero del lavoro. In tal modo, si liquida de facto il potere di negoziazione dei sindacati in favore di una visione tecnocratica della spartizione del prodotto del lavoro tra profitto e salario.

Ce da dire che la situazione essendo oggi molto degenerata, l’arbitraggio sembra un mal meno peggiore quando viene confrontato alla ristrutturazione chirurgica della forza di lavoro tale che sperimentata dalla AFL-CIO o dalla Chrysler per salvare questa azienda dalla competizione giapponese. Salvataggio avvenuto essenzialmente sacrificando più della metà dei lavoratori dell’azienda con l’accordo dei sindacati, questi ultimi accettando in oltre, ingenti riduzioni dei salari. Questo senza menzionare le leggi che impongo la ripresa del lavoro anche con pesanti multe finanziarie ogni volta che il capitale sceglie di lasciare marcire la situazione per forzare la mano dello Stato, teoricamente neutrale, costringendolo ad intervenire nei conflitti per via legislativa!

Abusando della sua maggioranza parlamentare, la destra può adottare la sua legge sui « servizi essenziali » se vuole purché la sinistra conservasse una coscienza chiara delle poste in gioco e purché si impegnasse, sin da oggi, a difendere la sacralità del diritto di sciopero, incluso appellandosi alla Corte costituzionale se necessario. In realtà, la sinistra dovrebbe prepararsi a riformulare la legge esistente per essere pronte a costituzionalizzarla nell’eventualità del ritorno al potere.

Detto questo, la questione più difficile rimane quella della stesura della lista dei servizi pubblici per i quali una legge sui « servizi essenziali » potrebbe essere mutualmente vantaggiosa per tutte le parti, senza nuocere al potere di negoziazione. Chiaramente, i servizi pubblici dispensati dagli ospedali non sono dello stesso ordine di quelli offerti dal trasporto collettivo urbano, né dalla SNCF. Il caso di EDF è più complicato. I sindacati dovrebbero essere incaricati con la stesura di questa lista. I criteri decisivi più ovvi sono la salute pubblica e la protezione delle infrastrutture, cioè il mezzo di lavoro – assieme alla preservazione dei diritti dei lavoratori a negare l’uso della loro forza di lavoro al padrone, ogni volta che le negoziazioni saranno ostacolate. In altre parole, si tratterà di una codificazione delle pratiche sindacali non-ufficiali oggi effettivamente praticate. Nessuna altra via sembra legittima e non rappresenterebbe una legislazione sul mondo del lavoro ma piuttosto una legge di esproprio del potere di negoziazione, un affronto inaccettabile alla legittimità dei sindacati.

Aggiungo che queste considerazioni non avranno una grande rilevanza se certi dirigenti sindacali, pronti a privilegiare il loro rapporto con il potere invece del loro dovere di rappresentanza della base sindacale, penseranno essere autorizzati a firmare degli accordi senza l’approvazione maggioritaria dei loro membri. Purtroppo questa è una sfortunata tendenza che va crescendo in Francia, in Italia ed altrove a misura che lo Stato borghese e il padronato si accaniscono per smantellare le conquiste sindacali e sociali anteriori, cercando nel medesimo tempo di trovare dei complici per legittimare le loro pratiche regressive. In un tale contesto, i sindacati come la FIOM hanno interamente ragione quando esigono il rispetto della democrazia sindacale intesa come autentico antidoto contro l’usurpazione anti-sindacale effettuata dallo Stato borghese in nome degli utenti. (Vedi ad esempio www.liberazione.it nel quadro dei scioperi nei trasporti pubblici iniziati a dicembre 2003, notabilmente a Milano.) A questo argomento si aggiunge la necessaria e ampia legge contro l’uso dei « crumiri » e la questione generica delle pratiche eque (fair trade practices).

Ogni sistema democratico moderne rimane tragicamente zoppicante senza la consolidazione di una autentica « democrazia economica e sociale ». Questo va ben oltre la vecchia democrazia industriale che accompagnò il sistema « tripartita » di ispirazione versagliese. Si tratta prima di tutto della questione della costituzionalizzazione europea del sistema di pianificazione indicativa e incitativa. Il resto seguirebbe logicamente con le modulazioni normali secondo il colore dei governi europei al potere.

Inanzi tutto l’Europa acquisterebbe una capacità a concepire la sua propria « longer view » – per usare la frase di Paul Baran. In se i lavori di questa Commissione europea di pianificazione indurrebbe gli economisti a stare alla lontana delle inettitudini troppo ovvie legate alla speculazione economica ed alle illusioni di una crescita sopratutto dovuta alle rotazioni monetarie in circuiti chiusi o per lo meno molto lontani dell’economia reale. In effetti, i stessi che svendono i « lemons » – viz Akerlof, Stiglitz et al. – necessari alla mobilità di una forza di lavoro precaria costretta a comprare a Wal-Mart, nel quadro delle zone di libero-scambio, vi parlano della predominanza dell’« economia dei servizi », o peggio ancora dell’ « economia immateriale », mentre le multinazionali ed i governi federali, regionali e municipali dei loro paesi de-localizzano in Asia i compiti ordinari che rilevano delle burocrazie pubbliche o private (offshoring and outsourcing).

Questi economisti dello serraglio mostrano così la loro profonda comprensione nietzschiana di quello che ho chiamato, contro loro, « la scala del valore aggiunto » ideata secondo i dati dell’IAS o con più di precisione sulla « sovrappiù sociale ». (V. il mio Livre-Book III intitolato Keynesianism, Marxism, Economic Stability and Growth, in Download Now, sezione Livres-Books di www.la-commune-paraclet.com ) Pensiamo, ad esempio, alle somme esorbitanti rappresentate dai prodotti derivati, i quali valgono spesso solo per l’opacità bancaria che protegge i loro montaggi sui quali le banche centrali evitano chiedere dettagli. Per sfortuna questa pseudo-moneta vale come vale l’oro quando entra nell’economia reale, dato i mezzi considerabile che fornisce per gli LBO ed altre OPA interessate dal corto-temine; o peggio ancora, quando scoppiano le bolle speculative provocando allora l’iscrizione concreta dei loro montanti nei bilanci delle banche centrali, dei fondi mutuali e delle imprese, e di conseguenza, nel risparmio individuale e collettivo dei lavoratori e della comunità in generale.

Gli economisti più in vista ed i governi neoliberali ci vedono solo il miraggio della crescita del « PIL », nello stesso modo in cui i piccoli giocatori in borsa si felicitano ingenuamente della crescita del Price/Eearning ratio (P/E). Comunque dovrebbe essere intuitivamente chiaro per un paese come i Stati Uniti, con una popolazione nel 2002 di 291 milioni di abitanti, che non può essere gestito come Singapore. Lo stesso vale per la UE. L’evoluzione storica dei settori primari, secondari e terziari in Occidente non dovrebbe portare la gente sensata a farsi illusioni. La pianificazione bolscevica come pure le pianificazioni occidentali in tempo di guerra hanno fornito una lezione inestimabile in questa materia, particolarmente durante la Seconda Guerra Mondiale. Questa necessitò la mobilizzazione di oltre 60 % della ricchezza nazionale americana e delle risorse degli altri paesi in guerra, contro soltanto il 10 % nei paesi più avanzati durante la Prima Guerra Mondiale. La mano invisibile del mercato produce enormi sprechi dato la priorità alla soddisfazione dell’interesso privato: sprechi e interessi privati non sono accettabili in tempo di guerra, nemmeno per uno Stato capitalista, perciò il ricorso alla pianificazione.

Con Formazioni sociali più moderne e più complesse diventa allora evidente che la priorità data ai Mezzi di produzione (MP) per la produzione di Mezzi di produzione, era primordiale per raggiungere una efficienza massima in un tempo record, almeno finché l’approvvigionamento in energia ed in materie prime seguiva senza ostacoli. Si tratta qui della cosiddetta industria pesante staliniana soggetta ad un vilipendio privo di ogni buon senso da tanti sempliciotti capaci di confondere con usuale anacronismo la USSR degli Anni Trenta con l’economia avanzata dei Stati-Uniti degli Anni Sessanta.

Le rivoluzioni informatiche coniugate a quelle delle telecomunicazioni operano in parte come nuovi MP implicati nella produzione di MP nei tre grandi settori primario, secondario e terziario. Ne segue che l’eviscerazione di questa relazione organica con l’accelerazione delle delocalizzazioni industriali potrà solo indebolire le economie costrette a svilupparsi all’interno di Formazioni sociali nazionali o sovra-nazionali, a differenza delle enclave marginali capaci di specializzarsi in un numero ristretto di filiere intermedie di importanza strategica per il commercio internazionale. Singapore può crescere come uno gigantesco magazzino, ma rappresenta il caso limite di una Città-Stato .

Ben inteso, la necessaria e rapida conversione dell’economia di guerra in una economia parzialmente di pace confermò la grande lezione impartita durante la Grande Depressione: In tempo normale, l’economia non può conservare la sua viabilità e la sua vitalità senza appoggiarsi sul ruolo trainante dei settori intermedi. Questo implica il rafforzamento della domanda effettiva – come pure la canalizzazione pubblica del risparmio interno per mezzo dei programmi sociali. In tempo di guerra questi settori intermedi vengono sostituiti con la produzione di armamenti in gran parte finanziata con il debito pubblico. Per la vitalità dell’economia o per l’aumento dello standard di vita dei cittadini, la delocalizzazione di questi settori intermedi non è dunque di un migliore auspicio di quella dei settori dei MP.

Ben inteso, malgrado questi insegnamenti forniti dalla Storia, gli interessi egoisti di classe rendono spesso ciechi. Così, i neoliberali e i monetaristi più legati alla globalizzazione capitalista asimmetrica, danno priorità ai loro propri interessi particolari. Continuano a concepire l’economia secondo il paradigma del settore agricolo americano, capace, come sappiamo tutti, di enormi sovrapproduzioni con la creazione di gigantesche profitti, ma impiegando meno di 3 % della popolazione attiva. Pero questo paradigma non vale un gran che per le nazioni e per i cittadini considerati nel loro insieme. Semplicemente, sopra una tale fragile base, nessuna politica reale di ridistribuzione sociale compatibile con una democrazia avanzata si avverrà possibile, a fortiori una ridistribuzione fondata sulla spartizione del lavoro socialmente disponibile. Rimarrebbe allora come unica alternativa la spartizione della miseria tra la massa dei cittadini con la reintroduzione della schiavitù salariata moderna e della nuova domesticità, ambedue mascherate per un tempo con le illusioni ideologiche di una versione o un’altra del « reddito annuo minimo garantito » immaginato proprio dai monetaristi, ed in particolare da Milton Friedman.

Quello che vale per l’economia americana vale immancabilmente per tutte le economie che imitano il suo modello anche se con quasi due decenni di ritardo – forse molto meno oggi per causa della globalizzazione. Aggiungiamo che questa relazione intima tra settori primario, secondario e terziario crea dei vincoli inevitabili che rimandano alle relazioni tra variabili in tutti i sistemi fondati su un insieme di variabili interdipendenti. Così l’aumento della taglia del settore terziario a scapito dei settori primari e secondari può avvenire unicamente sulla base della precarietà e della pauperizzazione crescente della forza di lavoro e dei focolari, e sulla base di una pauperizzazione senza limiti per un nuovo lumpenproletariat e di una nuova « cour des miracles », non importa se questa ultima sia cacciata in periferia dai vari sindaci Giuliani e dalle loro forze di polizia oppure nei visceri delle stazioni della metropolitana.

La crescita statistica degli impieghi precari e di bassa gamma, oppure del « self-employment » (cosiddette partite IVA ), cioè di un’altra forma di precariato o di tempo-parziale mascherato, erano prevedibili sin dall’origine della rivoluzione monetarista di Volcker-Reagan. Si conferma oggi con un masochismo elitario di cattivissimo stampo. Questo dovrebbe provocare un ritorno salutare alle leggi dell’economia reale prima che i limiti all’accumulazione del capitale, lasciato a se stesso su scala planetaria, no portassero ineluttabilmente ad una nuova e gigantesca conflagrazione, aperta o larvata che sia. (v. “Les conséquences socio-économiques de Volcker, Reagan et Cie”, come pure Tous ensemble, nel mio vecchio sito www.la-commune-paraclet.com, rispettivamente Sezione Economie Politique Internationale e Sezione Livres-Books.)

Questo ritorno all’economia reale implicherebbe per lo meno la considerazione sistematica dei settori, delle industrie e delle filiere produttive. Al livello europeo, questa conoscenza approfondita permetterebbe a tutte le istanze europee, notabilmente all’Antitrust ed al Rappresentante europeo per le grandi negoziazioni commerciali e internazionali, di operare con una maggiore trasparenza. La partecipazione istituzionale dei sindacati ne uscirebbe rafforzata. Conferirebbe tutta le legittimità necessaria all’Europa per fare prevalere, almeno al livello europeo, una nuova concezione dell’anti-dumping, coniugata con il pieno-impiego, almeno nelle filiere giudicate strategiche.

Per le altre, l’apertura alla competizione internazionale averebbe in funzione dei bisogni di importazione di nuove tecnologie, oppure in funzione della possibilità verificata delle altre filiere di assorbire i volanti di manodopera così liberati, senza sacrificare la qualità degli impieghi e la qualità di vita dei lavoratori. Andrebbe da se che in un tale sistema gli aiuti come pure gli esoneri elargiti alle imprese sarebbero iscritti sin dall’inizio in una strategia industriale europea. Questo militerebbe in favore dell’adozione al livello europeo dell’equivalente della Legge francese per il controllo dei fondi pubblici versati alle imprese, in modo da responsabilizzare gli attori economici. Pensiamo qui, ad esempio, alle politiche delle grandi opere oppure l’impiego dei fondi strutturali. (Vedi a questo proposito il mio articolo « Riforme democratiche rivoluzionarie o lamentabile Ronzinante del riformismo? » in http://rivincitasociale.altervista.org/riforme-democratiche-rivoluzionari-lamemntabile-rossinante-del-riformismo/ ; questo articolo fu originariamente pubblicato nella seconda parte del mio Tous ensemble, in Downlaod Now nella Sezione Livres-Books del mio vecchio sito www.la-commune-paraclet.com )

(Nota aggiuntiva: La nuova definizione dell’anti-dumping deve essere considerata come un’urgenza. Deve mirare a proteggere le tre forme del reddito globale netto dei focolari, cioè il « salario individuale », il «salario differito » (ammortizzatori sociali e pensioni) ed il ritorno delle tasse ai focolari dei trasferimenti ai focolari sotto forma di programmi sociali pubblici e universalmente accessibili, e l’accesso alle infrastrutture pubbliche, etc.)

In parallele con la Riduzione del Tempo di Lavoro (RTL), una tale anti-dumping riabiliterebbe i contributi sociali prelevati sulla busta paga lorda, consolidando nel medesimo tempo la base fiscale. Il vantaggio di una tale definizione dell’anti-dumping proverrebbe dal fatto che non necessiterebbe nessuna rinegoziazione, un processo sempre lungo e laborioso visto la regola dell’unanimità alla OMC oppure nella UE. In effetti, permetterebbe semplicemente interpretare i suicidi trattati di libero-scambio esistenti trasformandoli in trattati di commercio equo – fair trade.

Sappiamo che la definizione dell’anti-dumping in vigore fu immaginata all’interno della OMC per accompagnare in modo sotterraneo il libero-scambio corto-termista globale, sopprimendo preventivamente ogni ricorso mirato a proteggere le conquiste sociali dello Stato Sociale o del Welfare State anglo-sassone. Perciò furono escluse d’ufficio dai suoi calcoli ogni referenza alla OIL – leggi e norme minime del lavoro – assieme ai criteri ambientali.

Da qui segue l’implementazione al livello mondiale dell’inetta « funzione di produzione » di Robert Solow – diciamo più precisamente Solow-Friedman. Questa viene scritta Y = f (K,L) dove K è il capitale e L rappresenta il lavoro disponibile immediatamente oppure in situazione di pieno-impiego, uno ragionamento infra-keynesiano di una inettitudine inconcepibile. Ma, in realtà, cinicamente calcolato in modo perfettamente massonico nel senso dell’aggravio delle derive già iniziate con il cosiddetto « keynesianesimo bastardo » tale che ideato da Hicks, Samuelson ecc. L’espressione fu coniata dagli neo-ricardiani della Cambridge, UK per caratterizzare la sintesi regressiva neo-classica. E noto ed allo stesso tempo emblematico che rispetto alla Teoria generale come pure al Fennegans Wake di James Joyce, Samuelson andava dicendo che desiderava disporre di un riassunto …

La sua funzione di produzione dimostra che Solow non aveva capita un bel niente a Keynes, né nella versione originale né nella versione detta « bastarda » : a meno che, ben inteso, secondo il vecchio approccio anche utilizzato a scapito mio e modestamente verificato da me, non desiderava semplicemente rovesciare la logica …. per effettuare un ritorno alla Tradizione … Non di meno questa funzione di produzione valse il Premio Nobel al suo pitre di autore – per il suo articolo del 1956 , il quale pretende essere una confutazione di Keynes e di Harrod, ma che in realtà non vale la carta sulla quale fu stampato, in particolare per quello che concerna il ruolo economico della tecnologica. Questo perché rimane molto al disotto delle critiche offerte da Sraffa sin dall’inizio degli anni 20 con rispetto ai rendimenti crescenti e decrescenti. Basta costatare che per Solow la tecnologa può solo essere introdotta in modo esogeno. Questo è un problema logico letale, rimanda alla contraddizione ex-ante/post hoc inerente a tutte le forme di economia borghese: la tecnologia ha un prezzo che deve essere fornito dal mercato, dunque in modo organico.

Per capire il ruolo economico fondamentale della tecnologia si deve capire la teoria delucidata della produttività razionalmente inserita nella Legge del Valore e nelle Equazioni della Riproduzione Semplice ed Allargata di Marx, che io fui il primo ed il solo ad esporre scientificamente.

Notiamo senza cerimonie che l’inettitudine della « funzione di produzione » di Solow applicata su scala globale è verificata ogni giorno dal comune dei mortali: basta notare che mette in competizione diretta i lavoratori tedeschi e francesi – e, una volta, italiani – con i loro più o meno 10 euro orari più i contributi sociali e la parte dei prelievi fiscali, non solo con quelli dell’Europa dell’Est – attorno a 3 euro orari – ma anche con il mezzo miliardo di compagni Dalits in India retribuiti a 0,50 cent orari, senza servizi sociali e ridotti ad una speranza di vita media di 40 anni. Questo perché l’equilibrio marginalista, dunque anche quello razor-hedge di Solow – riposa sopra la nozione di una soglia fisiologica, mentre sappiamo tutti che tale soglia è anch’essa elastica … Sappiamo che la longevità media all’interno dei paesi sviluppati ha cominciato a rallentare; un calo è pure statisticamente percepibile in un contesto nel quale gli operai muoiano da 7 a 11 anni in media prima dei loro dirigenti, secondo la loro professione.

Ben inteso, questo genere di equilibrio marginalista non è concepibile se non si ribassa il lavoratore allo statuto di un mere « fattore di produzione » soggetto ad una flessibilità ad oltranza e liquefattibile sotto forma denaro – incluso oggi la moneta elettronica scambiata con un semplice clic sulla Borsa globale grazie al Big Bang borsistico che coinvolge oramai anche i cash flow giganteschi delle MNC nel contesto della loro logica del profitto di corto termine o Roe. E tutto questo non rende neanche conto delle crisi, sopratutto delle crisi economiche-speculative, dato che nessuna teoria marginalista è ontologicamente o metodologicamente capace di differenziare tra interesse e profitto e dunque tra economia reale e economia speculativa. Il « credito senza collaterale » – v. sezione International Political Economy in www.la-commune-paraclet.com – non entra neppure nel suo campo ottico, nemmeno quando rovina i Stati sovrani tramite gli assurdi CDS sul debito pubblico, l’ultima scoperta nella cassetta con le papere ideologica del marginalismo neoliberale. In somma, si ha il PIB che si merita … Il resto, filo-semita nietzschiano, è diffuso generosamente in questo tipo di mondo, un’altra volta con la solita chutzpah, aldilà del bene e del male … )

Similarmente, questa pianificazione per lo meno indicativa e incitativa permetterebbe la massimizzazione di nuovi strumenti economici europei post-keynesiani da inventare o, a volta, da rivitalizzare secondo una ottica nuova.

Ad esempio, il Fondo di investimenti europeo contro-ciclico da creare attingendo ad una parte delle riserve della BCE. (Ogni anni la BCE riversa delle somme gigantesche alle banche private tramite le banche centrali dei paesi membri.) La sua funzione principale sarebbe di permettere alle istituzioni bancarie e di credito sostenere, fuori del bilancio dello Stato, una politica contro-ciclica senza esporre la UE ad un calo della notazione del suo « rischio sovrano ». Permetterebbe pure, in caso di necessita, di intervenire in proprio, ad esempio, affiancando la creazione di grandi consorzi europei capaci di portare a buon porto le operazioni di consolidamento e di rinnovazione infrastrutturale tramite la tecnica dei « swap debito contro azioni ». Questo avrebbe il vantaggio supplementare di alleggerire il budget dei Stati membri risparmiandoci il ricorso, attualmente in voga, ad una fiscalità regressiva cieca. (In questa ottica precisa, i swap debito contro azioni furono proposti nel mio Tous ensemble. Nello stesso ordine d’idea, avevo anche dimostrato come rilanciare con poca spesa pubblica la necessaria nuova politica per l’alloggio sociale.)

A più lungo termine, vediamo che la visione indotta dal sistema di pianificazione indicativa e incitativa permetterebbe una gestione più raffinata dei settori come pure delle industrie considerate grazie alle Soglie Tobin. Queste soglie completerebbero il dispositivo di inserzione nell’Economia Mondiale, un processo che sarebbe già consolidato, dal punto di vista dei lavoratori e delle imprese realmente produttive, con l’adozione della nuova definizione dell’anti-dumping qui proposta.

Nel mio Tous ensemble avevo illustrato il sistema « quadripartito » fondata su i Fondi Operai e le Soglie Tobin. ( Ben inteso, il credito pubblico tramite un polo finanziario-bancario pubblico giocherebbe un ruolo simile a quello dei Fondi Operai.) Nel momento in cui i Fondi Operai sarebbero controllati a maggioranza dai lavoratori stessi con il mandato specifico di appoggiare le imprese nazionali o semplicemente quelle presenti sul territorio, si vede subito il ruolo positivo che potrebbero assumere nella implementazione di un nuovo sistema di regulation economico fondato sulla spartizione del lavoro. Dato che nessuna nazione può vivere a lungo al di sopra delle sue capacità, questa andrebbe giustamente di pari passo con la produttività microeconomica e la competitività macro-economica più grandi possibili per una dato Formazione sociale inserita nell’Economia Mondiale.

Coesione economica e Europa sociale.

A ) Filosofia generale: Europa sociale intesa come necessaria mediazione regionale.

Nella fase attuale della costruzione europea, con o senza costituzionalizzazione, la priorità va al compimento dei cambiamenti iniziati con l’implementazione dell’Euro. Questo richiede la coordinazione delle principali politiche economiche, tenendo conto che i testi giuridici che concernano l’Euro impediscono de facto alla UE la suicide confusione intrattenuta nei Stati-Uniti tra politica monetaria in quanto tale e politiche economiche e sociali. Gestione monetaria e politiche monetariste sono due cose molto diverse. Sottolineiamo che la prima riguarda la gestione degli aggregati monetari tenendo conto, secondo i casi, dell’inflazione, della disinflazione oppure ancora della deflazione, e almeno parzialmente del tasso di scambio. Il tasso di scambio è un potere congiunto. Le seconde riguardano la forma di regulation economica e sociale ritenuta. Va sottolineato che la definizione dell’inflazione e degli aggregati monetari, oggi gestiti in autonomia dalle banche centrali, rileva di leggi nazionali in materia, dunque dal potere democratico eletto.

(Nota del 2018: nel mio Tous ensemble, scritto durante la creazione della BCE, avevo chiesto l’adozione di ratio Cooke nazionali per le banche centrali membri da coordinare al livello della BCE. Fu preferito il « modello » iper-centralizzato del pitre Mundell, con i risultati ormai noti a tutti. Avevo anche chiesto l’adozione di circuit-brakers per bloccare in anticipo i prevedibili attacchi speculativi del Dollaro americano contro la minacciosa nuova moneta di riserva (conta già più del 20 % al livello mondiale …il dollaro anticamente re conto solo per 60 %, mentre oggi la Cina ha già creato un mercato renminbi-petrolio che sarà presto esteso alle materie prime.) Per fortuna questi circuit-brakers furono adottati. L’Euro permise così alla « gauche plurielle » di portare avanti la sua politica sociale – RTT ecc – la più avanzata sin dal programma comune di Mitterrand-Marchais, proteggendola dagli attacchi speculativi come sarebbe stato inevitabile con il Franc. Purtroppo, l’invenzione e la generalizzazione dei CDS sul debito pubblico non fu contrastata. Questi strumenti finanziari speculativi sono una assoluta assurdità visto che la circolazione legale della moneta e del credito è sancita dallo Stato, non al livello privato da una decina di banche primarie speculative e parassitarie. I rovinosi e continui salvataggi statali non lasciano il minimo dubbio su questo soggetto. Per sfortuna né la Francia di Hollande né l’Italia ha chiesto l’abolizione dei CDS sul debito pubblico e nemmeno quella delle vendite a nudo, esponendosi dunque finalmente ai nuovi attacchi speculativi immaginati con l’aumento dello spread. Per colmo, ancora oggi, nessuno chiede la creazione dei ratio Cooke nazionali!!! Aumenta dunque il debito pubblico ed i squilibri esterni, anche sotto forma del Target II. Il NIIP attuale mostra come l’Italia sia già stata svenduta al capitale speculativo estero. Vedi:  https://en.wikipedia.org/wiki/Net_international_investment_position . Oggi, l’unico modo di liberarsi dal cappio dello spread – e delle banche private – sta nella necessaria creazione di una banca pubblica con una forte leva finanziaria iniziale per comprare/cancellare il debito pubblico anno dopo anno liberando così il margine budgetario necessario agli interventi dello Stato per garantire gli interessi nazionali e l’utilità sociale secondo i dettami della Costituzione. Questa banca pubblica potrà pure finanziare il settore para-pubblico ecc. Vedi « Private and public central banks: how to defeat speculative and economic attacks » http://rivincitasociale.altervista.org/private-or-public-central-banks-to-defeat-speculative-and-economic-attacks-september-21-2018/ Vedi pure Feb. 2019: « Credito, debito pubblico e tagli » in http://rivincitasociale.altervista.org/credito-debito-pubblico-tagli-golpe-costituzionale-24-febbraio-2019/ )

Per ora, questa coesione riposa sui Criteri di Maastricht e sul Patto di stabilità e di crescita. Ma questi sono attualmente fortemente condizionati da un neoliberalismo che inquina tanto i governi di destra (Francia, Italia, ecc.) quanto quelli di sinistra senza risparmiare l’attuale governo tedesco. La questione di fondo va ben oltre quella del rispetto o meno degli impegni anteriori e del potere giuridico di una istanza – la Commissione – sopra un’altra – il Consiglio europeo via l’Ecofin. In realtà, si tratta semplicemente della natura democratica oppure nietzschiana dell’Europa. Questa Europa sarà una istanza sovranazionale borghese, perciò strettamente censitaria, oppure sarà una ricomposizione regionale necessaria della democrazia europea tenendo conto dell’evoluzione dell’economia mondiale? In breve, preme sapere se si tratta della realizzazione dell’Europa del capitale oppure dell’Europa sociale.

La ragione è semplice benché terribilmente occultata dall’inanità della « scienza » economica oggi insegnata nelle nostre università. Si deve pure tenere conto dei presupposti di classe che impregnano tutte le istanze decisionali legate da vicino o da lontano all’Unione europea. Ad esempio, le burocrazie ed istituti di ricerca europei o nazionali, oppure ancora l’OCSE o il FMI. A parte alcuni economisti rinomati che confondano naturalmente l’obbiettività scientifica con la necessità di preservare la loro reputazione, se non il loro standard sociale, nessuno può ignorare che tutte le varianti della « flat-tax » – fiscalità regressiva – possono solo scaturire dalle prescrizioni degne di una scienza economica voodoo, almeno di esigere tagli sistematici nelle spese dello Stato.

Nessuno ignora che questa esigenza neoliberale implica lo smantellamento completo dello Stato sociale, come pure quello dello Stato smithiano classico. In effetti, quest’ultimo prevedeva come una verità d’evidenza l’intervento dello Stato per garantire i compiti che il capitale privato non è in grado assumere da solo – difesa, sicurezza – e, per implicazione, per edificare le condizioni infrastrutturali – urbanesimo, igiene pubblico, trasporto ecc. – necessarie alla crescita del capitale. Si tratta qui di un obbligo giustificato con l’ideologia dell’interesse generale e dell’equità necessaria alla concorrenza – il « comunismo del capitale » secondo Marx. Le formi dominati del capitale all’epoca di A. Smith, erano il capitale mercante e il capitale industriale emergente. Questo aspetto pre-keynesianso del capitalismo classico viene oggi liquidato dall’odierno neoliberalismo. Questo conserva solo il finanziamento e la coordinazione statale della difesa – di cui alcuni compiti maggiori potrebbero, secondo Rumsfeld et al., essere devoluti al privato nel futuro prossimo. La stessa cosa vale per lo sviluppo degli apparati di repressione destinati a garantire il quadro sociale della produzione coniugato al carattere rigorosamente privato dell’accumulazione capitalista.

Nell’occorrenza, parlare di « nietzschianismo » per caratterizzare questo « ritorno ascendente » verso la ridistribuzione disuguale e barbara dei redditi e delle ricchezze non è una parola in aria né un slogan esaltato, ma bensì una descrizione obbiettiva della realtà. Questo « ritorno » volontaristico alla disuguaglianza intrinseca tra le classi non cade dal cielo: ha come antecedenti immediati, notabilmente all’interno del Pentagono del secondo dopo-guerra, in seguito al rilancio della Guerra Fredda, un certo numero di studi segreti squisitamente ufficiali – attestati sull’onore da John Galbraith, in particolare il Report from the Iron Mountain.

Questi documenti nutrirono numerosi studi privati che annunciarono la cosiddetta « rivoluzione tecnotronica » e altri « future shocks ». Con il collasso del modello rivale incarnato dalla USSR, la filosofia capitalista nietzschiana contenuta nei documenti originali acquistò una nuova vita. Molto tempo indietro, le élite borghesi avevano concluso che la crescita continua e sistematica della produttività del capitale e del lavoro dovuta all’approfondimento della composizione organica del capitale, libera masse crescenti di forza di lavoro, ponendo così ineluttabilmente una scelta dolorosa al modo di produzione capitalista.

Da una parte, l’accettazione del suo superamento progressivo con la spartizione del lavoro socialmente disponibile e delle ricchezze prodotte, mantenendo una etica e una cultura « democratica » fondata sul lavoro individuale delle cittadine/i, cioè, almeno parzialmente, sulla proprietà individuale legata ai frutti di questo lavoro. Dall’altra parte, la scelta della perpetuazione delle disuguaglianze di classe portata allora necessariamente al loro parossismo con la crescita simultanea della produttività e della disoccupazione strutturale di massa. Tale scelta non mancherebbe indurre l’istituzionalizzazione di misure di repressione permanenti delle cosiddette « classi pericolose ». La verifica ne è oggi fornita dall’impatto liberticidio del Patriot Act americano e dalla sostituzione ovunque della sicurezza armata alla preminenza dei diritti fondamentali delle cittadine/i. Questa regressione viene compiuta in nome di una minaccia « terrorista » mal definita o meglio ancora ideata interamente per avvalorare questa scellerata scelta.

Per quello che riguarda la prima alternativa, senza rifare tutto Beaumarchais, sottolineiamo che la società borghese si impose contro il feudalismo appoggiando la legittimità dei frutti del lavoro contro l’eredita dei privilegi e delle ricchezze. Hamilton nei possedimenti britannici in America del Nord oppure il Directoire in Francia ebbero rapidamente ragione di Thomas Paine, di Jefferson o ancora di Babeuf e di Robespierre. Nondimeno, l’imprenditore borghese, spesso arrampicato ai furgoni dell’Esercito oppure ai suoi « pantalons garance », conserva sempre l’acuta coscienza di essere uno « self-made man ». L’iniziativa individuale del proprietario, del manager o del lavoratore sarebbe rigorosamente identica dal punto di vista « qualitativo » benché molto diversa dal punto di vista « quantitativo » dato il « merito » rispettivo. Questa uguaglianza formale viene abilmente presentata come tale per ragioni di legittimazione delle pretese universalistiche usuali a tutte le classi dominati. Questo rischia di perdurare a lungo, perciò si impone uno ribilanciamento che solo lo Stato può operare.

Il mondo capitalista rimane un mondo alla rovescia: le illusioni relative al « salario » in quanto proprietà individuale provengano dal fatto che il « salario capitalista » rimane individuale malgrado le forme adottate dalla ridistribuzione sociale legata per conto suo all’instaurazione dei programmi sociali e dunque dell’emergenza della « sovrappiù sociale ». Provengano, in oltre, dall’emergenza della gestione « manageriale » che permise al capitalismo durante le Années Folles di mascherare l’indecenza dei profitti dei « proprietari » dei Mezzi di produzione, spesso assenti, dietro i « salari » dei manager, una distinzione oggi singolarmente indebolita dal capitalismo finanziario speculativo sostenuto da « holding private » che coltivano l’opacità come un’arma contro i concorrenti e contro i loro propri azionari.

Per ora, la borghesia occidentale cede alle illusioni del « schumpeterismo alla rovescia » (« alla rovescia » perché Schumpeter era convinto del deperimento inevitabile del modo di produzione capitalista, la « distruzione creativa » essendo essenzialmente vista come un stratagemma per ritardare l’esito fatale.) Questi si illude potere assorbire le stratte crescenti della disoccupazione con la doppia « distruzione creativa » – secondo il suo punto di vista di classe – della proprietà pubblica e degli impieghi permanenti e sindacalizzati implicati. I disoccupati sono allora destinati ai piccoli lavoretti – precarietà e tempo parziale – tramite il « workfare »; o, peggio ancora, sembrano destinati al confinamento in istituzioni penali o para-penali anche loro già destinate ad essere privatizzate. Le élite europee attuali sembrano anche pensare che questo « schumpeterismo alla rovescia » gli permetterà sostituire i monopoli economici nazionali in vigore nei loro paesi rispettivi con imprese private europee. Queste sarebbero strutturate al livello regionale europeo nella speranza di aumentare il loro peso nell’economia mondiale. Nondimeno questi « campioni » rimarrebbero aperti al capitale straniero dato il « Big Bang » borsistico fondato sull’apertura dei mercati e la disaggregazione funzionale delle istituzioni finanziarie a favore della banca cosiddetta « universale ». Con la conseguenza che, prima o poi, saranno costrette a fare i conti con i grandi fondi mutuali anglo-sassoni.

L’Europa applica oggi le ricette neo-liberali cucinate nei Stati-Uniti sotto Volcker-Reagan, e attualmente perseguite da G. W. Bush, con il fervore del convertito filosemita nietzschiano. Ma l’Europa lo fa con qualche decenni di ritardo proprio mentre le contraddizioni indotte da questa scelta contro-natura accrescano tutti i problemi e tutti i squilibri esterni e domestici ormai familiari agli Americani. Con cognizione di causa, l’Europa cerca di credere alla virtù delle PMI giudicate essere i principali creatori di lavoro. Sappiamo che in media 70 % tra queste non sopravvivono oltre tre anni mentre il resto rappresenta solo una escrescenza instabile delle politiche del indotto generato dalle grandi imprese pubbliche o dalle entità governative diminuite dalla cosiddetta deregolamentazione e dalla privatizzazione, ambedue accelerate dal fenomeno secolare della decentralizzazione/deconcentrazione.

In effetti, l’attuale « crescita economica » va di pari passo con la deindustrializzazione e la delocalizzazione delle imprese americane e con l’incapacità strutturale di creare impieghi veri. Questo dimostra senza dubbio che, nell’assenza di un nuovo corso (New Deal) in materia di ridistribuzione dei poteri e delle ricchezze, il capitalismo speculativo sfrenato attuale è ridiventato il suo proprio peggiore nemico – John M. Keynes metteva in guarda contro i suoi « spiriti animali »; Galbraith sottolineava assieme ai New Dealers più avanzati che i sindacati costituiscono dei « contrappesi » preziosi per disciplinare il capitalismo.

Una volta ancora il capitalismo moderno, del quale i Stati-Uniti sono la punta avanzata, si schianta con forza contro la sua contraddizione intima, cioè la sovrapproduzione accompagnata dal sotto-consumo. Questa contraddizione è eretta in fatalità sistemica dagli epigoni del neoliberalismo che pagano il loro impiego e la loro riputazione con una sovrappiù di « servitù volontaria ». Ben inteso, questa contraddizione non è risolvibile senza cambiamenti nel modo di produzione o almeno senza una nuova regulation appropriata. ( Il miraggio della New Economy fece illusione grazie alla massificazione dei nuovi settori intermedi che sostituirono o si innescarono in parte sopra gli anziani. Oggi, questo effetto no si fa quasi più sentire e deve fare i conti con l’emergenza dei concorrenti asiatici. La crescita netta della massificazione futura dei nuovi settori legati, ad esempio, allo sviluppo delle nanotecnologie sarà senza dubbio inferiore a quello che seguì la massificazione dei prodotti nati dalla rivoluzione informatica e dalle telecomunicazioni.)

In breve, la politica attuale delle élite europee sembra per molti versi irrisoriamente suicida. Scommettono sulla privatizzazione e sulla deregolamentazione per ristrutturare i loro apparati produttivi al livello europeo con la speranza di fare fronte alla « nuova sfida » americana e mondiale: purtroppo, in termini economici, non è affatto certo che questa privatizzazione si faccia al beneficio degli Europei, dato il sostegno di queste élite europee al libero-scambio sfrenato voluto dagli USA, compreso in materia di prodotti agricoli e di beni e servizi. E certo che i neoliberali stanno forgiando ex novo una vera e propria « crisi fiscale dello Stato » tagliando le ricette ricavate dalle imposte dirette necessarie allo Stato moderno, tanto l’Irpef con la crescita dei lavoratori precari ridotti ad un livello minimo, quanto le tasse sui redditi del capitale e delle successioni.

In oltre, le stesse cause producendo gli stessi effetti, la crescita della disoccupazione strutturale, mal riassorbita da un « workfare » in salsa europea, naturalmente destinata a flessibilizzare la forza di lavoro, provocherà delle chiusure identitarie diametralmente opposte al proseguimento armonioso della costruzione europea. (La capacità di un Le Pen a canalizzare una parte del voto « operaio » nel passato costituisce solo la punta dell’iceberg. Con una variazione di dieci o venti per cento secondo il modo di scrutinio, i vari Le Pen si declinano già in tutte le varianti nei paesi membri, in modo che gli Amici della birra polacchi costituiscono quasi una pausa democratica nel grigiore della rappresentatività odierna. I socio-democratici, sopratutto i filo-sionisti tra loro, hanno una responsabilità paragonabile solo dalla timidezza manifestata dai loro predecessori verso il governi di « unione nazionale » – cioè i « patti repubblicani » ugualitari sotto un’altra forma – destinati a ostacolare la crescita del fascismo.

Si capisce allora a che punto possono essere ciecamente patetiche le politiche che cercano imputare al rispetto dei Criteri di Maastricht e del Patto di Stabilità il risultato diretto delle scelte in materia fiscale e di ridistribuzione dei redditi e delle ricchezze. Ben inteso, gli economisti doc, come pure i giornalisti che « pensano » sulla base delle loro magistrali volgarizzazioni mediatiche, potranno facilmente notare la crescita anche se debole del PIL. Lo faranno senza mai tenere conto del paradosso secondo il quale, malgrado un PIL (nominale ) in crescita, la ridistribuzione sociale diventa comunque sempre più disuguale. Con il risultato che questa disuguaglianza rende più acuta la crisi strutturale del capitalismo opponendo frontalmente la sovrapproduzione e il sotto-consumo cronici senza la minima possibilità di risolverla con un spostamento del problema al livello mondiale.

In effetti, lungo da risolvere questa contraddizione, la globalizzazione attuale ha il potenziale di moltiplicarne gli effetti più nefasti. In oltre, al contrario di quello che si vorrebbe fare credere, l’azione globale delle imprese multinazionali non permette né di pensare né di agire localmente. A questo livello gli agenti si ritrovano de facto tanto atomizzati quanto i chandala descritti da Nietzsche, il cui ritorno è auspicato dalle attuali pseudo-élite occidentali – « erede » dirette, come sanno tutti, dell’umanesimo e della democrazia alle pari con quelli che ereditano una fortuna di famiglia che non hanno contribuito a creare! I vantaggi marshalliani legati ai risparmi realizzati grazie alla localizzazione possono eventualmente sostenere un nuovo artigianato, ma sembra dubbioso volere fondare su di essi una politica industriale e meno ancora una reale politica di pieno-impiego!

In riassunto, diciamo che in ogni sistema fondato su un insieme di variabili interdipendenti ma asimmetriche tra loro, il livello di equilibrio sarà raggiunto secondo l’importanza politica attribuita ad una o alcune variabili specifiche. Nel caso che ci concerna qui sappiamo che il salariato capitalista costituisce la prima relazione politica all’interno del MPC. Questo viene confermato dal fatto che gli ideologhi e le vittime del regime continuano a idealizzare, contro ogni apparenza, una concorrenza perfetta tra « fattori di produzione ». Nell’assenza di una razionalizzazione e di una efficienza minime nella gestione delle imprese – produzione – e del governo – riproduzione e commercio estero – sarà sempre possibile, a volte in modo irrisorio se non criminale, pretendere che il livello di equilibrio ottimale non viene raggiunto a causa dei vincoli dovuti alla mancanza di « flessibilità » del « fattore lavoro » – « fattore » ben inteso monetizzato e « disincarnato », il quale, per colmo, esibisce una ingombrante tendenza ad essere « nominalmente rigido al ribasso », secondo il suo grado di sindacalizzazione.

Le reti di protezione sociali dello Stato sociale stabilite come diritti e conquiste popolari costituiscono degli ostacoli eccellenti contro questa flessibilizzazione. La caduta del Blocco dell’Est – « socialismo reale » – rende ormai politicamente pensabile il loro totale smantellamento. Il fatto che delle frazioni sempre più larghe della popolazione cadano nella miseria ritorna ad essere pensabile per la borghesia perché ci vede la cura contro la « pigrizia » inerente alle « classi pericolose », cioè al lavoro alienato, con la sua crescente Armata di riserva. Ci vede pure la possibilità di imporre la « spartizione della miseria » tramite il tempo parziale ed il precariato sostituiti ad una autentica « spartizione del lavoro » socialmente disponibile, operata grazie alla riduzione della durata del lavoro senza perdita di reddito, una scelta giudicata « socialista » e collettivista.

Questa terzo-mondializzazione all’interno dei paesi sviluppati viene ricercata come un fine in se: dopo tutto, il Messico, un paese oggi membro dell’America del Nord grazie al Trattato Nafta, dimostra emblematicamente come i profitti del capitale compradore e quello delle multinazionali possono accrescersi conservando un volante di disoccupazione e di sotto-impiego attorno al 50 % della popolazione attiva, se non di più. Per preservare questo squisito equilibrio, basta avere il coraggio di sacrificare, l’ora venuta, i capitalisti più deboli, la repressione dei lavoratori, e a volta la loro mattanza, facendo naturalmente parte degli usi e costumi celebrati come dei modelli di comportamento democratico, e come tali, vanno potentemente affiancati dai vari Southern Command e dagli altri servizi occidentali!

La grande lezione del New Deal fu di prendere atto che questa terzo-mondializzazione interna urta una soglia fisiologica che annuncia la rovina della forza di lavoro dopo due anni di inattività in media. Ma questa fu una grande lezione presto dimenticata. Questo oblio giustifica la sostituzione degli ammortizzatori sociali con delle istanze caritative, complete con i loro bassi cleri e la loro « mensa dei poveri ». Questo giochetto della distribuzione dell’oppio sociale, era la condizione sine qua non per permettere ai « pitre » che si prestano servilmente a questa regressione di fondare la loro legittimità, mascherandosi in donne di carità ben quotate nel tempio.

Sarebbe meglio stare attenti: la regressione filo-semita nietzschiana è perfettamente concepita dai dirigenti come unico mezzo per risolvere la contraddizione capitalista tra sovrapproduzione e sotto-consumo, modificando le condizioni di esistenza – o meglio di sopravvivenza – materiali ed ideologiche del proletariato. E vero che la flessibilizzazione del lavoro contiene in essa l’equilibrio sempre ristabilito in modo post hoc delle variabili capitaliste secondo una ridistribuzione delle ricchezze sociali sempre più disuguale. Questa ridistribuzione mira a ribassare la soglia fisiologica dei mortali comuni, nel momento in cui i più venali si sentono investiti di un divenire specifico di « post-umanità ». Il tempio dei flussi di informazione autorizzata farà sempre la sua parte per sopprimere la coscienza di classe del proletariato. Nonostante, questa rimane l’unico baluardo concreto che si oppone a questa discesa in inferno forzata del proletariato e della civiltà umana, rivista e corretta da grandi o piccoli cleri auto-proclamati. Ben inteso, questi si reclamano del diritto divino nel tentativo di ristabilimento del loro esclusivista impero di casta.

Chi non vede che la creazione dell’Unione Europa, come blocco economico sempre più coerente, come « mercato comune » primo e come « unione monetaria » dopo e, per finire, come « unione politica », ha solo senso in quanto tentativo sovranazionale di ricomporre lo Stato sociale ad un più alto livello per permettere alle nazioni europee membri, grande o piccole che siano, conservare ai loro cittadini il loro confortevole statuto nell’inserzione nell’Economia Mondiale Capitalista?

I Padri dell’integrazione europea – Jean Monnet, Robert Schuman ecc. – e prima di loro quelli dell’integrazione funzionalista (tale Mitrany) avevano concluso unanimemente che l’integrazione economica doveva precedere l’integrazione politica. Questo pensiero proveniva dalla loro comprensione delle catastrofe umane causate dalla guerra moderna, sempre capace di estendere il suo furore distruttivo su scala planetaria. Ma questo non cambia nulla alla valutazione che traevano dei fini ultimi di questo processo graduale. La sinistra, in particolare la sinistra marxista che nutrì il pensiero anti-militarista in nome dell’internazionalismo proletario, non ha niente da rimproverare a questo cammino funzionalista se non il suo carattere di classe che lo rende parziale e, a volta, contraddittorio e aberrante.

(Non si può parlare sul serio dell’indipendenza economica e politica dell’Europa concependo la Nato come una organizzazione imperiale invece di quello che dovrebbe essere, cioè una organizzazione regionale delle Nazioni Unite. In quanto tale, deve rispettare le esigenze della sua Carta e quelle della Carta fondamentale delle Nazioni Unite. Lo deve fare rigorosamente nell’ottica della « sicurezza collettiva » specificata nel « Capitolo 8, Accordi Regionali ». Né può la UE lasciare a questa organizzazione regionale la prima e ultima parola sulla struttura del suo complesso militare-industriale, oppure sulle sue ricadute economiche civili, notabilmente in materia di finanziamento della ricerca e delle sovvenzioni alle imprese sottratte dalle regole della OMC per causa di « sicurezza nazionale » nonostante i trattati di libero-scambio vigenti.)

Dato la sua eredità culturale propria, questa Europa sociale dovrebbe istintivamente sapere che il « fattore lavoro » è una categoria logica, il valore di scambio della quale non può essere deciso unilateralmente dal Padronato in alleanza con lo Stato padrone. Questa Europa sociale dovrebbe ugualmente sapere d’istinto che né il commercio estero né alcun altro « vincolo esterno » può essere concepito come una variabile indipendente dal livello di vita dei lavoratori. La gestione del commercio mondiale potrebbe mirare ad un’apertura negoziata dei mercati con lo scopo di armonizzare i vantaggi comparativi naturali o acquisiti dalle varie parti con il pieno-impiego: « basterebbe » letteralmente sostituire il distruttore Byrd Amendment americano attualmente in vigore con una nuova concezione dell’anti-dumping, modifica da fare sancire dall’OMC conciliando produttività micro e competitività macro – dunque sociale -, cioè il pieno-impiego secondo i vari settori, industrie e filiere che ogni Stato giudicherà utile preservare. Non è tanto la « società aperta mondiale » ad essere in causa ma la forma di classe che si desidera impartirgli. In effetti, con un PIL nazionale – almeno per i paesi sviluppati dell’OCSE – e mondiale in crescita, è chiaro che l’impoverimento di stratte sempre più larghe di lavoratori non rappresenta a fatto una fatalità legata a qualsiasi « leggi economiche » ma, al contrario, il risultato di scelte politiche deliberate da parte del Padronato e dello Stato borghese.

L’argomento della competitività è altrettanto paffuto con sterilità intellettuale. Rappresenta letteralmente un contro-senso: al contrario di quello che predicano i portavoce della borghesia, la competitività dei settori economici o delle nazioni nel loro inseme non dipende in se dall’apertura alla concorrenza mondiale. I settori agricoli e agroalimentari americani ed europei ne testimoniano pienamente. La competitività in se non è niente altro che la produttività sociale legata alla composizione organica del capitale. Esibisce un doppio carattere quantitativo e qualitativo. Questo dipende dalla soddisfazione dei consumatori come pure dal numero di unità del bene o servizio considerato prodotto in una determinata durata di lavoro, secondo le condizioni specifiche individuali – processo di produzione immediato – o sociali – organizzazione della produttività sociale e gestione dei parametri che definiscono la struttura dei prezzi.

In atri termini, la competitività delle nazioni o dei blocchi economici dipende strettamente delle possibilità tecniche – che non sono spontaneamente disponibili in nessuno modo di produzione come dimostrato da Lenin -, e della volontà politica, come pure delle forme di contabilità adottate. Il confronto con i competitori stranieri può ovviamente dare un contributo positivo in materia di avanzo tecnico o di know-how ma, spesso, questo implica una perdita del controllo domestico che si traduce poi con l’espatrio del profitto e con l’indebitamento correlato delle Formazioni sociali considerate.

Ben inteso, questo si traduce ugualmente con la subordinazione del « fattore lavoro » a questa competizione economica sprovvista di ogni finalità sociale altra che la crescita dei profitti privati. Si spera in questo modo, come notato ironicamente da John Galbraith, potere « nutrire gli uccelli nutrendo i cavalli » (il cosiddetto « trickle down effect ».) Come da me dimostrato nel capitolo relativo al « socialismo cubano » nel mio Pour Marx, contre le nihilisme, liberamente accessibile nella sezione Livres-Books di www.la-commune-paraclet.com, il modo di produzione socialista – oppure l’epoca di ridistribuzione del capitalismo avanzato corrispondente al keneysianesimo – è per parte sua capace di conciliare crescita sistemica della produttività individuale e nazionale – o regionale – e, nel stesso tempo, di negoziare a livello internazionale il grado di esposizione/competizione settorialmente necessario ad una crescita continua dello standard di vita dei lavoratori e della società intera. Immaginarsi poi senza blocus!

Le doti naturali delle nazioni impediscono de facto l’autocrazia. La spartizione della sovrappiù individuale ne uscirà chiaramente influenzata, mentre in una formazione sociale ben gestita e pianificata democraticamente con buon senso, ogni diminuzione della parte relativa dovuta individualmente al possessore dei Mezzi di produzione – capitalista, cooperativa o Stato – risulterebbe grandemente compensata dal sostegno e dal sviluppo della produttività collettiva – cioè della sovrappiù sociale. Si osserva facilmente che gli USA sprecano da 15 a 16 % del PIL per un scarso sistema di sanità in maggiore parte sotto controllo del settore privato, mentre l’Europa provvede in modo pubblico al mantenimento ed alla riproduzione della forza di lavoro attiva e inattiva spendendo solamente attorno a 9 % del PIL. In ultima istanza, la competitività dipende dalle Formazioni sociali popolate da Esseri umani che sono anche dei cittadini e che, di conseguenza, non si considerano come dei semplici fattori di produzione o altri Golem, sottoposti a corvée. Tra Essere umani, tra cittadini, è sempre possibile concepire la compatibilità tra interessi individuali e interesse nazionale all’interno di un contratto liberamente e coscientemente adattato alle circostanze storiche. Tra « fattori di produzione » può solo prevalere le pseudo-leggi naturali che operano sulla base di una gerarchia disumanizzante, abilmente mascherata ma che nondimeno detta tutte le regole del gioco.

Perciò preme porre chiaramente la questione seguente: A cosa servirebbe fare l’Europa se l’insieme delle variabili determinanti del capitalismo è unilateralmente globalizzato, senza mediazioni regionali possibili, per l’unico profitto del Capitale transnazionale? La Commissione ed il Consiglio europeo possono benissimo concepirsi come delle istanze sovranazionali destinate ad imporre la globalizzazione ai popoli europei aldilà di ogni controllo e di ogni sanzione democratica, ma ovviamente non è questo il loro mandato né il loro ruolo. L’esempio dei paesi europei più avanzati dimostra senza dubbio che la competitività della forza di lavoro è tanto forte quanto è forte la socializzazione degli elementi necessari alla sua riproduzione – educazione, salute, ammortizzatori sociali e pensioni, alloggio, trasporto ecc.

La Francia di M. Jospin ha ugualmente fatto la prova inconfutabile che la crescita della base fiscale dello Stato, come pure il rendimento delle tasse sono molto più compatibili con una regulation economica compiuta sulla base della « spartizione del lavoro » che sull’amministrazione delle medicine fiscali da cavallo ordinate dal neoliberalismo monetarista. Questo spiega senza equivochi la ragione per la quale il capitalismo americano cerca ogni possibile mezzo per distruggere preventivamente, e su scala mondiale, lo Stato sociale. Lo considera fondamentalmente incapace di preservare lo statuto privilegiato del quale godeva nell’immediato dopo-guerra quando concentrava più di uno terzo delle ricchezze mondiali e la maggiore parte delle riserve in oro del Pianeta, oltre ad una struttura industriale uscita indenne dai conflitti armati. Per ora, il capitalismo americano non sembra più avere le risorse morali oppure il coraggio politico necessario per togliere di mezzo gli ostacoli all’accumulazione del capitale con il ricorso ad una grande ridistribuzione interna delle ricchezze – dopo tutto, il consumo dei focolari rappresenta attorno a 70 % della domanda effettiva nelle società avanzate come i Stati Uniti. Ecco perché, oggi a questo nuovo « ritorno » programmato della barbarie deve rispondere la determinazione e la forza implacabile della resistenza del proletariato, di nuovo cosciente delle sue proprie rivendicazioni di classe.

B ) Parametri economici generali.

Dopo questa breve panoramica della filosofia e delle tendenze economiche generali che influenzano necessariamente il tipo di costruzione e la costituzione europea adottata, vale la pena ricordare alcuni parametri economici generali già ampiamente acquisiti. Questi sono, naturalmente, caratteristiche e norme specifiche che contribuiscono a fare dell’Unione europea un “mercato comune”, prima di pensare a qualsiasi altra forma di integrazione di natura costituzionale o infra-costituzionale, cioè intergovernativa. E un omaggio reso dalla realtà ai progettisti politici ed economici dell’integrazione europea, costatare che oggi questi parametri rimangono in gran parte al di fuori della coscienza politica perché si sono trasformati in condizioni infrastrutturali del funzionamento quotidiano di questa integrazione all’interno dell’UE. Tuttavia, ora è necessario avere idee molto chiare a questo proposito in modo da poter immaginare i nuovi parametri di questo tipo resi necessari dalla realtà attuale, nonché il tipo di integrazione europea desiderata. Non si può più piantarsi su posizioni motivate da una vera impotenza tali i richiami indignati o simpatizzanti al peso delle direttive europee ( sovranazionali e quindi sospette di anti-democrazia acuta) che comunque dettano oltre l’80% delle leggi nazionali dei paesi membri.

E utile chiederci cosa dipende ancora, al momento attuale, dai parametri necessari per mantenere il “mercato comune” ma non necessariamente il suo successivo sviluppo in uno mercato comune unilateralmente capitalista, nel senso neoliberista del termine? Nello stesso modo, quali nuovi parametri dovrebbero oggi fare parte di questa base comune, per gestire silenziosamente il flusso dei beni e servizi all’interno dell’UE, in modo che l’Europa non diventi un semplice ostello aperto al neoliberismo europeo e globale? In termini più crudi, quale sarebbe la “parte 3” del progetto costituzionale europeo che potrebbe essere considerata legittima e reciprocamente vantaggiosa?

Ogni domanda pertinente comporta già parte della risposta. Sfortunatamente, le cose sono qui un poco più complesse. Tuttavia, basterebbe ricordare l’attaccamento di tutti i cittadini dell’Unione europea, non solo per “servizi pubblici” ma soprattutto per “i servizi pubblici forniti dalle aziende pubbliche”, per puntare il dito contro il principale errore ideologico che ha determinato la redazione della “terza parte ” del progetto costituzionale quasi nascosta e in effetti pubblicata in modo surrettizio (come fecero notare i deputati del PCF). Ma chi non vede che rispettando questo principio e questo attaccamento, l’UE non limiterebbe in alcun modo il traffico interno dei beni o servizi ma, al contrario, lo favorirebbe perché sostenerebbe in questo modo l’occupazione diretta e indiretta legata a queste imprese pubbliche? In effetti, oltre al consumo interno entrerebbe in linea di conto il funzionamento intra-europeo dei Moltiplicatori economici.

E chiaro che lo smantellamento delle imprese pubbliche e, con esso, della struttura dei prezzi stabilita sulla base di una redditività non speculativa perché a lungo termine, non soddisfa i requisiti relativi alla manutenzione o allo sviluppo del “mercato comune” europeo. Piuttosto, risponde alla volontà delle borghesie europee, appassionate di « schumpeterismo alla rovescia », di svendere le ricchezze collettive. Trovano così un modo semplice, ma necessariamente limitato, per eliminare gli ostacoli all’accumulazione che confronta il capitale ovunque e, in primo luogo, nel mondo occidentale avanzato. Le conquiste economiche e sociali rappresentate da queste imprese pubbliche sono quindi sacrificate al capitale globale, in modo che questa privatizzazione, appoggiata da una deregolamentazione muro a muro, viene poi paventata a torto come l’unico modo per sviluppare ulteriormente la potenza di fuoco del “capitalismo europeo” contro i suoi competitori mondiali. Questo capitalismo europeo, per sua natura, come qualsiasi altro capitalismo, non ha alcuna utilità per i lavoratori “europei” nel momento in cui il loro lavoro non è più ritenuto essere competitivo sul mercato globale dominato dalla sua logica di breve termine. Si tratta di una logica americana e anglosassone, una logica oggi paradossalmente imposta alla UE come se fosse necessaria per favorire la sua ulteriore integrazione.

Qualsiasi “Mercato Europeo Comune” degno del nome dovrebbe andare di pari passo con una struttura dei prezzi stabile trasparente e astratta dalla logica del corto termine speculativo. Notiamo che la ristrutturazione delle imprese nazionali in Europa, oltre a dovere imperativamente seguire le evoluzioni qualitative del processo di integrazione europea, per consentire all’Europa di conservare o persino migliorare il suo rango nell’Economia Mondiale, non implica affatto il loro smantellamento col il pretesto della lotta neolibere contro i “monopoli” di Stato. (Di fatto, tutte le privatizzazioni e le deregolamentazioni effettuate finora – dell’elettricità, imitando la California, del trasporto aereo, dell’acqua, dei Porti marittimi come in Italia ecc. – dimostrano che l’obiettivo reale non è altro che il trasferimento della ricchezza collettiva, gestita collettivamente per il bene della Società nel suo insieme, in tasche private processo che alla fine fa emergere degli oligopoli e dei monopoli privati. Questi, sfortunatamente, non rispondono più all’interesse comune se non per mezzo di ulteriori sottrazioni di fondi pubblici dato che i Stati nazionali si sono intenzionalmente messi in posizione di inferiorità per negoziare questo interesse comune, ad esempio sotto forma di tariffazione o di soglie – caps – oppure di ricadute economiche sui territori.

In realtà, ciò che dovrebbe essere veramente essenziale per l’UE e per i suoi cittadini non è la privatizzazione o la deregolamentazione dei “monopoli di Stato”, ma piuttosto la transizione verso “monopoli oligopoli europei ” pubblici e sovranazionali, quindi in grado di soddisfare le esigenze del mercato comune, mentre goderebbero di un vantaggio rispetto alla concorrenza internazionale rappresentata dai loro concorrenti pubblici o privati, senza svantaggiare nessuno paese membro per causa di questa ristrutturazione europea sovranazionale. Nonostante le privatizzazioni già sperimentate da alcuni paesi membri, dovrebbe essere possibile costituire questi poli pubblici europei con massima equità: semplicemente, predominerebbe una logica istituzionale che favorirebbe la fusione dei monopoli esistenti in base alle loro competenze, ogni nazione rimanendo socio pubblico disponendo della parte propria delle azioni contribuite all’impresa europea comune capace di funzionare come tale.

Le società già privatizzate dei paesi membri che lo desidererebbero (con apposita legislazione) entrerebbero in questo dispositivo secondo la logica delle joint-venture; in cambio accetterebbero di sottomettersi alla struttura dei prezzi determinata dalle istituzioni europee, così come al tipo di gestione inerente alle imprese pubbliche (compreso, il fatto che i conti annuali dovranno essere sottomessi alle Commissioni parlamentari incaricate con il loro controllo.) A termine, i Stati membri potrebbero legalmente prendere in considerazione il riacquisto di queste aziende private, in vari modi che vanno dalla nazionalizzazione classica allo scambio “debito contro equità” previsto nella mia teoria post-keynesiana-marxista degli swap. (vedi Tous ensemble).

Questo tipo di collaborazione diventerebbe la norma a livello globale, almeno nel caso dell’UE. Non dubitiamo per un momento, che molti paesi nel mondo concorderanno, dal Giappone al Brasile, dall’India alla Cina, in breve, tutti i paesi del mondo che riconoscono l’importanza fondamentale del commercio internazionale, purché sia un commercio equo, cioè liberamente concordato e negoziato, invece di limitarsi ad essere uno sciocco commercio “liberato ” dalle sue “catene sociali” a beneficio delle multinazionali che lavorano sempre di più per un neo-feudalismo corporativista post-nazionale ma ideologicamente imperialista. In caso di pericolo, tale sistema è inevitabilmente costretto a fare affidamento allo Stato di classe minimo di tipo americano, sperando di potere contare in futuro su nuovi bassi cleri legati al tempio illegittimo ma ricostruito di Salomone nella nuova Gerusalemme crociata.

Aggiungiamo a beneficio dei più creduloni tra noi che la privatizzazione non è garanzia di creatività o di innovazione. In realtà, anni fa, Barnett e Müller (Global Reach) avevano magistralmente dimostrato l’estrema attenzione data dalle multinazionali al contrasto di qualsiasi innovazione che potesse mettere in pericolo la loro quota di mercato e le loro economie di scala. Preferiscono invece cooptare i loro concorrenti o acquistare i loro brevetti per rimuoverli preventivamente dalla circolazione. Ricordiamo anche che senza le aziende pubbliche (e soprattutto senza i ministeri della difesa a causa delle loro politiche di acquisto e della loro strutturazione a lungo termine secondo ovvie esigenze collettive), né il TGV, né Internet (o, a più forte ragione, il Web), né le centrali nucleari, né le agenzie spaziali con le loro ricadute nell’economia civile, ecc., sarebbero emersi, per lo meno con la stessa rapidità.

In generale, l’intervento pubblico è essenziale per tutto ciò che dipende dalla ricerca pura e quindi, a lungo termine, della ricerca applicata dedicata a interessi comuni urgenti o, paradossalmente, dedicata a interessi umani fondamentali di un’urgenza relativa secondo le epoche. La ricerca fondamentale è sempre veicolo d’innovazioni inaspettate. Questo processo non sarebbe possibile senza la disciplinata opportunità offerta dal settore pubblico in grado di massimizzare i suoi rapporti con la ricerca pubblica e con l’educazione nazionale. (Da questo punto di vista, i paesi membri dell’UE che pensano di poter puntare ad una qualsiasi « Europe puissance » sacrificando ricercatori, laboratori e istituti di ricerca sbagliano: la « scienza », rivista e corretta da Nietzsche e dai suoi discepoli attuali, tutti molto « svegli », non promette nulla per l’Europa, se non la sua sudditanza permanente nei confronti degli Istituti tollerati da Grandi Inquisitori autoproclamati che, nella loro allucinazioni “post-umanità” , sognano di immergere i loro concorrenti e l’intera Umanità in un « bagno di ignoranza » orwelliano, se non addirittura di “rimandarli indietro nell’età della pietra” attraverso l’uso massiccio e illegale di « bombe intelligenti ». (Nota aggiunta: Sappiamo del fiasco già avverato della cosiddetta Agenda di Lisbona per la ricerca europea. Questo spiega senza dubbio l’insistenza delle élite : sostituendo università, istituti di ricerca e persino i musei pubblici, con fondazioni private finanziate tramite nicchie ed esenzioni fiscali, il potere e l’influenza culturale, economica e sociale che ne deriva sono trasferiti a mani private in modo più sicuro rispetto ad un finanziamento in partenariati che mantengono un grado di indipendenza per accademici e ricercatori, se non altro per rispettare un minimo di deontologia scientifica. Il neoliberismo cerca forse così rispondere alla domanda post-Hiroshima sulla “responsabilità sociale degli scienziati”: d’ora in avanti sarà valutata secondo il metro della loro servitù. Dopo tutto, si mira ad un « ritorno ascendente » verso una nuova domesticità e schiavitù. Quanto pagliacci – pitre – in preparazione … tutti comunque molto “svegli”, non c’è dubbio. Il Signore Testart, ha sicuramente un sacco di lavoro alla lavagna.)

A tale proposito, occorre sollevare la seguente domanda: poiché la privatizzazione e la deregolamentazione hanno solo una relazione obiettiva molto lontana con il mantenimento e il consolidamento del “mercato comune” europeo, quali sono oggi i nuovi parametri che dovrebbero prevalere? La risposta dovrebbe certo essere motivata dalle esigenze congiunturali, ma soprattutto dalla concezione che si ha della base comune che sostiene questo “mercato comune” generalmente accettato, poiché è necessaria per la coesione sistemica complessiva, così come per i progressi futuri, permanenti o puntuali, dell’integrazione europea, secondo la logica implicata negli equilibri costituzionali sopra descritti.

Ancor più della circolazione di beni e servizi, la libera circolazione dei fattori di produzione, compresa la manodopera, richiede spesso trattamenti e accordi specifici. Pertanto, occorre prestare attenzione a determinate norme essenziali per la coesione del complesso economico e per la salvaguardia della sua competitività nei confronti del mondo esterno. L’UE non è cieca in questo settore, ma la relativa timidezza è dovuta al primato dato dalle sue élite neoliberiste al mercato « globale »: le loro richieste di classe nelle negoziazioni in seno all’OMC ed al GATS ricevano troppo spesso priorità rispetto alla coesione europea che è così asservita al neoliberalismo circostante. Ad esempio, in una congettura di difficile mantenimento e creazione di posti di lavoro nonostante la – debole – crescita nominale del PIL, non vi è alcuna ragione, per dare un solo esempio, per spiegare perché la UE non abbia imposto a tutte le sue istanze così come a tutti i suoi paesi membri l’adozione del programma aperto Linux.

La Germania ebbi questa intelligenza. Tuttavia, i paesi dell’UE non hanno ancora esaurito il potenziale di massificazione di nuovi settori legati allo sfruttamento dei dati con software appropriati, sia in informatica che nel settore delle telecomunicazioni. Ovviamente, l’Europa ha adottato dei standard che consentono di colmare il ritardo, ad esempio, nel settore delle telecomunicazioni. Ma trascinando i piedi nell’adozione di uno standard Linux comune alla UE, si priva di un notevole vantaggio, sia per quanto riguarda il controllo dei sistemi operativi dei computer, sia per tutti i settori che dipende da esso (software, videogiochi, ecc.) Nulla spiega che, nonostante una ricerca francese ed europea molto avanzata nel campo delle “chip” elettroniche di nuova generazione, i fondi necessari per lo sfruttamento industriale e commerciale non siano rapidamente sbloccati dai governi o dalle appropriate autorità europee. Queste carenze sono quindi riflesse sia nei conti correnti che nella creazione di posti di lavoro legati allo sviluppo autonomo del capitale-conoscenza (nonché nella creazione di un pool di competenze che può essere ampiamente mantenuto, a causa della sua profondità economica, nonostante i cicli specifici di queste attività).

Questo significa che il problema del “mercato comune” è sfortunatamente trascurato a favore di programmi motivati ideologicamente. Inoltre, la maggior parte delle volte, non hanno origine negli organismi (democratici o censitari) dell’UE o dei suoi paesi membri, ma piuttosto negli istituti americani preoccupati per l’articolazione della « longer view » della borghesia americana, come la Brookings, l’Istituto Cato e spesso oggi il Competitive Entreprise Institute oppure il Committee on the Present Danger di trista memoria, passata e recente,tutti organismi che influenzano fortemente il FMI, la Banca Mondiale e l’OCSE, se non altro a causa dall’intercambiabilità delle rispettive reclute.

Non è un compito facile concepire come calibrare con precisione i parametri del “mercato comune” all’attuale epoca economica e sociale. Eppure, tutti intuitivamente sappiamo di cosa si tratta, vale a dire le norme, gli standard, le etichette e la tracciabilità, tutte regole di base del gioco che ne garantiscono equità ed efficienza. Ad esempio, oggi nessuno in Europa concepirebbe linee ferroviarie transfrontaliere di dimensioni variabili in paesi diversi, come è stato fatto in altri periodi al fine di proteggere i mercati nazionali interni. Presumibilmente, questo requisito comune rappresenterebbe l’unico caso necessario per la codecisione tra i due rami dell’Esecutivo (Consiglio e Commissione) previsti qui. Per la semplice ragione che non può esserci alcun intoppo nello schema di base sotto-giacente necessario per preservare l’uguaglianza ed il trattamento equo minimo di tutti gli attori europei pubblici o privati, in modo che ogni eventuale progresso in quest’area debba essere il marchio di un profondo consenso.

Queste sono le regole fondamentali del gioco che sono alla base dell’intero edificio comune, poiché hanno sostenuto il consolidamento delle prime fasi dell’integrazione europea. Va notato che per la maggior parte i problemi sono già risolti dai trattati esistenti in modo che in realtà si verifichino solo per i nuovi sviluppi. Tuttavia, contrariamente a quanto pianificato in precedenza per la generalizzazione di alcuni programmi, si tratta qui di generalizzare rapidamente alcuni parametri senza possibilità di ritiro. Poiché non vi sono criteri oggettivi, validi per tutti i periodi, per determinare oggettivamente i parametri che devono imperativamente essere aggiunti, è pertanto necessario prevedere un metodo appropriato: la codecisione del Consiglio (all’unanimità) e della Commissione, purché godesse di una maggioranza semplice del Parlamento europeo. Altrimenti, sarà necessario accontentarci anche qui con un processo di avanzamento in cerchi concentrici, prima di arrivare ad una possibile generalizzazione costituzionale.

 

Strumenti specifici:
Come completare onestamente il meccanismo di coordinamento sottostante contenuto nei Criteri di Maastricht e nel Patto di stabilità?

Quest’ultimo passaggio è tuttavia essenziale per tutti gli strumenti specifici necessari per la coesione economica e fiscale. Tutte le discussioni in corso sembrano concentrarsi sulla pseudo-critica della “indipendenza” della BCE, nonché sulla non sostenibilità del Patto di stabilità, che solleva necessariamente una domanda legittima nel quadro del perseguimento dell’Integrazione europea: in particolare, quali strumenti politici nel campo del coordinamento delle politiche economiche, attuerà l’Unione europea, finalmente dotata di una costituzione? Allo stato attuale, né l’UE né la zona euro sono pronti a dotarsi di strumenti economici e politici gestiti esclusivamente o principalmente dalle proprie istanze piuttosto che dai loro paesi membri. Inoltre, l’UE non concorda interamente con la Zona euro. Il concetto messo avanti qui è che questa ricerca di strumenti centrali non è né desiderabile al momento né necessaria. Tuttavia, i veri obiettivi ad esso assegnati in generale potrebbero essere raggiunti aggiungendo alla BCE (che gestisce gli aggregati monetari) una Commissione europea di pianificazione incaricata di preparare la « longer view » o visione europea a lungo termine. I governi nazionali e le autorità europee resterebbero padroni del tasso di cambio (potere condiviso con la BCE) e delle politiche fiscali, sociali e economiche in generale, a causa delle competenze condivise o esclusivamente devolute ai vari livelli europei secondo la logica istituzionale spiegata sopra. Avremmo allora un vero coordinamento economico europeo che resterebbe compatibile con un’Europa delle Nazioni, ma una Europa sempre più integrata e pertinente. Inoltre, questo coordinamento sostenuto da una pianificazione sotto-giacente influenzerebbe anche i dati presi in considerazione dalla BCE e quelli presi in considerazione dal Rappresentante europeo nel settore del commercio internazionale. Il piano europeo è la vera controparte obbligatoria della BCE. È un prerequisito per lo sviluppo della “democrazia economica e sociale”. Questa Commissione del piano europeo, prima consolidata a livello della Zona euro, si irradierà naturalmente in tutta l’UE allargata attraverso la semplice dinamica dell’ampliamento e degli adeguamenti che essa attuerà.

Sappiamo che a causa del suo mandato e della sua struttura, la BCE è lungi dall’essere indipendente. Il suo mandato la limita alla gestione delle conseguenze monetarie degli aggregati monetari, la cui evoluzione dipende tanto, se non di più, nel medio e lungo termine, dalle politiche bancarie e creditizie adottate dai Ministeri delle finanze che dal semplice decisione dalla Banca centrale rispetto ai suoi tassi direttori (un esercizio che è lungi dall’essere totalmente arbitrario, specialmente perché viene sovra-determinato dell’ostacolo opposto a qualsiasi manipolazione politicante esercitata su vasta scala contenuto nel Criterio di Maastricht sull’inflazione. Basta pensare al problema dell’inflazione importata ….)

Una riflessione sostenuta per quello che riguarda la legislazione necessaria rispetto ai « montage » ed ai circuiti transfrontalieri dei « prodotti derivati » secondo le esigenze delle autorità fiscali sarebbe più utili delle sterili attuali discussioni partigiane sulla BCE! Secondo la sua struttura, la BCE contiene al suo interno tutti i governatori delle banche centrali della Zona euro, i quali possono così trasmettere istituzionalmente le preoccupazioni del loro paese respettivo. Per il resto, non è auspicabile né materialmente possibile che il Consiglio europeo interferisca nella gestione degli aggregati monetari, per così dire alla fine della giornata. I suoi membri hanno cose migliori da fare affrontando, con la serietà e l’innovazione che sono necessarie, le politiche che vanno a determinare alla fine i volumi strutturali di questi aggregati.

Per il resto, i migliori giornali lo hanno ripetuto abbastanza, la gestione del tasso di cambio dell’euro è condiviso tra il Consiglio e la BCE. La critica della BCE sembra fare parte di un « mito Soreliano » la cui plausibilità si basa sull’equivalenza intuitiva della BCE con il FMI o con “le banche” in generale. Ma se il FMI e le banche in generale fossero soggetti alla stessa trasparenza della BCE, non avremmo più bisogno di chiedere una riforma democratica! In realtà, questi discorsi concordati sembrano solo mascherare le conseguenze di un sistema fiscale neoliberale regressivo di cui la BCE sarebbe il capro espiatorio designato; poi servono ad oscurare l’accordo politico strappato dal segretario al Tesoro Usa John Snow al G7 durante il vertice di Doha, e ancor più al vertice di Dubai (20 settembre 2003). Questo accordo sull’implementazione del declino relativo del dollaro US era volto a cercare di rilanciare le esportazioni e la crescita degli Stati Uniti. A cui va aggiunto il comportamento « moutonnier » – gregario – di molti economisti titolati che domani diranno il contrario, scimmiottando sempre i diktat del Potere con la stessa laboriosa preoccupazione per l’oggettività “scientifica” specifica della loro disciplina, come concepita nelle accademie, e naturalmente con la stessa buona coscienza tipica delle élite nietzschiane o delle cortigiane.

Ho già spiegato altrove, oltre che nell’introduzione a questo testo, i motivi che militano a favore del mantenimento dei Criteri e del Patto: in breve, l’attuale non conformità al Patto non è in alcun modo dovuta ad una necessità economica oggettiva, ma piuttosto alla scelta anti-ugualitaria della redistribuzione del reddito e della ricchezza effettuata attraverso una tassazione regressiva, quindi in fin dei conti destinata al fallimento. Tuttavia, il risultato disastroso di questa scelta di classe è indiscutibile, come dimostra l’anemia della crescita economica, mentre questa “crescita” è principalmente ricercata attraverso la flessibilizzazione della forza di lavoro, la quale implica l’aumento strutturale della disoccupazione e della sottoccupazione.

Si capisce che queste sono le ricette di Volcker-Reagan ma applicate con decenni di ritardo nonostante il fallimento americano attualmente visibile a tutti a occhio nudo. Ciò nonostante l’enorme vantaggio di cui godono gli Stati Uniti, l’unico paese che ha il potere di dettare le regole del regime finanziario internazionale dominante, attraverso il suo controllo esclusivo e non negoziabile della principale valuta di riserva internazionale. Questo strumento non è disponibile alla UE nonostante il successo dell’Euro finora. (Il dollaro USA non è né un DTS delle Nazioni Unite né un “bancor”!) È quindi inutile sacrificare misure necessarie o già negoziate nella speranza (“speranza” vuota per uso pubblico) di ottenere risultati futuri che è chiaramente impossibile ottenere a causa delle prevedibili conseguenze delle politiche adottate (Jean Arthuis non ha forse già messo in guardia il governo francese in questo senso? Vedi, : ” Le fort recul des entrées fiscales pèsera sur la préparation du budget ” « Il forte calo delle entrate fiscali peserà sulla preparazione del bilancio » , www.lemonde.fr , 9 settembre 2003).

Fare le pulci ai Criteri ed al Patto sotto pretesto che il Patto di stabilità essendo anche un patto per la crescita, l’indebitamento pubblico dovrebbe essere regolato in base al volume degli investimenti in ogni paese membro, ammonta a conferirsi un razionale ( una « intelligenza » appropriata) per fare anche saltare la soglia del deficit in bilancio anch’essa fissata al 3%. Questo porta anche paradossalmente all’obbligo di aderire ad un rigore economico più grande, sopratutto nei paesi membri dell’euro e della UE in generale che superano questa soglia, al fine di consentire l’abbassamento del rapporto debito / PIL quando supera il 60%. Inoltre, questo disegno di modulazione determinato dal volume degli investimenti non ha nulla di originale, anche se la sua provenienza storica non manca di piccante e rimane di grande interesse: infatti, l’idea di base è di Samuelson. A seguito della crisi messicana dei primi anni ’80 che comportò un grave rischio di fallimenti a catena dei diversi paesi dell’America Latina, quest’ultimo volle competere con i Chicago Boys (già disastrosamente impegnati nel Cile di Pinochet.) Perciò ricordò che oltre una certa soglia l’uscita dalla crisi non era più possibile per i paesi sottoposti a queste ricette. Indoviniamo facilmente il perché. Dato la privatizzazione dilagante, i profitti e risparmi disponibili internamente non sono più sufficiente nel lungo periodo a causa della tendenza al rimpatrio dei capitali verso le sedi estere delle multinazionali. Sappiamo che la percentuale di controllo straniero in Europa è ovunque considerevole. Gli artifici di bil